Munro, Le lune di giove

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“Oltre alla verga d’oro, riconobbe la carota selvatica. E, invece, chissà cos’erano quei ciuffi di piccoli fiori bianchi, o quelli azzurri dai petali ruvidi, o quelli viola lanuginosi…Si parla tanto dei fiori di primavera, botton d’oro, trillium, e ranuncoli d’acqua, ma lì, a fine estate, c’erano altrettante specie dal nome sconosciuto. C’erano anche ranocchi che le saltavano sotto i piedi, e piccole farfalle bianche, nonché centinaia di insetti che le pizzicavano le braccia nude”

Le lune di Giove (The Moons of Jupiter, 1977), del premio nobel 2013 Alice Munro, è una raccolta di 11 racconti, che appaiono molto omogenei tra di loro, anche se non è facile dire che cosa abbiano effettivamente in comune: forse è solo una somiglianza di famiglia.

Certo, quasi tutte le vicende sono narrate dalla prospettiva di donne mature – donne che si assomigliano tanto da apparire come un’unica protagonista: disinlusa, lucida, autoironica,  eppure coinvolta, a tratti maniacale, mediamente isterica – Ma non sempre c’è un punto di vista privilegiato – una prospettiva “femminile” – talvolta la narrazione è condotta con una voce imparziale e ugualmente inclemente (come in La visita, uno dei miei preferiti).

Sì, sono quasi tutte storie che parlano o che si svolgono sullo sfondo di relazioni sentimentali fallite o zoppicanti (non a caso uno dei racconti s’intitola Storie finite male), ma non sempre si tratta propriamente di rapporti amorosi – così, ad esempio, in Le lune di Giove,  che da il titolo all’intera raccolta, il legame imperfetto è quello tra genitori e figli – Spesso poi la relazione è più che altro evocata, è il trascorso oltre il quale si svolge la narrazione oppure non c’è affatto (o magari è solo vagamente fantasticata, come nello splendido La stagione dei tacchini).

Il caso, o, meglio, l’attimo che cambia o non cambia la vita svolge un ruolo importante in alcuni dei racconti (come in L’incidente o in Festa di fine estate), ma non aspettatevi storie estreme o finali ad effetto. Al contrario. Un aspetto che accomuna tutte le storie è proprio la loro dimensione quotidiana, prosaica: è la loro normalità, il loro gusto di già vissuto, a dare una cifra universale a queste vicende. Quello che c’è di straordinario è semmai lo sguardo di Alice Munro, la sua scrittura leggera eppure poderosa, la sua straordinaria abilità nel tracciare in poche righe complicati profili psicologici, la sua capacità di radiografare gli eventi più comuni (la fine di una relazione, una partita a carte, una lite banale) con una vista a raggi X – che ne svela struttura e ingranaggi.

Infine, tutti i racconti hanno in comune  il Canada: un Canada talvolta rurale, agreste, o fatto di piccole (noiose, borghesi) cittadine oppure il caos tranquillo di Toronto. Una delle ambientazioni privilegiate è certamente la regione dell’Ontario (il lago Dalgleish, Kingston, la già citata Toronto), dove Munro è nata e dove tutt’ore risiede, ma non mancano escursioni in altri scenari, come l’isola di Saint John (al largo della costa meridione del New Brunswick), dove si svolge il tranquillo soggiorno della protagonista di Dulse – un eccellente esempio di una narrazione in cui non succede nulla – solo incontri di fuggita, dubbi sottointesi.

Un premio nobel meritato. Le lune di Giove mi ha entusiasmato e non mancherò di leggere altri testi di Alice Munro.

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