Sciascia, il giorno della civetta

La Sicilia raccontata nei libri di Sciascia ha sempre un valore simbolico. Sono i problemi della regione e lo spirito degli abitanti, più che i luoghi fisici, a essere indagati. Le riflessioni sulla Sicilia trascendono il contesto, i luoghi descritti diventando ogni volta una metafora dell’Italia e del mondo.

Il giorno della civetta di Sciascia.
Alcune edizioni de “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia.

La Sicilia raccontata nei libri di Sciascia ha sempre un valore simbolico. Sono i problemi della regione e lo spirito degli abitanti, più che i luoghi fisici, a essere indagati. Le riflessioni sulla Sicilia trascendono il contesto, i luoghi descritti diventando ogni volta una metafora dell’Italia e del mondo.

Il giorno della civetta, portato sul grande schermo da Damiano Damiani, è il più noto dei libri di Sciascia perché è il primo libro che tratta in modo esplicito della mafia, nelle sue connessioni con la politica. Fu pubblicato coraggiosamente da Einaudi nel 1961, bisogna tenere presente che a quell’epoca la parola “mafia” non veniva pronunciata spesso, nemmeno nei verbali dei carabinieri. L’allora cardinale di Palermo Ruffini la definiva come un’invenzione dei comunisti e i reati per associazione mafiosa sono stati introdotti soltanto nel 1982 dopo l’attentato al generale Dalla Chiesa. Anche per questo, i grandi autori siciliani avevano sempre evitato l’argomento da Verga a Pirandello sino a Brancati. Sciascia, al contrario, rompe l’omertà e lo fa con il suo stile da narratore di cronaca, apparentemente, come farà più tardi per esempio nel raccontare la scomparsa da Palermo di  o il ritrovamento del corpo di Raymond Roussel all’Hotel des Palmes, in cui i riferimenti ai luoghi reali sono precisissimi. Ne Il giorno della civetta, invece, le descrizioni e l’ambientazione sono reali e vengono dipinti tre paesini del palermitano, ma non sempre vengono citati i nomi, solo le iniziali, come per evocare solo il sapore e l’atmosfera di quelle terre. Eppure, nei paesi di B., C. e S., le descrizioni delle piazze con i campanili, delle stazioni dei carabinieri, le fermate dei pullman, i luoghi degli interrogatori, sono precise ed evocative, quasi come a trascendere il particolare per cogliere lo spirito di qualunque paese di quei luoghi.

Lo stile è quello del giallo. Il giallo come approccio e filosofia per raccontare la realtà. Un “giallo che non è un giallo” per citare Calvino che ne dà delle recensioni entusiastiche, accanto alle tante stroncature dell’epoca. Uno stile che si ritrova ereditato per esempio in Camilleri, anche se nei romanzi di Montalbano l’aspetto descrittivo della Sicilia sottostante è più “turistico”. La Sicilia di Sciascia, “gialla e rugosa. Secca, corrotta e caldissima” dove non piove mai e l’inverno stenta ad arrivare, è invece più problematica, amara, psicologica e dura.

Francobollo commemorativo di Leonardo Sciascia
Francobollo commemorativo di Leonardo Sciascia. Sullo sfondo, la Sicilia.

La trama del libro è ambientata nell’hinterland palermitano dove viene ucciso un imprenditore edile, Salvatore Colasberna. Ma gli omicidi ben presto si moltiplicano, la trama s’infittisce e il giovane capitano dei carabinieri Bellodi indaga insieme al maresciallo Ferlisi, escludendo da subito la pista passionale che sembra troppo scontata ed evidente, come per depistare. E in questo quadro emerge la mafia e il giallo si trasforma in romanzo sociale. Ma la soluzione non è a lieto fine. Il giallo cela trame e intrighi molto più grandi dei protagonisti. Le ultime pagine del libro sono poi ambientate a Parma, ma attraverso lo stratagemma della “proiezione” in cui il legame con la Sicilia è ancora molto forte. La regione, del resto ha conosciuto più di altre il problema dell’emigrazione e dei legami tra gli emigrati e la propria terra, mai troncati e sempre fitti. E la mafia, anche se quella del romanzo è ancora nella sua fase agricola, più che quella internazionale dei nostri tempi, è una rete che esce dalla Sicilia. A Parma, Bellodi, è stato rispedito a casa con il pretesto di una licenza, o forse di un allontanamento causato dall’aver indagato troppo nel vivo. E lì, parlando con il collega di indagini, mentre la loro inchiesta sembra venire annullata da chi è più in alto di loro, progetta il suo rientro in Sicilia, per riprendere la sua battaglia. Questo è il senso del libro e dell’immagine della Sicilia che ci offre. Una Sicilia socioculturale più che turistica, indagata nel suo spirito profondo, più che sulle sue bellezze esteriori. Eppure così vera e in parte immobile, dal 1961 a oggi, come nella massima de Il gattopardo.

 

 

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