Ziccardi, L’ultimo hacker

“Mi siedo sul muretto a secco di fronte alla casa e guardo il crepaccio che si apre sulla sinistra e il torrente che scorre lambendo i Sassi. Nel corso dei secoli la roccia tenera è stata solcata dall’uomo, alla ricerca di ripari o semplicemente di lavoro o di luoghi di culto. La macchia mediterranea è fatta di specie che resistono al clima secco. […] Mi godo finalmente i giorni senza pioggia. L’aria è fresca, ma rispetto a Milano sembra di essere ai Caraibi”

Giovanni Ziccardi, L’ultimo hacker, Marsilio, 2012

Ziccardi, L'ultimo hacker
Ziccardi, L'ultimo hacker

L’ultimo hacker è il primo romanzo di Giovanni Ziccardi: un thriller informatico ambientato prevalentemente a Milano – nel quartiere Isola (dove vive il protagonista), in via Larga e all’Università di via Festa del Perdono  – con incursioni a Matera, in Puglia (a Polignano a Mare) e sull’altipiano del Carso – sempre in sella ad una vecchia Yamaha 400.

Alessandro Correnti, ex hacker col soprannome di “Deus”, è ora un avvocato milanese. Quando un suo vecchio amico, “God”, muore improvvisamente durante una conferenza  in aula Crociera, all’Università di Milano, Alex  inizia, da dietro lo schermo di un computer, un’indagine digitale non proprio ortodossa che lo porterà a girare l’Italia, a rivedere vecchi amici e, soprattutto, a scoprire un’inquitante innovazione tecnologica che mette a rischio la privacy di ogni cittadino.

Un libro imperdibile per gli appasionati di elettronica e istruttivo per tutti gli altri. Un eccellente esordio: una scrittura asciutta e veloce, una storia intrigante che si divora in poche ore. Forse, però, non sarebbe guastato un pizzico di ironia in più nella caratterizzazione dei personaggi, specie del protagonista – ma, come ben testimoniato dal suo nick, Deus, questa pare una virtù estranea al mondo degli hacker.

Munari, Nella nebbia di Milano

“– Eh… nebbia, nebbia!
– Ah, questo m’impressiona! Tutto, ma la nebbia.
– A Milano, quando c’è la nebbia non si vede.
– Perbacco… e chi la vede?
– Cosa?
– Questa nebbia, dico?
– Nessuno.”

Bruno Munari, Nella nebbia di Milano, Corraini Ed., gennaio 2008 (5° rist.)*

Munari, Nella nebbia di MilanoQuesto divertente dialogo di Totò, Peppino e… la malafemmina (1956) ha fissato nell’immaginario collettivo il luogo comune di una Milano avvolta dalla nebbia che ha resistito per tutti gli anni ’70. Durante la trasmissione Portobello di Enzo Tortora, nel 1978, c’era chi aveva proposto di abbattere il Passo del Turchino, per arieggiare la pianura padana e risolvere il problema. Ora la nebbia non c’è più, grazie allo smog e all’effetto serra. Nel 1968, quando Bruno Munari ha pubblicato per Emme Edizioni Nella nebbia di Milano, c’era ancora. E questo “itinerario turistico” nel suo grigiore, invece che nei simboli dei suoi monumenti, costituisce una provocazione intelligente, ironica e artistica che si può definire geniale senza il pericolo di abusare di questo termine, sin troppo inflazionato.

Si tratta di un libro di immagini che è in sé un oggetto di design, concepito e assemblato come una macchina per evocare esperienze visive di assenza della realtà, quasi metafisiche, unico nel suo genere. L’esperienza della nebbia è resa attraverso la sovrapposizione di carte lucide, giocando sui colori e sui non colori, con carte interamente illustrate in cartoncino e ritagliate in un libro d’artista. Munari (1907-1998), infatti, è stato molto di più di uno dei più grandi designer milanesi, è stato un grande artista protagonista del XX secolo, legato a movimenti come il Futurismo e a personaggi come Lucio Fontana. Nel 2007, nel centenario della sua nascita, la Rotonda della Besana gli ha dedicato una personale di tutto rispetto.

La sua produzione di libri per bambini (apparentemente per bambini in realtà sono qualcosa che arriva a tutti perché parlano un linguaggio universale che va oltre la comunicazione scritta) ha costituito qualcosa di altamente innovativo. Libri senza parole, libri illustrati (per esempio di Gianni Rodari), ipertesti ante litteram, libri illeggibili (vincitori della Medaglia d’oro della Triennale di Milano nel 1957).

Bruno Munari, Corraini, libri design
Foto di Giliola Chisté | © Corraini

La prima edizione di Nella nebbia di Milano, è una legatura editoriale in cartoncino pesante, con un’illustrazione a colori al piatto superiore. Una definizione un po’ tecnica, ma si tratta di un libro raro e prezioso che fa gola a qualunque collezionista. Il suo valore è stimabile intorno ai due o trecento euro, a trovarlo. Attualmente non è disponibile nessuna copia né su ne su  per citare due dei maggiori portali dedicati al libro da collezione che offrono soltanto delle riedizioni anni ’70 (a € 50/60). Per fortuna, per chi non è interessato ai libri in senso feticistico e storico ma si accontenta dei contenuti, è disponibile nella ristampa di Corraini Edizioni che ai libri di Munari ha dedicato un’intera collana.

Se volete provare a immergervi in questo insolito viaggio nella metropoli lombarda che è uno spietato ritratto di forme nere, stilizzate e geometriche e rivivere l’opaca lattiginosità della nebbia di Milano che si è estinta, lo potete perciò ancora fare.


Eftersom vit är inte smuts, personliga typ av klädsel begränsar också dagliga aktiviteter  festklänningar  , raffinerade lyxiga tyger behöver mer noggrann vård. Inte undra på att vita festklänningar kommer att vara aristokratiska damer favoriter.

Speroni, I diavoli di via Padova

“Il market più vicino è verso viale Monza, sull’angolo della piazzetta dei Transiti, l’unico rettangolo verde nel nostro quadrilatero. Sulla piazzetta si affaccia la casa occupata, sotto perenne minaccia di sfratto, E’ occupata dal 1978. Al piano terra, due vetrine sulla piazza, c’è l’ambulatorio popolare a quindici anni offre consulenza sanitaria gratuita agli immigrati e a chiunque ne abbia bisogno […] Anche l’ambulatorio è sotto sfratto.
Lo slargo di via dei Transiti somiglia a una piazza di paese, che però dà su una strada ad alto scorrimento, viale Monza. Un’intimità fratturata da un fiume metallico”

Matteo Speroni, I diavoli di via Padova, Cooper, 2010

Milano Nord-Est (MM1, fermate di Pasteur, Rovereto, Turro, a sole 6-8 fermate dal Duomo), ossia la zona di via Padova, un quadrilatero di strade che, da tempo, è al centro di forti flussi migratori –  a partire dagli anni cinquanta, si è registrata una forte immigrazione interna di operai (per lo più meridionali) impiegati nelle industrie vicine al quartiere, cui,  a partire dagli anni sessanta, si sono aggiunte piccole comunità di migranti stranieri (soprattutto dal Corno d’Africa e dal Maghreb), per arrivare, oggi, alla convivenza di circa 194 differenti etnie in un’area di c.a. 9 km.

Questa Babilonia è l’indiscussa protagonista del romanzo di Matteo Speroni – che no, non è un noir, bensì la descrizione, realistica e niente affatto edulcorata, della vita in una zona multietnica, delle sue piccole storie di miseria, violenza, riscatto e amicizia.

Il finale, forse, è un po’ scontato, ma non è importante: la vicenda del protagonista è solo un pretesto per raccontare tutte le storie che gli assomigliano e tutte quelle che gli ruotano intorno, per parlare di un quartiere perennemente appeso sul baratro del degrado (personalmente spero nella nuova amministrazione – che, certo, non potrà essere più miope di quella precedente – ma per ora i risultati non si vedono).

Scerbanenco, I Milanesi Ammazzano al Sabato

“Sapeva che non doveva andare in via Ferrante Aporti 86, ma appena ebbe riprese fiato e il dolore al ginocchio si fu un pò calmato, si alzò e imboccò via Ferrante Aporti”

In via Ferrante Aporti c’è quasi sempre posto per la macchina, perchè di notte molti hanno paura ad andarci. Per me invece Via Ferrante Aporti è un luogo mistico. La faccio sempre a piedi per andare e venire dalla Stazione Centrale. E’ soprattutto nelle notti d’inverno che mi piace camminare in via Ferrante Aporti a Milano, con il freddo umido e pungente, il rumore ovattato dei treni e le luci dei pochi lampioni riflessa dalla nebbia.

scerbanenco, i milanesi ammazzano al sabatoQuesta è la Milano che ho ritrovato nei racconti di Giorgio Scerbanenco, milanese ucraino e maestro del noir italiano, che ha scelto questa via adiacente alla ferrovia per ambientare una delle scene cruciali di I milanesi ammazzano al sabato.

Poco lontano da qui, oltrepassato il tunnel sotto la ferrovia, c’è la via Gluck resa famosa dalla canzone di Celentano, più o meno negli anni stessi anni in cui Scerbanenco scriveva e in cui la città era già stata asfaltata dal progresso e dalle speculazioni edilizie.

Per una macabra coincidenza poco lontano da qui, quarant’anni dopo, e ancora un sabato notte, l’assurdo omicidio di Abba, storia vera e degradante di una Milano (e di un’Italia) impaurita.

Quelle di Scerbanenco sono storie così, tragiche piccole storie di milanesi qualunque, sofferenti nella vastità notturna di una città che da poco, siamo negli anni sessanta, è diventata metropoli.

Una delle caratteristiche dei noir di Scerbenenco è la freddezza e il distacco con cui è rappresentato il mondo criminale. Nessuna attrazione e nessuna comprensione per i carnefici, che cadono quasi sempre per la propria arroganza e stupidità, piuttosto che per le indagini della polizia. Siamo molto lontani, per fare un esempio, dall’epica di Romanzo Criminale.

Sono immigrati meridionali malavitosi e prostitute alcolizzate, onesti ma tristi impiegatucoli e avidi imprenditori. Milanesi, appunto, che ammazzano al sabato perché gli altri giorni devono andare in ufficio. E’ l’anima nera di una città che era allora il simbolo del miracolo economico italiano.

Sono le piccole vicende criminali che compaiono un giorno nei notiziari e poi finiscono per essere dimenticate, destinate a restare irrisolte. E sono i casi che cerca di risolvere Duca Lamberti, poliziotto triste e un pò anarchico, idealista e disincantato.

La Milano di Scerbanenco è livida, notturna, inafferabbile. Labirintica, logorata dall’avidità e dalla corsa all’arricchimento personale. Dove pesce grosso mangia pesce piccolo e pesce piccolo mangia pesce ancora più piccolo.

Buzzati, Un amore

“Ancora quella sensazione di essere entrato in un sogno sbagliato e non adatto a lui, e una forza di gran lunga superiore alla sua volontà e alle sue convinzioni lo trascina via quasi egli fosse un povero disgraziato qualsiasi e non un uomo di cinquant’anni, con la sua rispettata posizione nel mondo”

Una delle cifre dei grandi scrittori è la capacità di raccontare storie universali, storie in cui ognuno di noi riesce a rispecchiarsi – a immedesimarsi, ma anche riconoscersi – pur se non le ha mai vissute. Qui poi è la storia più universale di tutte, la storia di un amoreuno tra i tanti, di quelli con la ‘a’ rigorosamente minuscola propria delle passioni sfrenate che possono nascere solo per chi non le ricambia – e proprio per la sua dimensione universale, perchè tutti più o meno ci si sono trovati in mezzo, è una storia così difficile da raccontare. E Dino Buzzati è bravissimo a farlo.

Un amore (1963) narra di Antonio Dorigo, un affermato architetto di 49 anni, uno scapolo che ha sempre avuto problemi a intrecciare relazioni amorose o anche solo sessuali, che s’innamora come un’adolescente, senza apparenti ragioni, di una prostituta di nemmeno 20 anni (né bella, né simpatica, né intelligente) che non lo ricambia affatto.

La dinamica dell’innamoramento e i tormenti della gelosia mi hanno ricordato la passione di Swann per Odette (o quella dello stesso Marcel per Albertine) – ma è solo un caso, è solo la stessa eterna storia che si ripete.

Per Antonio si apre un (prevedibile) baratro di umiliazioni, inganni, tormenti, gelosie e degradazione: un caduta di cui egli si rende perfettamente conto, ma che non riesce ad impedire. E nell’inevitabile placarsi finale della tempesta non c’è nessuna pace, solo senso di vuoto e futilità. La vita è passata.

La narrazione, fluida, a tratti concitata, mischia, senza soluzione di continuità, il punto di vista esterno e oggettivo con le riflessione del protagonista – riportate con lo stile di un ininterrotto flusso di coscienza, talvolta delirante, giustamente incurante della sintassi, dove non manca qualche intersezione onirica. Il risultato è quello di una completa sumpateia con questo patetico uomo di mezza età – una immedesimazione totale e crudele, come un brutto ricordo.

Come nel più famoso Il deserto dei Tartari, anche qui Buzzati è un maestro nel descrivere l’incapacità di vivere: il senso di sconforto dell’essere uno spettatore impotente della propria esistenza.

In questo blog di Buzzati è recensito anche Sessanta racconti