Joe R. Lansdale, Una stagione selvaggia

“- Non sei divertente come credi, Hap. Merda, avrei preferito che quella troia se ne fosse stata alla larga.
– Non chiamarla così.
– E’ quello che è. Arriva, e tu cominci a comportarti in modo strano.
– Strano come?
– Trasognato, cucciolone, a parlare dei bei tempi andati, menandomela con quelle storie moraleggianti anni Sessanta. Io c’ero, amico, ed era come negli anni Ottanta, solo con le magliette psichedeliche.”

Lansdale, Una stagione selvaggia28 dicembre, il freddo polare, i postumi dei pranzi natalizi e nessuna voglia di rimettersi al lavoro. Cosa c’è di meglio che starsene a poltrire sotto le coperte, con l’alibi dell’influenza e un libro di Joe R. Lansdale tra le mani?

Tra le mani mi è capitato Una stagione selvaggia, il primo romanzo della serie che vede protagonisti Hap e Leonard, non il migliore ma pur sempre godibilissimo perché Lansdale non sbaglia un colpo.

Hap Collins e Leonard Pine sono i protagonisti di storie tra il noir, il pulp e il grottesco, inventate dalla penna e dalla fantasia di Lansdale e ambientate nel Texas orientale.

In Una stagione selvaggia i due amici si uniscono a uno strampalato gruppo di idealisti nostalgici degli anni Sessanta che intendono recuperare un bottino sepolto nelle viscere di un fiume.

Un lavoro apparentemente facile, ma le cose si complicano inaspettatamente. Hap e Leonard riusciranno a salvarsi da una situazione dannatamente intricata con molta fortuna e qualche ferita.

Oltre ai dialoghi brillanti, alle risate irriverenti, ai colpi di scena, all’ambientazione di genere in un’America profonda, violenta e depressa ma autentica, in Una stagione selvaggia c’è anche il confronto di Lansdale con l’eredità degli anni Sessanta.

Idealisti contro cinici, sono questi ultimi, nei panni di Hap e Leonard, ad avere la meglio. Lo spirito degli anni Sessanta non può rinascere. Non è possibile oggi nessuna forma sensata di impegno politico.

Contro i pregiudizi, contro la violenza, contro l’emarginazione, resta soltanto il potere liberatorio e sovversivo della risata.

Info

Una stagione selvaggia è un romanzo di Joe R. Lansdale del 1990, pubblicato in Italia da Einaudi nel 2006. Il titolo originale è Savage Season.

Link

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Scerbanenco, I Milanesi Ammazzano al Sabato

“Sapeva che non doveva andare in via Ferrante Aporti 86, ma appena ebbe riprese fiato e il dolore al ginocchio si fu un pò calmato, si alzò e imboccò via Ferrante Aporti”

In via Ferrante Aporti c’è quasi sempre posto per la macchina, perchè di notte molti hanno paura ad andarci. Per me invece Via Ferrante Aporti è un luogo mistico. La faccio sempre a piedi per andare e venire dalla Stazione Centrale. E’ soprattutto nelle notti d’inverno che mi piace camminare in via Ferrante Aporti a Milano, con il freddo umido e pungente, il rumore ovattato dei treni e le luci dei pochi lampioni riflessa dalla nebbia.

scerbanenco, i milanesi ammazzano al sabatoQuesta è la Milano che ho ritrovato nei racconti di Giorgio Scerbanenco, milanese ucraino e maestro del noir italiano, che ha scelto questa via adiacente alla ferrovia per ambientare una delle scene cruciali di I milanesi ammazzano al sabato.

Poco lontano da qui, oltrepassato il tunnel sotto la ferrovia, c’è la via Gluck resa famosa dalla canzone di Celentano, più o meno negli anni stessi anni in cui Scerbanenco scriveva e in cui la città era già stata asfaltata dal progresso e dalle speculazioni edilizie.

Per una macabra coincidenza poco lontano da qui, quarant’anni dopo, e ancora un sabato notte, l’assurdo omicidio di Abba, storia vera e degradante di una Milano (e di un’Italia) impaurita.

Quelle di Scerbanenco sono storie così, tragiche piccole storie di milanesi qualunque, sofferenti nella vastità notturna di una città che da poco, siamo negli anni sessanta, è diventata metropoli.

Una delle caratteristiche dei noir di Scerbenenco è la freddezza e il distacco con cui è rappresentato il mondo criminale. Nessuna attrazione e nessuna comprensione per i carnefici, che cadono quasi sempre per la propria arroganza e stupidità, piuttosto che per le indagini della polizia. Siamo molto lontani, per fare un esempio, dall’epica di Romanzo Criminale.

Sono immigrati meridionali malavitosi e prostitute alcolizzate, onesti ma tristi impiegatucoli e avidi imprenditori. Milanesi, appunto, che ammazzano al sabato perché gli altri giorni devono andare in ufficio. E’ l’anima nera di una città che era allora il simbolo del miracolo economico italiano.

Sono le piccole vicende criminali che compaiono un giorno nei notiziari e poi finiscono per essere dimenticate, destinate a restare irrisolte. E sono i casi che cerca di risolvere Duca Lamberti, poliziotto triste e un pò anarchico, idealista e disincantato.

La Milano di Scerbanenco è livida, notturna, inafferabbile. Labirintica, logorata dall’avidità e dalla corsa all’arricchimento personale. Dove pesce grosso mangia pesce piccolo e pesce piccolo mangia pesce ancora più piccolo.

Gianrico Carofiglio, Ad occhi chiusi

“Più o meno di sinistra, più o meno intellettuali, più o meno senza problemi di denaro”.

Gianrico Carofiglio, Ad occhi chiusiL’avvocato Guerrieri è un pò radical chic, un pò disilluso ma fondamentalmente onesto e generoso. L’amore per i libri e il cinema d’autore, la descrizione malinconica e un pò compiaciuta di serate solitarie in casa trascorse a prepararsi gli spaghetti con la bottarga, ad ascoltare dischi di Lou Reed in vinile. Figura letteraria già vista e fin troppo famigliare ai lettori, eppure funziona. Forse perchè anche noi lettori ci riconosciamo, più o meno di sinistra e più o meno intelletttuali, più o meno disillusi.

E poi perché Gianrico Carofiglio, che nella vita di tutti i giorni è magistrato (e ora pure senatore nelle file del Pd), scrive bene: un linguaggio essenziale con qualche efficace escursione di lirismo, come quando descrive un’affascinante Bari vecchia, tra malavita d’altri tempi, indolenza mediterranea e locali alternativi. Carofiglio scrive delle cose che sa, di tribunali e di casi giudiziari, di spacciatori, evasori fiscali e avvocati viscidi. Un ritratto un pò deprimente, riscattato dalla presenza di personaggi enigmatici e di grande forza morale come (Suor?) Claudia, attorno a cui si sviluppa il senso di mistero che tiene in piedi la narrazione.

Ad occhi chiusi, secondo romanzo di Carofiglio, ha anche il merito di affrontare con intelligenza l’argomento della violenza sulle donne, della violenza all’interno della famiglia, in gran parte imputabile a un maschilismo medievale che nel ventunesimo secolo appesta ancora la società italiana. Dalla scrittura di Carofiglio emerge dunque un ritratto parziale ma credibile dell’Italia di oggi, in paralizzante crisi d’identità. Come accade in alcuni libri di Camilleri, si percepisce uno sfondo di immobilità, una rabbia incapace di tramutarsi in lotta, una società in sofferente mutazione.

Gianrico Carofiglio. Ad occhi chiusi. Sellerio, 2003

Buzzati, Un amore

“Ancora quella sensazione di essere entrato in un sogno sbagliato e non adatto a lui, e una forza di gran lunga superiore alla sua volontà e alle sue convinzioni lo trascina via quasi egli fosse un povero disgraziato qualsiasi e non un uomo di cinquant’anni, con la sua rispettata posizione nel mondo”

Una delle cifre dei grandi scrittori è la capacità di raccontare storie universali, storie in cui ognuno di noi riesce a rispecchiarsi – a immedesimarsi, ma anche riconoscersi – pur se non le ha mai vissute. Qui poi è la storia più universale di tutte, la storia di un amoreuno tra i tanti, di quelli con la ‘a’ rigorosamente minuscola propria delle passioni sfrenate che possono nascere solo per chi non le ricambia – e proprio per la sua dimensione universale, perchè tutti più o meno ci si sono trovati in mezzo, è una storia così difficile da raccontare. E Dino Buzzati è bravissimo a farlo.

Un amore (1963) narra di Antonio Dorigo, un affermato architetto di 49 anni, uno scapolo che ha sempre avuto problemi a intrecciare relazioni amorose o anche solo sessuali, che s’innamora come un’adolescente, senza apparenti ragioni, di una prostituta di nemmeno 20 anni (né bella, né simpatica, né intelligente) che non lo ricambia affatto.

La dinamica dell’innamoramento e i tormenti della gelosia mi hanno ricordato la passione di Swann per Odette (o quella dello stesso Marcel per Albertine) – ma è solo un caso, è solo la stessa eterna storia che si ripete.

Per Antonio si apre un (prevedibile) baratro di umiliazioni, inganni, tormenti, gelosie e degradazione: un caduta di cui egli si rende perfettamente conto, ma che non riesce ad impedire. E nell’inevitabile placarsi finale della tempesta non c’è nessuna pace, solo senso di vuoto e futilità. La vita è passata.

La narrazione, fluida, a tratti concitata, mischia, senza soluzione di continuità, il punto di vista esterno e oggettivo con le riflessione del protagonista – riportate con lo stile di un ininterrotto flusso di coscienza, talvolta delirante, giustamente incurante della sintassi, dove non manca qualche intersezione onirica. Il risultato è quello di una completa sumpateia con questo patetico uomo di mezza età – una immedesimazione totale e crudele, come un brutto ricordo.

Come nel più famoso Il deserto dei Tartari, anche qui Buzzati è un maestro nel descrivere l’incapacità di vivere: il senso di sconforto dell’essere uno spettatore impotente della propria esistenza.

In questo blog di Buzzati è recensito anche Sessanta racconti