Camilleri, La vampa d’agosto

“Il commissario invece era trapanato da una dimanda: non stava facenno una minchiata sullenne? Pirchì aviva acconsentito? Sulo pirchì nello spiazzo la calura non primittiva di discutiri? Ma quella era una scusa che si era data al momento. La virità era che a lui faciva piaciri assà aiutare quella piccotta che…”

Andrea Camilleri, La vampa d’agosto, Sellerio, 2006.

Camilleri, La vampa d'agostoAfa senza scampo su Vigata. Il cadavere di una ragazza trovato dopo sei anni all’interno di un villino abusivo. Il rapporto con Livia in grave crisi, tanto che il Commissario Montalbano cuoce a fuoco lento nella gelosia mentre la fidanzata se ne sta in barca con un fantomatico cugino Massimiliano.

Montalbano sembra avere fin dall’inizio l’intuizione giusta per venire a capo del mistero ma la vicenda si complica, si attorciglia e ritorna al punto di partenza. Colpa della vampa d’agosto, che offusca la razionalità e accende le passioni. Colpa dell’età che avanza e di una picciotta di ventidue anni con gli occhi azzurro cielo e i capelli d’oro.

Con la consueta fluidità di scrittura, in cui si amalgamano sorprendentemente siciliano e italiano, Andrea Camilleri da vita all’ennesimo capitolo della saga di Montalbano, uno tra più riusciti per l’ironia, il mistero, qualche riferimento polemico alle vicende poltiche italiane, i dialoghi irresitibili tra il commissario e Catarella. Il tutto condito con tanto amore per la terra e la cucina di Sicilia. Ricetta ampiamente rodata, che funziona a meraviglia.

Chi volesse approfondire la conoscenza dei luoghi in cui sono ambientate le storie del commissario più famoso d’Italia dovrebbe tener presente che, diversamente da quanto si dedurrebbe dal Montalbano televisivo, ambientato a Ragusa Ibla e dintorni, la cittadina di Vigata è il nome immaginario di Porto Empedocle, cittadina natale di Andrea Camilleri situata in provincia di Agrigento, sulla costa meridionale della Sicilia.


Porto Empedocle su Google Map

Fenoglio, Il partigiano Johnny

“Essi, per assiepati, sicuri sentieri salirono alla prima collina, intuendo che di lassù potevano avere un certo panorama dell’oltrefiume. Infatti, rivoltandosi in cima, le videro perfettamente, sebbene come mozzate dall’ombra incombente, molto più alte delle umili alture fluviali: la considerevole collina di Neive e quelle più massicce, eccelse e desolate di Mango, grigionere nella distanza e massicce, eppure aeree come enormi nubi di tempesta ancorate alla terra”

Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, edizione critica a cura di D. Isella, Einaudi.

Fenoglio, Il partigiano JohnnyMombarcaro, Murazzano, Lovera, Dogliani, Mango, Castagnole. Tra questi paesi di collina e le cittadine di Alba e Santo Stefano Belbo tra il 1944 e l’inverno del 1945 si consuma l’avventura di Johnny, giovane studente che, dopo aver disertato, sceglie la lotta partigiana.

Johnny è il partigiano delle Langhe. Tutto il romanzo è un camminare per colline, avanzare su creste, riposare in povere cascine, abitare o attraversare paesi rurali (Murazzano con i rossi, Mango con gli azzurri). E’ vento che soffia gelido, è neve, è guadare ruscelli, traghettare il Tanaro. Le Langhe non sono un semplice scenario tra tanti, sono la sposa del partigiano.

“le desiderò subitaneamente [le colline] e marciò su di esse”.

Fuori dalle colline, ad Alba, il partigiano si sente perduto, smania nella nostalgia, nella noia della pianura; nelle sue colline si sente a casa, disperato e a casa. Forse è per questo ancoramento al suolo che nelle pagine di Fenoglio la lotta antifascista risulta non ideologizzata, è lotta per la terra e nella terra.

Le Langhe di Fenoglio, Il Partigiano JohnnyLe Langhe di Fenoglio sono così fredde e reali che la critica le ha definite metafisiche. La natura vista da vicino lo è sempre, specie se, come Johnny, cerchiamo di immaginarla senza i segni umani. Io non so cosa è metafisico per i critici, ma, di certo, se non si può dire che Johnny incarni tutti i partigiani (Johnny è un partigiano colto, i suoi compagni di viaggio spesso non sono come lui, e questo lo isola) è però vero che la sua storia è la storia – non celebrativa, non didascalica – della resistenza in Italia. Una storia di freddo, fango, fame e bronchite – che altro può essere una storia di guerra? – una storia epica, perché triste e desolante, perché non erano tutti giovani e belli (e coraggiosi ed altruisti), eppure in molti, come Johnny, hanno trovato il coraggio di dire “no, fino in fondo”, ostinatamente, assurdamente, con o senza il conforto di un ideale, ma sempre senza un piatto caldo o la speranza di un domani per loro.

Lo stile all’inizio è difficile – ma poi si prende il passo, come a camminare in collina. Frasi in inglese, inglesismi sintattici, neologismi. Nell’edizione Einaudi c’è in postfazione un bel saggio di Dante Isella sulla lingua del partigiano Johnny, una lingua che il curatore, a ragione, definisce magmatica.

“un’invenzione linguistica che investe tutti i livellli di scrittura, nessuno escluso, dietro la quale sta […] l’idea di una lingua allo stato fluido, liberamente generativa, senza impedimenti di sorta”

La lingua del partigiano Johnny produce una sensazione di displacement, estraniamento, alienazione. E Johnny è spesso un estraneo: lo è tra i civili, lo è ad Alba, lo è coi rossi. E’ una sensazione che ritorna costantemente nei grandi romanzi di guerra, scritti da chi, come Fenoglio, la guerra l’ha fatta davvero: la sensazione di non essere lì, di non essere di quelli ma di non poter essere altrove, di non poter essere che dei loro. La guerra estranea (“Ho ucciso/I killed” è il sigillo del partigiano, il confine da cui non si torna), perché è alienante uccidere ed è alienante poter essere uccisi. Anche se è una guerra giusta.
Google Map: Le Langhe di Fenoglio

Jonasson, Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

“Il sole del pomeriggio trapelava attraverso gli abeti. Allan cominciava a sentire freddo, con addosso soltanto la giacchetta leggera e le pantofole. E di Byringe nessuna traccia, a parte la stazione. C’erano boschi, boschi e nient’altro che boschi”

Jonas Jonasson, Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve , Bompiani, 2011

Jonasson, il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

Svezia. Il giorno del suo centesimo compleanno Allan Karlsson evade dalla casa di riposo di Malmköping e, nonostante l’età, si da  ad una rocambolesca fuga tra le campagne del Sörmland e i boschi del Småland (attraverso le località di Byringe, Rottne, Sjötorp – casa di Bella – e Klockaregärd), mettendo insieme un’improvvisata ed eterogenea banda, una vera e propria armata brancaleone, con tanto di ingombrante animale al seguito.

Del resto questa non è certo la più mirabolante delle avventure di Allan, il quale, come si viene presto a sapere, è una sorta di Forrest Gump (anche se decisamente più intelligente): un uomo che ha girato mezzo mondo, trovandosi spesso al centro degli episodi storici più importanti degli ultimi 100 anni. Non che sia un tipo irrequieto, anzi. Solo, è un uomo che non ha mai riflettuto troppo sulle cose, che piuttosto si affida al caso – o, meglio, al caos – ed è anche parecchio fortunato.

Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve è il primo romanzo di Jonas Jonasson ed è divertentissimo – a tratti, esilarante, specialmente nel finale, quando compare un Einstein (non vi dico quale). Una trama gustosa, paradossale e ben congegnata; una schiera di personaggi spassosissimi – tutti abbastanza irreali, ma non troppo. Insomma, un libro gradevolissimo, una ventata di ottimismo sulla vita e, soprattutto, sugli esseri umani – ora che ci penso, uno dei pochi che non ci esce bene è Stalin (comprensibile, del resto).

Da questo romanzo s’impara anche una lezione importante  – purtroppo non una delle uniche due cose che Allan sostiene di saper fare, ma, comunque, una cosa che nella vita vi potrà sempre tornar utile: mai bere con uno svedese, almeno che non siate perlomeno russi o polacchi (o anche friulani, aggiungerei io).


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Vonnegut, Mattatoio n.5

“Quasi non ci sono personaggi in questa storia e quasi non ci sono confronti drammatici, perché la maggior parte degli individui che vi figurano sono malridotti, sono solo trastulli indifferenti in mano a forze immense.”

Kurt Vonnegut, Mattatoio n.5 o La crociata dei bambini, Feltrinelli.

Vonnegut, Mattatoio n.5Billy Pilgrim è un tipo strambo. Billy Pilgrim ha viaggiato nel tempo: avanti e indietro per i diversi momenti della sua vita – mai più avanti, mai più indietro, mai da un’altra parte. Billy Pilgrim è nato, si è sposato con una donna brutta e ricca, è stato fatto prigioniero dai tedeschi, ha assistito al bombardamento di Dresda, è diventato un ottico importante, ha fatto due figli ed è morto.

Ma non in quest’ordine. La sua vita è un guazzabuglio di salti-spazio temporali e Billy si trova sempre a improvvisare una parte che non conosce o a rivivere un momento del suo futuro o del suo passato – entrambi i concetti non hanno molto senso per lui.

Billy Pilgrim è stato anche rapito dai trafalmadoriani, degli extra-terresti che vivono in 4 dimensioni, riescono a vedere il tempo in tutti i suoi momenti e hanno insegnato a Billy che il libero arbitrio non esiste, perchè è impossibile cambiare un futuro che è già stato e sempre sarà, ma che non esiste nemmeno la morte, perchè chi è morto nel presente, è ancora vivo nel passato – e, del resto, tutti siamo morti in qualche futuro.

Nessuna libertà, insomma. Non possiamo che restare a guardare ciò succede (e sempre è successo e succederà), non possiamo che fare ciò che facciamo e che, quindi, dobbiamo fare, senza poter cambiare nulla, senza responsabilità, ma anche senza paura.

O forse Billy Pilgrim non ha viaggiato nel tempo, forse non è neppure stato su Trafalmadore, ma si è semplicemente rincitrullito dopo un incidente aereo. Del resto cosa mai cambierebbe? Anche se la concezione trafalmadoriana dell’esistenza fosse un’assurdità, non per questo si potrebbe dire che Billy Pilgrim abbia mai avuto il controllo della propria vita, o che avrebbe potuto cambiare qualcosa nelle tragedie storiche cui ha assistito. Billy e gli altri resterebbero comunque spettatori inerti e non troppo interessati di uno spettacolo gestito da forze immense.

Certo, un libro contro la guerra, che è sempre una crociata di bambini, una critica dura e, a tratti, esplicita del mito americano e delle sue implicazioni sociali, ma, come tutti i capolavori, Mattatoio n.5, non ruota attorno ad un unico tema, ma fa vagare il suo sguardo dolce-amaro tra tutte le pieghe di quella commedia tragica che è sempre la vita (che sempre è stata e sempre sarà).

Nothomb, Metafisica dei tubi

«Niente di più semplice in Giappone che vedere delle carpe, tanto più a maggio. È uno spettacolo difficile da evitare. Se in un giardino pubblico c’è un posto con l’acqua, allora ci sono delle carpe. Le koi non servono a essere mangiate – oltretutto il sashimi verrebbe orrendo – ma per essere osservate e ammirate. Andare a contemplarle al parco è un segno di civiltà, come andare a un concerto.»

«Dieci anni più tardi, mentre imparavo il latino, mi ritrovai di fronte a questa frase: Carpe diem.
Prima che il mio cervello avesse potuto analizzarla, un vecchio istinto dentro di me l’aveva già tradotta con: Una carpa al giorno.»

Amélie Nothomb, Metafisica dei tubi, Voland, 2002.

Metafisica dei tubi
Metafisica dei tubi di Amélie Nothomb, Voland

Metafisica dei tubi è forse il libro più celebre di Amélie Nothomb. È un’autobiografia, visto che la scrittrice belga figlia di un ambasciatore brussellese è nata in Giappone, a Kobe, e lì ha trascorso i primi anni della sua infanzia, tanto da essere bilingue. «Io parlo il franponese», scrive nella Biografia della fame, e «lasciare il Giappone fu per me uno sradicamento» aggiunge in un altro  libro autobiografico (Stupore e tremori).

Amélie è un “personaggio” oltre che una grande scrittrice. Sia di aspetto, con il suo portamento particolare e un visino celato sotto grandi e strani cappelli, sia per i suoi vezzi bizzarri come quello di scrivere (rigorosamente a mano sulla carta, come una volta) in modo metodico, ogni giorno, producendo due o tre romanzi all’anno di cui soltanto uno, il prescelto, sarà pubblicato. Gli altri finiscono in un cassetto segreto e per disposizioni testamentarie nemmeno i suoi eredi potranno, un giorno si spera lontano, pubblicare questi scritti scartati. Tutti gli anni, il primo settembre, in Francia esce il suo nuovo libro (in Italia arriva a novembre, grazie alla casa editrice Voland).

I fan di Amélie si definiscono nothombiani e sono milioni in tutto il mondo. Metafisica dei tubi, pubblicato in prima edizione nel 2000 (2002 in Italia) è la storia dell’infanzia dell’autrice. In particolare dei primi tre anni di vita, quando non siamo altro che un “tubo” in cui da una parte entra il cibo e dall’altra lo si espelle in altra forma, ma crediamo di essere un dio e che l’intero mondo sia stato fatto a nostro uso e consumo. Una convinzione che in Giappone è assecondata, e ogni infante è considerato qualcosa di sacro.

«Ero giapponese. Nella provincia del Kansai, a due anni e mezzo, essere giapponese significava vivere nel cuore della bellezza e dell’adorazione. Essere giapponese significava abbuffarsi dei fiori esageratamente profumati del giardino molle di pioggia, sedersi sul bordo dello stagno di pietra a guardare, in lontananza, le montagne grandi come l’interno del proprio petto, prolungare dentro di sé il canto mistico del venditore di patate dolci che attraversa il quartiere all’imbrunire.» Poi, dopo i tre anni l’incanto si spezza. «Nel paese del Sol Levante si è un dio dalla nascita fino alla scuola materna esclusa.» E forse solo a quel punto si nasce veramente. E si hanno i primi ricordi mentre si fa strada la consapevolezza.

Amélie Nothomb
Amélie Nothomb.

Ma se pensate che la storia sia un nostalgico amarcord del ritorno all’infanzia e dell’innocenza perduta vi sbagliate di grosso (per fortuna!). Il libro è una ricostruzione ironica e divertente delle tappe che portano alla costruzione del sé e alla scoperta del mondo che per la bimba protagonista è il Giappone. Raccontato con ironia e distacco nei «terremoti settimanali del Kansai, che facevano piangere di terrore suo fratello e sua sorella, entrambi più grandi» ma che sulla bambina-tubo non sortivano nessun effetto: «la scala Richter poteva andar bene per gli altri.» La stessa ironia e lo stesso distacco che si ritrovano nella descrizione del teatro del , per esempio.

«Uno spettatore incolto e sincero che assiste al teatro per la prima volta, non può non provare che un forte malessere, come lo straniero che mangia per la prima volta la prugna aspra, marinata nel sale, della tradizionale colazione giapponese.»

Ma il distacco è quello di una bambina che vede le cose per la prima volta, non è mai privo di affettività verso quei luoghi, anzi ne è intriso.

«Nel sud del Giappone, aprile è di una dolcezza voluttuosa. I genitori ci portarono al mare. Conoscevo già molto bene l’oceano per grazia della baia d’Osaka che, all’epoca, rigurgitava di immondizie: tanto valeva nuotare nelle fognature. Andammo allora dall’altra parte del paese, a Tottori, dove scoprii il mare del Giappone, la cui bellezza mi soggiogò. I Nipponici qualificano questo mare come maschio, per opposizione all’oceano che considerano femmina.»

In questo modo e con questo stile, grazie alla sua duplice cultura Amélie Nothomb riesce a farci cogliere la (per noi) difficile essenza del Giappone che a sua volta è fatto di due anime, quella antica e (per noi) un po’ indecifrabile della tradizione e quella moderna e volta all’occidente. Metafisica dei tubi è un libro indicato per chi ama o vuole cimentarsi in un viaggio in Giappone perché riesce a dipingere e a far respirare, più che i luoghi fisici precisi, la metafisica (ben più profonda e impalpabile) della cultura nipponica. Quella metafisica e quell’essenza che non sempre si colgono attraverso un viaggio, ma che l’autrice riesce a trasmettere e a raccontare perché, pur vivendo tra Parigi e Bruxelles, fa parte di lei e non l’ha mai abbandonata.

«– Un giorno andremo via di qua.
– Io non posso andarmene! Devo vivere qua! È il mio paese. È la mia casa.
– Non è il tuo paese!
– È il mio paese. Se me ne vado muoio!»

Montaldi, Il mercante di lana

Valeria Montaldi
Valeria Montaldi

“La Val d’Aosta, come molte altre valli alpine, è ricca di leggende. Quella della ‘Città di Felik’ è una delle più antiche della valle di Gressoney. Questo romanzo è nato dall’esigenza di inventare una storia che coniugasse il mito con le vicende del popolo walser, presente in questo territorio già dal 1200” più precisamente con un’ambientazione “nella prima metà del XIII secolo, cioè trent’anni dopo il primo insediamento dei walser”.

Valeria Montaldi, Il mercante di lana, Piemme, 2001

Così si legge nell’introduzione de Il mercante di lana romanzo di esordio di Valeria Montaldi che è appena stato ristampato nelle edizioni BUR (2011).

Un libro importante, dunque, che ha vinto i premi Ostia Mare di Roma, Città di Cuneo e Frignano. L’autrice è specializzata nel romanzo storico ambientato nel 1200 e questo suo primo lavoro fa parte di una tetralogia che include Il signore del falco (Piemme, 2003), Il monaco inglese (Rizzoli, 2006) – entrambi finalisti al Premio Bancarella – e Il manoscritto dell’imperatore (Rizzoli, 2008), vincitore del Premio Saturo d’Argento 2009 e del Premio Rhegium Julii.

Frate Matthew è un inglese che, sentendosi in colpa per la morte di una ragazza accusata di stregoneria, reo di averla ospitata, è costretto a lasciare il suo convento per intraprende un lungo viaggio per l’Europa. Il romanzo, di circa 450 pagine, ha inizio con l’incontro, nel Canton Vallese svizzero, tra il frate e un mercante di lana e tessuti pregiati che, vedendolo provato dalle fatiche, lo invita a unirsi al suo gruppo per attraversare le Alpi al sicuro dai molti pericoli.

Il mercante di lana, edizione BUR 2011 In questo modo il protagonista giunge nella vallata sotto il Monte Rosa, l’attuale Gressoney, precisamente nel paese di Felik dove vive una comunità di mercanti e tessitori di lana di origine tedesca. Non si tratta di un Medioevo romantico e di sottofondo, ma di una perfetta e ponderata ricostruzione storica che indaga sulle radici di una minoranza culturale valdostana che esiste ancora oggi, che ha un fascino tutto particolare e che si può anche riscoprire con un viaggio in Val d’Aosta nelle valli dell’Evançon e del Lys, per chi ama rivivere le atmosfere dei libri visitandone i luoghi (una proposta di itinerario sulle orme Walser).

Del resto per la Montaldi scrivere un romanzo storico “non è spiattellare due personaggi su uno sfondo di cartone, ma cercare di ricreare il pensiero, il modus vivendi di un’epoca” anche nei dettagli geografici di paesaggi e antichi castelli oggi in rovina. Fantasia e realtà storica convivono mescolate in modo indistinguibile, per esempio nelle vicende della famiglia Challant che realmente dominò quel territorio per circa due secoli. La piccola comunità walser di Felik, città della leggenda, è invece collocata a 2.000 metri di altezza, sotto la montagna di ghiaccio, dove un tempo, secondo le fonti storiche, prosperavano coltivazioni di cereali dovute alle condizioni climatiche miti che lambivano quel luogo. Il che permetteva di sopravvivere nonostante l’altitudine e di far sì che Felik fosse il punto di partenza per i viaggi dei commercianti in tutta Europa, attraverso i passaggi dei valichi sul Monte Rosa e della Svizzera oggi ricoperti dai ghiacci ma che conservano le tracce di quegli antichi sentieri.

La meta del frate non è casuale, ma frutto di una profezia. Un grave pericolo incombe sulla ricca comunità di mercanti walser.

“Sono tornata, frate Matthew, per dirti di non tormentare la tua anima con colpe che non hai… Andrai cercando un villaggio abitato da ricchi mercanti, fra monti tanto più scoscesi di quanto tu ne abbia mai visti: lo chiamano Felik…”

Attraverso questo sogno Matthew vede il destino che minaccia la comunità e per questo decide di deviare il suo itinerario per avvertirli e salvarli da quel che li spetta. È infatti la prosperità e la ricchezza di questi uomini che li ha resi avidi e insensibili ai bisogni dei meno abbienti la causa di tutto. Il personaggio più significativo di questa mancanza di etica è Hermann, assetato di denaro e di potere, disposto a ogni cosa pur di ottenere la nomina di vassallo dal signore del luogo.

La strana atmosfera del villaggio dove il cuore di tutti sembra essersi inaridito, secondo la profezia è destinata a perdurare sino al giorno in cui una fitta neve tinta di rosso inizierà a cadere. Riuscirà il frate a farsi ascoltare e a impedire che si compia il tremendo destino?

Di seguito le principali edizioni:

– BUR Biblioteca Universale Rizzoli  2011 (collana Narrativa) € 10,90
– Piemme  2007 (collana Bestseller) € 11,00
– Piemme 2001 € 18,08 (462 p., ill.)
Il mercante di lana – Il signore del falco Piemme  2005, (collana Piemme pocket) € 9,90 (647 p., Brossura)

Acava Mmaka, Il viaggio capovolto

Tra gli innumerevoli libri che narrano di viaggi in Africa vale la pena di segnalare quello controcorrente di Valentina Acava Mmaka, edito da Epoché, che rovescia la tradizionale rotta dei migranti per raccontare la storia di chi dall’Italia sceglie di andare a vivere in Africa.

“Il nomadismo è insito nel mio Dna, è la chiave della mia creatività. Trovo ostinatamente infantile l’idea che si possa nascere, vivere e morire nello stesso luogo.”

Valentina Acava Mmaka, Il viaggio capovolto, Epoché ed., 2010

Il viaggio capovolto, Mmaka
"Il viaggio capovolto" di Valentina Acava Mmaka.

Tra gli innumerevoli libri che narrano di viaggi in Africa vale la pena di segnalare quello sui generis e controcorrente di Valentina Acava Mmaka, edito da Epoché una bella casa editrice che punta a tradurre in italiano autori del terzo mondo che all’estero sono piuttosto conosciuti e apprezzati.

Il viaggio capovolto rovescia la tradizionale rotta dei migranti per raccontare la storia, dai risvolti autobiografici, di chi dall’Italia sceglie di andare a vivere in Africa.

Nata a Roma nel 1971, l’autrice è poi cresciuta in Sudafrica e in Kenya ed è qui che, seguendo un richiamo atavico, ha deciso di tornare a vivere con le sue tre figlie avute con Peter Kuria Asamba, musicista e danzatore keniota che ha contribuito alla realizzazione del libro. Valentina è una reporter e una mediatrice culturale che per anni si è occupata di cooperazione e sviluppo dei paesi del Terzo Mondo ed è presidente e fondatore dell’associazione Soggetto nomade.

Questo romanzo scritto in prima persona, mescola lo stile narrativo con il sapore della docu-fiction e qualche riflessione che sfiora la saggistica. Valentina ha la pelle bianca ma è africana dentro e il suo mal d’Africa la spinge a questa migrazione al contrario insieme alle figlie che per la prima volta vedranno questa terra e si immergeranno in un mondo completamente diverso da quello dove sono nate e vissute. Un viaggio a ritroso anche rispetto al suo precedente libro, Cercando Lindiwe, che narrava il difficile ritorno dall’esilio nella sua terra natale di una sudafricana liberata dall’apartheid.

Il suo ritorno alle origini e ai luoghi della sua infanzia è determinato da antichi legami con questi luoghi che hanno ragioni sentimentali, ma anche culturali e artistici. La sua è una scelta di vita di donna, di madre e di professionista.

“Porto dentro l’incantamento di percezioni ed emozioni, forti e radicali, incontri e affetti che hanno trasformato la mia esistenza tanto da sentirmi oggi privilegiata rispetto a qualsiasi altro tipo di vita immaginabile”.

Valentina Acava Mmaka
Valentina Acava Mmaka

Attraverso le pagine del suo libro il lettore ha così la possibilità di viaggiare alla scoperta di risvolti raccontati da un punto di vista alternativo che descrive un altro modo di viaggiare rispetto agli schemi del turismo occidentale. Perché il suo non è un viaggio ma un ponderato ritorno alle origini. Nei luoghi del Kenya e a Zanzibar non ci sono solo i ritmi africani, i colori vividi e i profumi di spezie. Si va ben oltre la superficialità dei paesaggi da cartolina e si entra nella descrizione della vita quotidiana e vera della gente, toccando temi come la difesa dei diritti dell’uomo, il miglioramento delle proprie condizioni di vita le narrazioni di ciò che avviene nelle baraccopoli e negli slum di Nairobi e di Mombasa.

“Lo slum è un mondo urbano sommerso, la coscienza sporca dei regimi coloniali, della politica ostruzionista interna. (…) Sono luoghi informali, che non hanno riconoscimento da parte del governo, considerati abusivi. Gli slum sono le discariche umane delle grandi città. Visti da lontano, in prospettiva, questi agglomerati urbani che si ampliano sempre più di anno in anno appaiono come bocche gigantesche che fagocitano vite umane… tuttavia sono enormi sorgenti di persone, idee, motivazioni, esperienze che se messe nelle condizioni di esprimersi e confrontarsi partendo dalle loro potenzialità per arrivare a una soluzione dei problemi che li affliggono, possono rivelarsi i luoghi da cui iniziare una rivoluzione che porti alla crescita e allo sviluppo degli stessi.”

È il patrimonio inestimabile di risorse umane e naturali da rivalutare e riscattare che spicca. La gente che ha voglia di non arrendersi, che studia e lotta, si occupa di letteratura, scrive poesie struggenti. E l’attesa è l’elemento che più differenzia la sua Africa dalla nostra cultura. L’attesa, lì, non è inerzia né immobilità. È la dilatazione del tempo e la pazienza di un popolo. È un modo di vivere senza frenesia, scadenze e ansia. Il mal d’Africa è perciò determinato da un panorama culturale e umano, oltre che geografico, nella terra dove “esiste sempre una seconda possibilità”.

Sciascia, il giorno della civetta

La Sicilia raccontata nei libri di Sciascia ha sempre un valore simbolico. Sono i problemi della regione e lo spirito degli abitanti, più che i luoghi fisici, a essere indagati. Le riflessioni sulla Sicilia trascendono il contesto, i luoghi descritti diventando ogni volta una metafora dell’Italia e del mondo.

Il giorno della civetta di Sciascia.
Alcune edizioni de “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia.

La Sicilia raccontata nei libri di Sciascia ha sempre un valore simbolico. Sono i problemi della regione e lo spirito degli abitanti, più che i luoghi fisici, a essere indagati. Le riflessioni sulla Sicilia trascendono il contesto, i luoghi descritti diventando ogni volta una metafora dell’Italia e del mondo.

Il giorno della civetta, portato sul grande schermo da Damiano Damiani, è il più noto dei libri di Sciascia perché è il primo libro che tratta in modo esplicito della mafia, nelle sue connessioni con la politica. Fu pubblicato coraggiosamente da Einaudi nel 1961, bisogna tenere presente che a quell’epoca la parola “mafia” non veniva pronunciata spesso, nemmeno nei verbali dei carabinieri. L’allora cardinale di Palermo Ruffini la definiva come un’invenzione dei comunisti e i reati per associazione mafiosa sono stati introdotti soltanto nel 1982 dopo l’attentato al generale Dalla Chiesa. Anche per questo, i grandi autori siciliani avevano sempre evitato l’argomento da Verga a Pirandello sino a Brancati. Sciascia, al contrario, rompe l’omertà e lo fa con il suo stile da narratore di cronaca, apparentemente, come farà più tardi per esempio nel raccontare la scomparsa da Palermo di  o il ritrovamento del corpo di Raymond Roussel all’Hotel des Palmes, in cui i riferimenti ai luoghi reali sono precisissimi. Ne Il giorno della civetta, invece, le descrizioni e l’ambientazione sono reali e vengono dipinti tre paesini del palermitano, ma non sempre vengono citati i nomi, solo le iniziali, come per evocare solo il sapore e l’atmosfera di quelle terre. Eppure, nei paesi di B., C. e S., le descrizioni delle piazze con i campanili, delle stazioni dei carabinieri, le fermate dei pullman, i luoghi degli interrogatori, sono precise ed evocative, quasi come a trascendere il particolare per cogliere lo spirito di qualunque paese di quei luoghi.

Lo stile è quello del giallo. Il giallo come approccio e filosofia per raccontare la realtà. Un “giallo che non è un giallo” per citare Calvino che ne dà delle recensioni entusiastiche, accanto alle tante stroncature dell’epoca. Uno stile che si ritrova ereditato per esempio in Camilleri, anche se nei romanzi di Montalbano l’aspetto descrittivo della Sicilia sottostante è più “turistico”. La Sicilia di Sciascia, “gialla e rugosa. Secca, corrotta e caldissima” dove non piove mai e l’inverno stenta ad arrivare, è invece più problematica, amara, psicologica e dura.

Francobollo commemorativo di Leonardo Sciascia
Francobollo commemorativo di Leonardo Sciascia. Sullo sfondo, la Sicilia.

La trama del libro è ambientata nell’hinterland palermitano dove viene ucciso un imprenditore edile, Salvatore Colasberna. Ma gli omicidi ben presto si moltiplicano, la trama s’infittisce e il giovane capitano dei carabinieri Bellodi indaga insieme al maresciallo Ferlisi, escludendo da subito la pista passionale che sembra troppo scontata ed evidente, come per depistare. E in questo quadro emerge la mafia e il giallo si trasforma in romanzo sociale. Ma la soluzione non è a lieto fine. Il giallo cela trame e intrighi molto più grandi dei protagonisti. Le ultime pagine del libro sono poi ambientate a Parma, ma attraverso lo stratagemma della “proiezione” in cui il legame con la Sicilia è ancora molto forte. La regione, del resto ha conosciuto più di altre il problema dell’emigrazione e dei legami tra gli emigrati e la propria terra, mai troncati e sempre fitti. E la mafia, anche se quella del romanzo è ancora nella sua fase agricola, più che quella internazionale dei nostri tempi, è una rete che esce dalla Sicilia. A Parma, Bellodi, è stato rispedito a casa con il pretesto di una licenza, o forse di un allontanamento causato dall’aver indagato troppo nel vivo. E lì, parlando con il collega di indagini, mentre la loro inchiesta sembra venire annullata da chi è più in alto di loro, progetta il suo rientro in Sicilia, per riprendere la sua battaglia. Questo è il senso del libro e dell’immagine della Sicilia che ci offre. Una Sicilia socioculturale più che turistica, indagata nel suo spirito profondo, più che sulle sue bellezze esteriori. Eppure così vera e in parte immobile, dal 1961 a oggi, come nella massima de Il gattopardo.

 

 

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Camanni, il giallo in Valle d’Aosta

Enrico Camanni
Enrico Camanni, dalla cui penna è nato il personaggio di Nanni Settembrini

La Valle d’Aosta è celebre per le sue montagne, per il meraviglioso Parco Nazionale del Gran Paradiso e, soprattutto, per la neve e gli sport invernali di cui Cervinia e Courmayeur rappresentano i più importanti centri turistici. Da qualche anno la più piccola delle regioni italiane è poi diventata tristemente nota anche per il delitto di Cogne, uno degli episodi di cronaca più sconcertanti e più seguiti dai mass media degli ultimi tempi. Mistero (o delitto?) e montagna (intrisa di solitudine e di un ambiente che stimola la riflessione), è il binomio che caratterizza i romanzi di , che vedono come protagonista un improvvisato investigatore, Nanni Settembrini, che non è né un poliziotto né un detective, bensì una guida alpina capo del Soccorso di Courmayeur. Ogni volta si trova coinvolto nella ricerca di dispersi che si rivelano presto non dei normali incidenti, ma dei fitti misteri che vengono ricostruiti, tassello dopo tassello, in un affascinate puzzle che ha il sapore del giallo.

Nell’ultimo libro, il terzo della saga (Il ragazzo che era in lui, CDA & Vivalda Editori, 2011) Settembrini va in trasferta sulle Dolomiti, ma i primi due gialli sono ambientati appunto in Valle d’Aosta. Enrico Camanni, infatti, prima di essere un romanziere, è un alpinista che ha aperto numerose nuove vie sul Monte Bianco, direttore di alcune scuole di alpinismo e di scialpinismo, ma anche un giornalista che è stato a lungo collaboratore della Rivista della Montagna. È dunque un grande esperto che ha una lunga sfilza di libri e pubblicazioni tecniche e turistiche nel settore. Ma la passione per la narrativa l’ha spinto a cimentarsi, con fortuna, anche in questo genere di avvincente alpinismo letterario in cui si ritrovano descritti in modo preciso i luoghi più dettagliati che solo una guida di montagna può conoscere alla perfezione.

La sciatrice
La sciatrice (CDA & Vivalda Editori, 2006)

La saga di Nanni Settembrini ha inizio con La sciatrice (CDA & Vivalda Editori, 2006) che narra la scomparsa da Toula di una donna, Anna Filippi, che la guida alpina cerca per tre giorni, accompagnato da Linda, in un disperato itinerario invernale tra i ghiacciai del Monte Bianco dove la pista sembra che ogni volta venga beffardamente deviata dal luogo della scomparsa e la trama assume presto i toni del mistero.

Ne L’ultima Camel blu (CDA & Vivalda Editori, 2008), invece, la ricerca è ambientata in una torrida Courmayeur estiva, colpita da un caldo anomalo (ma forse ormai non più di tanto, si sa che il clima sta cambiando e non ci sono più le mezze stagioni) mentre i ghiacciai si sciolgono, le pietre cadono e il cielo è sempre più blu. È infatti Ferragosto e tutto sembra tranquillo mentre le guide festeggiano e ognuno si appresta alla tradizionale grigliata, quando arriva la notizia della scomparsa di alcuni alpinisti che si erano avventurati sul massiccio del Monte Bianco. «Ne mancano tre, due uomini e una donna.» Viene dato l’allarme, ma la ricerca appare subito difficile perché non ci sono indicazioni sulla meta precisa degli escursionisti e, soprattutto, i familiari appaiono un po’ troppo reticenti. L’eroe del soccorso valdostano Nanni Settembrini, questa volta insieme a Ivan Bareux, si deve affidare all’intuito e alla sua esperienza dei luoghi, procedendo per tentoni, senza escludere nessuna possibilità. Ma i giorni passano e non si riesce a trovare nulla, né un segno del loro passaggio, né un qualcosa che lasci presagire a una disgrazia. Nulla tranne un mucchietto di sigarette. Tragedia? Fuga? Ancora una volta il mistero. Mentre la storia si intreccia con le vicende personali di Settembrini, con i suoi problemi di lavoro e di coppia, la svolta delle indagini avviene sul Dente del Gigante (la vetta al confine tra Francia e Italia) dove una traccia, improvvisamente, fa riaprire un’ipotesi che era stata precedentemente esclusa.

 

 

 

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Munari, Nella nebbia di Milano

“– Eh… nebbia, nebbia!
– Ah, questo m’impressiona! Tutto, ma la nebbia.
– A Milano, quando c’è la nebbia non si vede.
– Perbacco… e chi la vede?
– Cosa?
– Questa nebbia, dico?
– Nessuno.”

Bruno Munari, Nella nebbia di Milano, Corraini Ed., gennaio 2008 (5° rist.)*

Munari, Nella nebbia di MilanoQuesto divertente dialogo di Totò, Peppino e… la malafemmina (1956) ha fissato nell’immaginario collettivo il luogo comune di una Milano avvolta dalla nebbia che ha resistito per tutti gli anni ’70. Durante la trasmissione Portobello di Enzo Tortora, nel 1978, c’era chi aveva proposto di abbattere il Passo del Turchino, per arieggiare la pianura padana e risolvere il problema. Ora la nebbia non c’è più, grazie allo smog e all’effetto serra. Nel 1968, quando Bruno Munari ha pubblicato per Emme Edizioni Nella nebbia di Milano, c’era ancora. E questo “itinerario turistico” nel suo grigiore, invece che nei simboli dei suoi monumenti, costituisce una provocazione intelligente, ironica e artistica che si può definire geniale senza il pericolo di abusare di questo termine, sin troppo inflazionato.

Si tratta di un libro di immagini che è in sé un oggetto di design, concepito e assemblato come una macchina per evocare esperienze visive di assenza della realtà, quasi metafisiche, unico nel suo genere. L’esperienza della nebbia è resa attraverso la sovrapposizione di carte lucide, giocando sui colori e sui non colori, con carte interamente illustrate in cartoncino e ritagliate in un libro d’artista. Munari (1907-1998), infatti, è stato molto di più di uno dei più grandi designer milanesi, è stato un grande artista protagonista del XX secolo, legato a movimenti come il Futurismo e a personaggi come Lucio Fontana. Nel 2007, nel centenario della sua nascita, la Rotonda della Besana gli ha dedicato una personale di tutto rispetto.

La sua produzione di libri per bambini (apparentemente per bambini in realtà sono qualcosa che arriva a tutti perché parlano un linguaggio universale che va oltre la comunicazione scritta) ha costituito qualcosa di altamente innovativo. Libri senza parole, libri illustrati (per esempio di Gianni Rodari), ipertesti ante litteram, libri illeggibili (vincitori della Medaglia d’oro della Triennale di Milano nel 1957).

Bruno Munari, Corraini, libri design
Foto di Giliola Chisté | © Corraini

La prima edizione di Nella nebbia di Milano, è una legatura editoriale in cartoncino pesante, con un’illustrazione a colori al piatto superiore. Una definizione un po’ tecnica, ma si tratta di un libro raro e prezioso che fa gola a qualunque collezionista. Il suo valore è stimabile intorno ai due o trecento euro, a trovarlo. Attualmente non è disponibile nessuna copia né su ne su  per citare due dei maggiori portali dedicati al libro da collezione che offrono soltanto delle riedizioni anni ’70 (a € 50/60). Per fortuna, per chi non è interessato ai libri in senso feticistico e storico ma si accontenta dei contenuti, è disponibile nella ristampa di Corraini Edizioni che ai libri di Munari ha dedicato un’intera collana.

Se volete provare a immergervi in questo insolito viaggio nella metropoli lombarda che è uno spietato ritratto di forme nere, stilizzate e geometriche e rivivere l’opaca lattiginosità della nebbia di Milano che si è estinta, lo potete perciò ancora fare.


Eftersom vit är inte smuts, personliga typ av klädsel begränsar också dagliga aktiviteter  festklänningar  , raffinerade lyxiga tyger behöver mer noggrann vård. Inte undra på att vita festklänningar kommer att vara aristokratiska damer favoriter.