Steinbeck, Furore


Le grandi società non sanno
che la linea di demarcazione tra fame e furore
è sottile come un capello. E il denaro
che potrebbe andare in salari va in gas,
in esplosivi, in fucili, in spie, in polizie e in liste nere.
Sulle strade la gente formicola in cerca di pane e lavoro,
e in seno ad essa serpreggia il furore, e fermenta”
J. Steinbek, Furore

“And The highway is alive tonight Nobody’s foolin’ nobody is to where it goes I’m sitting down here in the campfire light Searchin’ for the Ghost of Tom Joad
B. Springsteen, The ghost of Tom Joad

Mezzadri, piccoli proprietari, famiglie che da sempre vivono della terra che lavorano, se la sono ipotecata un anno in cui il raccolto era scarso, adesso è un altro anno di carestia, la terra è povera, il clima ostile e non ci sarà granturco da raccogliere. Ma le banche non accettano dilazioni, vogliono essere pagate, chi non paga deve andarsene, deve lasciar posto al progresso, che vuol dire latifondo, che vuol dire macchine che, da sole, svolgono il lavoro di intere famiglie.

E da mezzadri che erano si trasformano in nomadi, abbandonano le terre che non sono più loro, truffati da abili speculatori che comprano per niente le loro cose, che gli vendono rottami di macchine a prezzi esosi.

E i nomadi caricano sui rottami tutto quello che possono caricare, e dall’Oklahoma e dai paesi vicini si mettono in marcia, invadono coi loro carretti la Highway 66, diretti verso la California, dove c’è lavoro, lo dicono i volantini che c’è lavoro – perché spendere i soldi per farli stampare se non fosse vero?

E dove c’è lavoro per 100 si presentano in migliaia, e i salari scendono, e le speranze di una vita nuova si infrangono contro lo sfruttamento, la fame, la paura dei locali, che reagiscono con violenza a questa invasione di straccioni sporchi e denutriti.

E’ l’America della Grande Depressione, ma è anche una storia che abbiamo già letto – in Rulli di tamburi per Rancas di Scorza, in Fontamara di Silone, in Una terra chiamata Alentejo di Saramago,
in Cacao di Amado – una storia che abbiamo già visto e che – come ci ricorda Springsteen – continuiamo a vedere tutti i giorni.

La storia della miseria umana, dello sfruttamente dell’uomo sull’uomo, ma anche la storia della solidarietà tra gli ultimi, della progressiva presa di coscienza dell’ingiustizia sociale e dell’idea che, unendo le forze, il mondo si può – si deve – cambiare.

Una storia che Steinbeck racconta con impareggiabile maestria, intrecciando, in un romanzo corale, le vicende di una famiglia, i Joad, con notizie di cronaca e pagine in cui viene lasciato spazio alle voci e alle storie di altri personaggi senza volto, protagonisti o spettatori di questa vicenda tragica – tra i tanti, segnalo il capitolo XV, dove Steinbeck ci trascina nell’angolo visuale di una cameriera, che assiste dal suo ristorante alla sfilata di straccioni sulla Highway 66.

Una scrittura intensa e pure pacata, mai frenetica, esente da ogni moralismo o gratuito filosofeggiare, capace di tratteggiare in poche righe psicologie complesse, personaggi a tutto tondo. E i personaggi di Furore sono di quelli che non si dimenticano, di quelli che dispiace abbandonare alla fine del libro.

Si vorrebbe quasi che la storia non finisse – e la storia, infatti, continua ancora, da qualche altra parte, meno lontano di quanto si vorrebbe. Searchin’ for the Ghost of Tom Joad