Vonnegut, Mattatoio n.5

“Quasi non ci sono personaggi in questa storia e quasi non ci sono confronti drammatici, perché la maggior parte degli individui che vi figurano sono malridotti, sono solo trastulli indifferenti in mano a forze immense.”

Kurt Vonnegut, Mattatoio n.5 o La crociata dei bambini, Feltrinelli.

Vonnegut, Mattatoio n.5Billy Pilgrim è un tipo strambo. Billy Pilgrim ha viaggiato nel tempo: avanti e indietro per i diversi momenti della sua vita – mai più avanti, mai più indietro, mai da un’altra parte. Billy Pilgrim è nato, si è sposato con una donna brutta e ricca, è stato fatto prigioniero dai tedeschi, ha assistito al bombardamento di Dresda, è diventato un ottico importante, ha fatto due figli ed è morto.

Ma non in quest’ordine. La sua vita è un guazzabuglio di salti-spazio temporali e Billy si trova sempre a improvvisare una parte che non conosce o a rivivere un momento del suo futuro o del suo passato – entrambi i concetti non hanno molto senso per lui.

Billy Pilgrim è stato anche rapito dai trafalmadoriani, degli extra-terresti che vivono in 4 dimensioni, riescono a vedere il tempo in tutti i suoi momenti e hanno insegnato a Billy che il libero arbitrio non esiste, perchè è impossibile cambiare un futuro che è già stato e sempre sarà, ma che non esiste nemmeno la morte, perchè chi è morto nel presente, è ancora vivo nel passato – e, del resto, tutti siamo morti in qualche futuro.

Nessuna libertà, insomma. Non possiamo che restare a guardare ciò succede (e sempre è successo e succederà), non possiamo che fare ciò che facciamo e che, quindi, dobbiamo fare, senza poter cambiare nulla, senza responsabilità, ma anche senza paura.

O forse Billy Pilgrim non ha viaggiato nel tempo, forse non è neppure stato su Trafalmadore, ma si è semplicemente rincitrullito dopo un incidente aereo. Del resto cosa mai cambierebbe? Anche se la concezione trafalmadoriana dell’esistenza fosse un’assurdità, non per questo si potrebbe dire che Billy Pilgrim abbia mai avuto il controllo della propria vita, o che avrebbe potuto cambiare qualcosa nelle tragedie storiche cui ha assistito. Billy e gli altri resterebbero comunque spettatori inerti e non troppo interessati di uno spettacolo gestito da forze immense.

Certo, un libro contro la guerra, che è sempre una crociata di bambini, una critica dura e, a tratti, esplicita del mito americano e delle sue implicazioni sociali, ma, come tutti i capolavori, Mattatoio n.5, non ruota attorno ad un unico tema, ma fa vagare il suo sguardo dolce-amaro tra tutte le pieghe di quella commedia tragica che è sempre la vita (che sempre è stata e sempre sarà).

Montaldi, Il mercante di lana

Valeria Montaldi
Valeria Montaldi

“La Val d’Aosta, come molte altre valli alpine, è ricca di leggende. Quella della ‘Città di Felik’ è una delle più antiche della valle di Gressoney. Questo romanzo è nato dall’esigenza di inventare una storia che coniugasse il mito con le vicende del popolo walser, presente in questo territorio già dal 1200” più precisamente con un’ambientazione “nella prima metà del XIII secolo, cioè trent’anni dopo il primo insediamento dei walser”.

Valeria Montaldi, Il mercante di lana, Piemme, 2001

Così si legge nell’introduzione de Il mercante di lana romanzo di esordio di Valeria Montaldi che è appena stato ristampato nelle edizioni BUR (2011).

Un libro importante, dunque, che ha vinto i premi Ostia Mare di Roma, Città di Cuneo e Frignano. L’autrice è specializzata nel romanzo storico ambientato nel 1200 e questo suo primo lavoro fa parte di una tetralogia che include Il signore del falco (Piemme, 2003), Il monaco inglese (Rizzoli, 2006) – entrambi finalisti al Premio Bancarella – e Il manoscritto dell’imperatore (Rizzoli, 2008), vincitore del Premio Saturo d’Argento 2009 e del Premio Rhegium Julii.

Frate Matthew è un inglese che, sentendosi in colpa per la morte di una ragazza accusata di stregoneria, reo di averla ospitata, è costretto a lasciare il suo convento per intraprende un lungo viaggio per l’Europa. Il romanzo, di circa 450 pagine, ha inizio con l’incontro, nel Canton Vallese svizzero, tra il frate e un mercante di lana e tessuti pregiati che, vedendolo provato dalle fatiche, lo invita a unirsi al suo gruppo per attraversare le Alpi al sicuro dai molti pericoli.

Il mercante di lana, edizione BUR 2011 In questo modo il protagonista giunge nella vallata sotto il Monte Rosa, l’attuale Gressoney, precisamente nel paese di Felik dove vive una comunità di mercanti e tessitori di lana di origine tedesca. Non si tratta di un Medioevo romantico e di sottofondo, ma di una perfetta e ponderata ricostruzione storica che indaga sulle radici di una minoranza culturale valdostana che esiste ancora oggi, che ha un fascino tutto particolare e che si può anche riscoprire con un viaggio in Val d’Aosta nelle valli dell’Evançon e del Lys, per chi ama rivivere le atmosfere dei libri visitandone i luoghi (una proposta di itinerario sulle orme Walser).

Del resto per la Montaldi scrivere un romanzo storico “non è spiattellare due personaggi su uno sfondo di cartone, ma cercare di ricreare il pensiero, il modus vivendi di un’epoca” anche nei dettagli geografici di paesaggi e antichi castelli oggi in rovina. Fantasia e realtà storica convivono mescolate in modo indistinguibile, per esempio nelle vicende della famiglia Challant che realmente dominò quel territorio per circa due secoli. La piccola comunità walser di Felik, città della leggenda, è invece collocata a 2.000 metri di altezza, sotto la montagna di ghiaccio, dove un tempo, secondo le fonti storiche, prosperavano coltivazioni di cereali dovute alle condizioni climatiche miti che lambivano quel luogo. Il che permetteva di sopravvivere nonostante l’altitudine e di far sì che Felik fosse il punto di partenza per i viaggi dei commercianti in tutta Europa, attraverso i passaggi dei valichi sul Monte Rosa e della Svizzera oggi ricoperti dai ghiacci ma che conservano le tracce di quegli antichi sentieri.

La meta del frate non è casuale, ma frutto di una profezia. Un grave pericolo incombe sulla ricca comunità di mercanti walser.

“Sono tornata, frate Matthew, per dirti di non tormentare la tua anima con colpe che non hai… Andrai cercando un villaggio abitato da ricchi mercanti, fra monti tanto più scoscesi di quanto tu ne abbia mai visti: lo chiamano Felik…”

Attraverso questo sogno Matthew vede il destino che minaccia la comunità e per questo decide di deviare il suo itinerario per avvertirli e salvarli da quel che li spetta. È infatti la prosperità e la ricchezza di questi uomini che li ha resi avidi e insensibili ai bisogni dei meno abbienti la causa di tutto. Il personaggio più significativo di questa mancanza di etica è Hermann, assetato di denaro e di potere, disposto a ogni cosa pur di ottenere la nomina di vassallo dal signore del luogo.

La strana atmosfera del villaggio dove il cuore di tutti sembra essersi inaridito, secondo la profezia è destinata a perdurare sino al giorno in cui una fitta neve tinta di rosso inizierà a cadere. Riuscirà il frate a farsi ascoltare e a impedire che si compia il tremendo destino?

Di seguito le principali edizioni:

– BUR Biblioteca Universale Rizzoli  2011 (collana Narrativa) € 10,90
– Piemme  2007 (collana Bestseller) € 11,00
– Piemme 2001 € 18,08 (462 p., ill.)
Il mercante di lana – Il signore del falco Piemme  2005, (collana Piemme pocket) € 9,90 (647 p., Brossura)

Acava Mmaka, Il viaggio capovolto

Tra gli innumerevoli libri che narrano di viaggi in Africa vale la pena di segnalare quello controcorrente di Valentina Acava Mmaka, edito da Epoché, che rovescia la tradizionale rotta dei migranti per raccontare la storia di chi dall’Italia sceglie di andare a vivere in Africa.

“Il nomadismo è insito nel mio Dna, è la chiave della mia creatività. Trovo ostinatamente infantile l’idea che si possa nascere, vivere e morire nello stesso luogo.”

Valentina Acava Mmaka, Il viaggio capovolto, Epoché ed., 2010

Il viaggio capovolto, Mmaka
"Il viaggio capovolto" di Valentina Acava Mmaka.

Tra gli innumerevoli libri che narrano di viaggi in Africa vale la pena di segnalare quello sui generis e controcorrente di Valentina Acava Mmaka, edito da Epoché una bella casa editrice che punta a tradurre in italiano autori del terzo mondo che all’estero sono piuttosto conosciuti e apprezzati.

Il viaggio capovolto rovescia la tradizionale rotta dei migranti per raccontare la storia, dai risvolti autobiografici, di chi dall’Italia sceglie di andare a vivere in Africa.

Nata a Roma nel 1971, l’autrice è poi cresciuta in Sudafrica e in Kenya ed è qui che, seguendo un richiamo atavico, ha deciso di tornare a vivere con le sue tre figlie avute con Peter Kuria Asamba, musicista e danzatore keniota che ha contribuito alla realizzazione del libro. Valentina è una reporter e una mediatrice culturale che per anni si è occupata di cooperazione e sviluppo dei paesi del Terzo Mondo ed è presidente e fondatore dell’associazione Soggetto nomade.

Questo romanzo scritto in prima persona, mescola lo stile narrativo con il sapore della docu-fiction e qualche riflessione che sfiora la saggistica. Valentina ha la pelle bianca ma è africana dentro e il suo mal d’Africa la spinge a questa migrazione al contrario insieme alle figlie che per la prima volta vedranno questa terra e si immergeranno in un mondo completamente diverso da quello dove sono nate e vissute. Un viaggio a ritroso anche rispetto al suo precedente libro, Cercando Lindiwe, che narrava il difficile ritorno dall’esilio nella sua terra natale di una sudafricana liberata dall’apartheid.

Il suo ritorno alle origini e ai luoghi della sua infanzia è determinato da antichi legami con questi luoghi che hanno ragioni sentimentali, ma anche culturali e artistici. La sua è una scelta di vita di donna, di madre e di professionista.

“Porto dentro l’incantamento di percezioni ed emozioni, forti e radicali, incontri e affetti che hanno trasformato la mia esistenza tanto da sentirmi oggi privilegiata rispetto a qualsiasi altro tipo di vita immaginabile”.

Valentina Acava Mmaka
Valentina Acava Mmaka

Attraverso le pagine del suo libro il lettore ha così la possibilità di viaggiare alla scoperta di risvolti raccontati da un punto di vista alternativo che descrive un altro modo di viaggiare rispetto agli schemi del turismo occidentale. Perché il suo non è un viaggio ma un ponderato ritorno alle origini. Nei luoghi del Kenya e a Zanzibar non ci sono solo i ritmi africani, i colori vividi e i profumi di spezie. Si va ben oltre la superficialità dei paesaggi da cartolina e si entra nella descrizione della vita quotidiana e vera della gente, toccando temi come la difesa dei diritti dell’uomo, il miglioramento delle proprie condizioni di vita le narrazioni di ciò che avviene nelle baraccopoli e negli slum di Nairobi e di Mombasa.

“Lo slum è un mondo urbano sommerso, la coscienza sporca dei regimi coloniali, della politica ostruzionista interna. (…) Sono luoghi informali, che non hanno riconoscimento da parte del governo, considerati abusivi. Gli slum sono le discariche umane delle grandi città. Visti da lontano, in prospettiva, questi agglomerati urbani che si ampliano sempre più di anno in anno appaiono come bocche gigantesche che fagocitano vite umane… tuttavia sono enormi sorgenti di persone, idee, motivazioni, esperienze che se messe nelle condizioni di esprimersi e confrontarsi partendo dalle loro potenzialità per arrivare a una soluzione dei problemi che li affliggono, possono rivelarsi i luoghi da cui iniziare una rivoluzione che porti alla crescita e allo sviluppo degli stessi.”

È il patrimonio inestimabile di risorse umane e naturali da rivalutare e riscattare che spicca. La gente che ha voglia di non arrendersi, che studia e lotta, si occupa di letteratura, scrive poesie struggenti. E l’attesa è l’elemento che più differenzia la sua Africa dalla nostra cultura. L’attesa, lì, non è inerzia né immobilità. È la dilatazione del tempo e la pazienza di un popolo. È un modo di vivere senza frenesia, scadenze e ansia. Il mal d’Africa è perciò determinato da un panorama culturale e umano, oltre che geografico, nella terra dove “esiste sempre una seconda possibilità”.

Camanni, il giallo in Valle d’Aosta

Enrico Camanni
Enrico Camanni, dalla cui penna è nato il personaggio di Nanni Settembrini

La Valle d’Aosta è celebre per le sue montagne, per il meraviglioso Parco Nazionale del Gran Paradiso e, soprattutto, per la neve e gli sport invernali di cui Cervinia e Courmayeur rappresentano i più importanti centri turistici. Da qualche anno la più piccola delle regioni italiane è poi diventata tristemente nota anche per il delitto di Cogne, uno degli episodi di cronaca più sconcertanti e più seguiti dai mass media degli ultimi tempi. Mistero (o delitto?) e montagna (intrisa di solitudine e di un ambiente che stimola la riflessione), è il binomio che caratterizza i romanzi di , che vedono come protagonista un improvvisato investigatore, Nanni Settembrini, che non è né un poliziotto né un detective, bensì una guida alpina capo del Soccorso di Courmayeur. Ogni volta si trova coinvolto nella ricerca di dispersi che si rivelano presto non dei normali incidenti, ma dei fitti misteri che vengono ricostruiti, tassello dopo tassello, in un affascinate puzzle che ha il sapore del giallo.

Nell’ultimo libro, il terzo della saga (Il ragazzo che era in lui, CDA & Vivalda Editori, 2011) Settembrini va in trasferta sulle Dolomiti, ma i primi due gialli sono ambientati appunto in Valle d’Aosta. Enrico Camanni, infatti, prima di essere un romanziere, è un alpinista che ha aperto numerose nuove vie sul Monte Bianco, direttore di alcune scuole di alpinismo e di scialpinismo, ma anche un giornalista che è stato a lungo collaboratore della Rivista della Montagna. È dunque un grande esperto che ha una lunga sfilza di libri e pubblicazioni tecniche e turistiche nel settore. Ma la passione per la narrativa l’ha spinto a cimentarsi, con fortuna, anche in questo genere di avvincente alpinismo letterario in cui si ritrovano descritti in modo preciso i luoghi più dettagliati che solo una guida di montagna può conoscere alla perfezione.

La sciatrice
La sciatrice (CDA & Vivalda Editori, 2006)

La saga di Nanni Settembrini ha inizio con La sciatrice (CDA & Vivalda Editori, 2006) che narra la scomparsa da Toula di una donna, Anna Filippi, che la guida alpina cerca per tre giorni, accompagnato da Linda, in un disperato itinerario invernale tra i ghiacciai del Monte Bianco dove la pista sembra che ogni volta venga beffardamente deviata dal luogo della scomparsa e la trama assume presto i toni del mistero.

Ne L’ultima Camel blu (CDA & Vivalda Editori, 2008), invece, la ricerca è ambientata in una torrida Courmayeur estiva, colpita da un caldo anomalo (ma forse ormai non più di tanto, si sa che il clima sta cambiando e non ci sono più le mezze stagioni) mentre i ghiacciai si sciolgono, le pietre cadono e il cielo è sempre più blu. È infatti Ferragosto e tutto sembra tranquillo mentre le guide festeggiano e ognuno si appresta alla tradizionale grigliata, quando arriva la notizia della scomparsa di alcuni alpinisti che si erano avventurati sul massiccio del Monte Bianco. «Ne mancano tre, due uomini e una donna.» Viene dato l’allarme, ma la ricerca appare subito difficile perché non ci sono indicazioni sulla meta precisa degli escursionisti e, soprattutto, i familiari appaiono un po’ troppo reticenti. L’eroe del soccorso valdostano Nanni Settembrini, questa volta insieme a Ivan Bareux, si deve affidare all’intuito e alla sua esperienza dei luoghi, procedendo per tentoni, senza escludere nessuna possibilità. Ma i giorni passano e non si riesce a trovare nulla, né un segno del loro passaggio, né un qualcosa che lasci presagire a una disgrazia. Nulla tranne un mucchietto di sigarette. Tragedia? Fuga? Ancora una volta il mistero. Mentre la storia si intreccia con le vicende personali di Settembrini, con i suoi problemi di lavoro e di coppia, la svolta delle indagini avviene sul Dente del Gigante (la vetta al confine tra Francia e Italia) dove una traccia, improvvisamente, fa riaprire un’ipotesi che era stata precedentemente esclusa.

 

 

 

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Speroni, I diavoli di via Padova

“Il market più vicino è verso viale Monza, sull’angolo della piazzetta dei Transiti, l’unico rettangolo verde nel nostro quadrilatero. Sulla piazzetta si affaccia la casa occupata, sotto perenne minaccia di sfratto, E’ occupata dal 1978. Al piano terra, due vetrine sulla piazza, c’è l’ambulatorio popolare a quindici anni offre consulenza sanitaria gratuita agli immigrati e a chiunque ne abbia bisogno […] Anche l’ambulatorio è sotto sfratto.
Lo slargo di via dei Transiti somiglia a una piazza di paese, che però dà su una strada ad alto scorrimento, viale Monza. Un’intimità fratturata da un fiume metallico”

Matteo Speroni, I diavoli di via Padova, Cooper, 2010

Milano Nord-Est (MM1, fermate di Pasteur, Rovereto, Turro, a sole 6-8 fermate dal Duomo), ossia la zona di via Padova, un quadrilatero di strade che, da tempo, è al centro di forti flussi migratori –  a partire dagli anni cinquanta, si è registrata una forte immigrazione interna di operai (per lo più meridionali) impiegati nelle industrie vicine al quartiere, cui,  a partire dagli anni sessanta, si sono aggiunte piccole comunità di migranti stranieri (soprattutto dal Corno d’Africa e dal Maghreb), per arrivare, oggi, alla convivenza di circa 194 differenti etnie in un’area di c.a. 9 km.

Questa Babilonia è l’indiscussa protagonista del romanzo di Matteo Speroni – che no, non è un noir, bensì la descrizione, realistica e niente affatto edulcorata, della vita in una zona multietnica, delle sue piccole storie di miseria, violenza, riscatto e amicizia.

Il finale, forse, è un po’ scontato, ma non è importante: la vicenda del protagonista è solo un pretesto per raccontare tutte le storie che gli assomigliano e tutte quelle che gli ruotano intorno, per parlare di un quartiere perennemente appeso sul baratro del degrado (personalmente spero nella nuova amministrazione – che, certo, non potrà essere più miope di quella precedente – ma per ora i risultati non si vedono).

Müller, In viaggio su una gamba sola

Herta Müller, In viaggio su una gamba sola ( Reisende auf einem Bein, 1989, trad. it. Marsilio 1992)

Il racconto di quello che Irene vede, e deforma, attraverso i suoi occhi. Sono i sogni e gli incubi di Irene. Gli incontri – stralci di amori – i dialoghi spezzati. Un flusso di coscienza frantumato in brevi periodi sintattici. Un flusso di coscienza zoppicante. Su una gamba sola, appunto.
Uno stile narrativo originale, che stanca prestissimo. Molto brava la traduttrice, Lidia Castellani. Un flusso di coscienza frantumato

Irene, come Herta Muller, è una profuga che fugge da un regime dittatoriale e chiede asilo in Germania, ottenendo poi la nazionalità tedesca – eppureè difficile ritenere che questo strano libro possa in qualche modo essere autobiografico – tanto è tutto esasperato, onirico, irreale, così teso in uno sforzo intimista che, alla fine, di intimo non rimane nulla.

Troppa poesia, si potrebbe dire – ottima poesia, sia detto, a molti di sicuro piacerà. Anche il tentativo – mai dichiarato, ma così palesemente inseguito – di rendere  (displacement, come si suol dire) dei profughi, o degli stranieri in genere – Reisende auf einem Bein, letteralmente: i viaggiatori su una gamba sola il loro difficile rapporto con le città d’accoglienza, alla fine fallisce – resta solo il compiacimento per la personalità borderline di Irene – il compiacimento artistico.

Nel 2009 Herta Müller ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura, con la seguente motivazione: «Con la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa ha rappresentato il mondo dei diseredati». Ma io non ho letto altri libri.


Vernant, L’universo, gli dei, gli uomini

Jean-Pierre Vernant, L’universo, gli dei, gli uomini (L’Univers, les Dieux, les Hommes, 1999, trad. it. Einaudi, 2005)

La mitologia greca e i suoi luoghi: Cipro (dove nacque venere), Tebe (città di Dioniso e della tragedia d’Edipo), il monte Olimpo (la casa degli dei), la Tessaglia (dove, sul monte Pelio, ebbero luogo le nozze tra Peleo e Teti), la Triade (dove, sul monte Ida, visse Paride, figlio di Priamo, re di Troia), le isole greche teatro dell’odissea.

Jean-Pierre Vernant, storico e antropologo francesce, scomparso nel 2007, era e rimane a tutt’oggi uno dei maggiori esperti di mitologia greca, materia che ha saputo leggere ed interpretare con uno sguardo profondo e originale. Tuttavia, non direi proprio che sia un bravo narratore (il genere letterario non gli si addice).

L’universo, gli dei, gli uomini è, essenzialmente, un libricino divulgativo, che racconta i miti più noti e importanti: Vernant ci aggiunge poco suo. Eppure quel poco già giustifica l’acquisto e la lettura del libro. Con poche osservazioni, Vernant è riuscito a farmi leggere le storie che già conoscevo attirando la mia attenzione su aspetti che mi erano sfuggiti (come il rapporto col cibo, che ritorna in molti miti) o  fornendomi nuove chiavi interpretative (come nel racconto su Edipo, forse quello che mi è piaciuto di più).

Rumiz, Annibale

“Canne della Battaglia va raggiunta così, controvento, lontano dalle grandi strade, col sole di mezza estate allo zenit, nella controra quando l’ombra è pesante, i fantasmi escono come a mezzanotte, e i trapassati – come temeva Pitagora – si arrampicano per le radici delle fave. Caldo tremendo: come quel 2 agosto del 216 avanti Cristo, quando in un pomeriggio Annibale distrusse otto legioni.”

Paolo Rumiz, Annibale, Feltrinelli, 2008

Paolo Rumiz, AnnibaleI libri di Paolo Rumiz sono una pratica di liberazione dal concetto stesso di vacanza. Oggi che anche le città diventano brand e che l’esotico viene inventato ad uso e consumo dell’industria turistica, oggi che ci si sposta in continuazione e velocemente ma viaggiare è diventato difficilissimo, il giornalista e scrittore triestino è uno degli ultimi grandi viaggiatori, colui che ha dimostrato che la Trebbia può essere evocativa quanto il Mekong.

Con Tito Livio e Polibio nella borsa, Rumiz va solitario o con compagni di strada su e giù per l’Appennino, i Pirenei e le Alpi, a zigzag per i paesi del Mediterraneo sulle tracce di Annibale il Cartaginese, l’uomo che duemila e duecento anni fà partì dall’odierna Tunisia con 100 mila uomini al seguito, cavalli ed elefanti, attraversò la Spagna e la Francia, i Pirenei e le Alpi, calò sull’Italia dove sconfisse più volte i Romani, si alleò con le popolazioni locali e nel bene o nel male si trasformò in mito. Che si svela ancora oggi nei luoghi più impensati, dall’Armenia alla Calabria.

Sant’Antioco, Cartagena, Canne della Battaglia, Eraklion. Il pellegrinaggio di Rumiz è un viaggio nello spazio e nel tempo, sempre molto distante da quei non luoghi e ‘depistaggi della contemporaneità’ che sono le autostrade. Sulla ‘strada dei secoli’, sull’Appennino e sui Pirenei il mondo antico diventa contemporaneo, si abbattono i confini anche culturali che separano i paesi del Mediterraneo. Nord e Sud, Europa e Africa, Occidente e Oriente sono opposizioni la cui forza sbiadisce di fronte a un paesaggio impregnato di secoli di storia condivisa.

Come il precedente E’ Oriente, Annibale è una raccolta degli articoli che ogni estate Rumiz scrive per Repubblica e che sono reperibili on line. Ma in questo caso il libro è molto più della somma degli articoli.

Gianni Mura, Giallo su giallo

“Il settanta per cento del cassoulet è costituto da fagioli bianchi, il resto da pezzi di carne. I fagioli più pregiati sono quelli di Tarbes, ma vanno bene anche quelli di Castelnaudary, Lavenet, Mazères. Varietà lingot o coco, tassativo. In Italia consigliabili quella della Val Nervia. La Trinità si scinde sul trenta per cento. Solo maiale a Castelnaudary, aggiunta di agnello e pernice rossa a Carcassonne, un pò meno d’agnello e anitra al posto della beccaccia a Tolosa.”

Titolo e macchia di sangue in copertina non traggano in inganno. Giallo su Giallo di Gianni Mura (Feltrinelli, 2007) non è propriamente un giallo. Gli omicidi sono un diversivo. O meglio, un espediente per trasformare in racconto i chilometri macinati da Gianni Mura al seguito del Tour de France. E’ un omaggio del più grande grande giornalista sportivo vivente alla Francia, alla sua gastronomia, alla sua letteratura. Non a caso l’ispettore che si occupa di indagare sui fatti criminali che insanguinano il tour si chiama Magrite.

La storia miscela finzione e realtà ed è ambientata al Tour de France 2005. Gli articoli quotidiani sulle tappe della Grande Boucle sono gli stessi pubblicati su Repubblica. Non traggano in inganno i nomi dei ciclisti modificati. Non occorre essere particolarmente esperti di ciclismo per capire, tanto per fare un esempio, chi si celi dietro a Bill Sheldon, corridore texano al settimo trionfale tour che annovera tra le sue vittorie anche quella contro il cancro.

Ma, dicevamo, lo sguardo di Mura è sulla strada più che sulla corsa. Ed è uno sguardo non privo di nostalgia, ironia, saggezza. Il ciclismo e il tour non sono più quelli di una volta. E allora tanto vale perdersi alla ricerca di una douce France che sembra esistere (resistere?) ancora, almeno nei centri minori e sulle strade di campagna dimenticate dalla modernità. La corsa dà il ritmo al viaggio e alla lettura ma anch’essa sembra un pretesto per viaggiare. E si legge e si viaggia, tra la rievocazione di episodi dei tour passati e un bicchiere di calvados.

Ne viene fuori un diario, una guida di viaggio originalissima della Francia minore, fuori dagli itinerari turistici convenzionali. Alsazia o Provenza poco importa. Ogni giorno, ogni tappa del tour, Gianni e Carletto seguono l’istinto, dirigono l’automobile fuori dalla kermesse mediatica e dalla grande viabilità, fanno sosta in locande e trattorie d’altri tempi alla ricerca di cibo e umanità.

Mura è esperto non solo di ciclismo, ma anche di vini e cucina. E’ dunque altamente probabile che il lettore finisca per focalizzarsi più sul menù del giorno che sull’assassino seriale. Ed è un piacere lasciarsi guidare alla scoperta dei piatti mitici della cucina francese. E’ un crescendo di sapori, tappa dopo tappa, fino alla notte del cassoulet a Tolosa: Gianni e i compagni di tanti tour, in lutto per l’omicidio di Dédé, si riuniscono per celebrare per l’ultima volta il grande rito laico del cibo e dell’amicizia.

Giallo su Giallo (2007) è un libro di Gianni Mura (Milano 1945), edito da Feltrinelli

Ismahel Beah, Memorie di un soldato bambino

“Immaginate che l’albero sia il nemico, il ribelle che ha ucciso i vostri genitori, la vostra famiglia, il responsabile di tutto ciò che vi è successo” urlava il caporale. “E’ così che infilzereste chi vi ha ucciso la famiglia? Guardate come si fa” Estrasse la baionetta e iniziò a urlare trafiggendo l’albero. “Prima lo colpisco allo stomaco, poi al collo, poi gli infilzo il cuore, glielo strappo, glielo faccio vedere e infine gli cavo gli occhi. Ricordate che probabilmente ha ucciso i vostri genitori in modo anche peggiore. Provate di nuovo.”

Ishmael Beah, Memorie di un soldato bambino, Neri Pozza, 2007
Titolo originale: A Long Way Gone. Memoirs of Boy Soldier

Ismahel Beah, Memorie di un soldato bambinoIshmael Beah ha 12 anni quando dalla sua casa in Sierra Leone parte a piedi insieme al fratello maggiore per andare a trovare alcuni amici che abitano in un altro villaggio. Le sue tasche sono piene di cassette di Run Dmc e altri cantanti rap.

Il giorno dopo è guerra, villaggi dati alle fiamme dai ribelli, civili massacrati, gente in fuga senza una meta, senza un piano che non sia quello di sopravvivere giorno dopo giorno. Ishmael non farà mai più ritorno al suo villaggio natale, non vedrà mai più la sua casa né la sua famiglia, massacrata dall’esercito ribelle.

Come tanti ragazzi Ishmael è costretto a fuggire, a nascondersi nella foresta, a rubare per mangiare. Un giorno viene catturato da una squadriglia dell’esercito regolare, sfamato, addestrato alla guerra, rifornito di armi e droga, istruito a uccidere.

L’esercito diventa la sua nuova famiglia. La sua missione è uccidere senza pietà i ribelli e tutti coloro che potrebbero collaborare con loro, depredare i villaggi per rifornirsi di cibo, lasciare dietro di se terra bruciata e una scia infinita di sangue. Ishamel diventa uno di quei soldati spietati che prima lo terrorizzavano. Ora Ishmael ha il fucile in mano e non deve più scappare. E’ lui che fa la guerra, è lui che terrorizza.

Sierra LeoneNella Sierra Leone degli anni ’90, per molti ragazzi e bambini l’arruolamento nell’esercito regolare o tra i ribelli è un’occasione per vendicare le violenze subite, ma anche l’unica alternativa disponibile alla morte per fame o per mano dei soldati. Molti civili vedono i ragazzi in fuga dalla guerra come un pericolo e li scacciano dai villaggi. Potrebbero essere ribelli anche loro, o banditi. Spesso è così. La guerra e la violenza diffondono il virus della diffidenza, che produce ancora violenza. Ogni estraneo è un potenziale nemico, forse un amico di quelli che hanno depredato, violentato e ucciso i propri amici e parenti.

Queste vicende sono narrate in prima persona da Ishmael Beah, classe 1980, gli anni novanta trascorsi da bambino soldato, vittima e carnefice nella Sierra Leone dei diamanti, oggi scrittore e attivista dei diritti umani.

E’ una storia che, al pari di tante altre del secolo ventesimo, supera in orrore ogni possibile immaginazione. E’ una storia africana, certamente. Nello stesso senso in cui Se questo è un uomo e il Diario di Anna Frank sono storie europee. Un libro imprescindibile per capire cosa sia la guerra. Ogni guerra.