Buzzati, Un amore

“Ancora quella sensazione di essere entrato in un sogno sbagliato e non adatto a lui, e una forza di gran lunga superiore alla sua volontà e alle sue convinzioni lo trascina via quasi egli fosse un povero disgraziato qualsiasi e non un uomo di cinquant’anni, con la sua rispettata posizione nel mondo”

Una delle cifre dei grandi scrittori è la capacità di raccontare storie universali, storie in cui ognuno di noi riesce a rispecchiarsi – a immedesimarsi, ma anche riconoscersi – pur se non le ha mai vissute. Qui poi è la storia più universale di tutte, la storia di un amoreuno tra i tanti, di quelli con la ‘a’ rigorosamente minuscola propria delle passioni sfrenate che possono nascere solo per chi non le ricambia – e proprio per la sua dimensione universale, perchè tutti più o meno ci si sono trovati in mezzo, è una storia così difficile da raccontare. E Dino Buzzati è bravissimo a farlo.

Un amore (1963) narra di Antonio Dorigo, un affermato architetto di 49 anni, uno scapolo che ha sempre avuto problemi a intrecciare relazioni amorose o anche solo sessuali, che s’innamora come un’adolescente, senza apparenti ragioni, di una prostituta di nemmeno 20 anni (né bella, né simpatica, né intelligente) che non lo ricambia affatto.

La dinamica dell’innamoramento e i tormenti della gelosia mi hanno ricordato la passione di Swann per Odette (o quella dello stesso Marcel per Albertine) – ma è solo un caso, è solo la stessa eterna storia che si ripete.

Per Antonio si apre un (prevedibile) baratro di umiliazioni, inganni, tormenti, gelosie e degradazione: un caduta di cui egli si rende perfettamente conto, ma che non riesce ad impedire. E nell’inevitabile placarsi finale della tempesta non c’è nessuna pace, solo senso di vuoto e futilità. La vita è passata.

La narrazione, fluida, a tratti concitata, mischia, senza soluzione di continuità, il punto di vista esterno e oggettivo con le riflessione del protagonista – riportate con lo stile di un ininterrotto flusso di coscienza, talvolta delirante, giustamente incurante della sintassi, dove non manca qualche intersezione onirica. Il risultato è quello di una completa sumpateia con questo patetico uomo di mezza età – una immedesimazione totale e crudele, come un brutto ricordo.

Come nel più famoso Il deserto dei Tartari, anche qui Buzzati è un maestro nel descrivere l’incapacità di vivere: il senso di sconforto dell’essere uno spettatore impotente della propria esistenza.

In questo blog di Buzzati è recensito anche Sessanta racconti