Fenoglio, Il partigiano Johnny

“Essi, per assiepati, sicuri sentieri salirono alla prima collina, intuendo che di lassù potevano avere un certo panorama dell’oltrefiume. Infatti, rivoltandosi in cima, le videro perfettamente, sebbene come mozzate dall’ombra incombente, molto più alte delle umili alture fluviali: la considerevole collina di Neive e quelle più massicce, eccelse e desolate di Mango, grigionere nella distanza e massicce, eppure aeree come enormi nubi di tempesta ancorate alla terra”

Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, edizione critica a cura di D. Isella, Einaudi.

Fenoglio, Il partigiano JohnnyMombarcaro, Murazzano, Lovera, Dogliani, Mango, Castagnole. Tra questi paesi di collina e le cittadine di Alba e Santo Stefano Belbo tra il 1944 e l’inverno del 1945 si consuma l’avventura di Johnny, giovane studente che, dopo aver disertato, sceglie la lotta partigiana.

Johnny è il partigiano delle Langhe. Tutto il romanzo è un camminare per colline, avanzare su creste, riposare in povere cascine, abitare o attraversare paesi rurali (Murazzano con i rossi, Mango con gli azzurri). E’ vento che soffia gelido, è neve, è guadare ruscelli, traghettare il Tanaro. Le Langhe non sono un semplice scenario tra tanti, sono la sposa del partigiano.

“le desiderò subitaneamente [le colline] e marciò su di esse”.

Fuori dalle colline, ad Alba, il partigiano si sente perduto, smania nella nostalgia, nella noia della pianura; nelle sue colline si sente a casa, disperato e a casa. Forse è per questo ancoramento al suolo che nelle pagine di Fenoglio la lotta antifascista risulta non ideologizzata, è lotta per la terra e nella terra.

Le Langhe di Fenoglio, Il Partigiano JohnnyLe Langhe di Fenoglio sono così fredde e reali che la critica le ha definite metafisiche. La natura vista da vicino lo è sempre, specie se, come Johnny, cerchiamo di immaginarla senza i segni umani. Io non so cosa è metafisico per i critici, ma, di certo, se non si può dire che Johnny incarni tutti i partigiani (Johnny è un partigiano colto, i suoi compagni di viaggio spesso non sono come lui, e questo lo isola) è però vero che la sua storia è la storia – non celebrativa, non didascalica – della resistenza in Italia. Una storia di freddo, fango, fame e bronchite – che altro può essere una storia di guerra? – una storia epica, perché triste e desolante, perché non erano tutti giovani e belli (e coraggiosi ed altruisti), eppure in molti, come Johnny, hanno trovato il coraggio di dire “no, fino in fondo”, ostinatamente, assurdamente, con o senza il conforto di un ideale, ma sempre senza un piatto caldo o la speranza di un domani per loro.

Lo stile all’inizio è difficile – ma poi si prende il passo, come a camminare in collina. Frasi in inglese, inglesismi sintattici, neologismi. Nell’edizione Einaudi c’è in postfazione un bel saggio di Dante Isella sulla lingua del partigiano Johnny, una lingua che il curatore, a ragione, definisce magmatica.

“un’invenzione linguistica che investe tutti i livellli di scrittura, nessuno escluso, dietro la quale sta […] l’idea di una lingua allo stato fluido, liberamente generativa, senza impedimenti di sorta”

La lingua del partigiano Johnny produce una sensazione di displacement, estraniamento, alienazione. E Johnny è spesso un estraneo: lo è tra i civili, lo è ad Alba, lo è coi rossi. E’ una sensazione che ritorna costantemente nei grandi romanzi di guerra, scritti da chi, come Fenoglio, la guerra l’ha fatta davvero: la sensazione di non essere lì, di non essere di quelli ma di non poter essere altrove, di non poter essere che dei loro. La guerra estranea (“Ho ucciso/I killed” è il sigillo del partigiano, il confine da cui non si torna), perché è alienante uccidere ed è alienante poter essere uccisi. Anche se è una guerra giusta.
Google Map: Le Langhe di Fenoglio

Sciascia, il giorno della civetta

La Sicilia raccontata nei libri di Sciascia ha sempre un valore simbolico. Sono i problemi della regione e lo spirito degli abitanti, più che i luoghi fisici, a essere indagati. Le riflessioni sulla Sicilia trascendono il contesto, i luoghi descritti diventando ogni volta una metafora dell’Italia e del mondo.

Il giorno della civetta di Sciascia.
Alcune edizioni de “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia.

La Sicilia raccontata nei libri di Sciascia ha sempre un valore simbolico. Sono i problemi della regione e lo spirito degli abitanti, più che i luoghi fisici, a essere indagati. Le riflessioni sulla Sicilia trascendono il contesto, i luoghi descritti diventando ogni volta una metafora dell’Italia e del mondo.

Il giorno della civetta, portato sul grande schermo da Damiano Damiani, è il più noto dei libri di Sciascia perché è il primo libro che tratta in modo esplicito della mafia, nelle sue connessioni con la politica. Fu pubblicato coraggiosamente da Einaudi nel 1961, bisogna tenere presente che a quell’epoca la parola “mafia” non veniva pronunciata spesso, nemmeno nei verbali dei carabinieri. L’allora cardinale di Palermo Ruffini la definiva come un’invenzione dei comunisti e i reati per associazione mafiosa sono stati introdotti soltanto nel 1982 dopo l’attentato al generale Dalla Chiesa. Anche per questo, i grandi autori siciliani avevano sempre evitato l’argomento da Verga a Pirandello sino a Brancati. Sciascia, al contrario, rompe l’omertà e lo fa con il suo stile da narratore di cronaca, apparentemente, come farà più tardi per esempio nel raccontare la scomparsa da Palermo di  o il ritrovamento del corpo di Raymond Roussel all’Hotel des Palmes, in cui i riferimenti ai luoghi reali sono precisissimi. Ne Il giorno della civetta, invece, le descrizioni e l’ambientazione sono reali e vengono dipinti tre paesini del palermitano, ma non sempre vengono citati i nomi, solo le iniziali, come per evocare solo il sapore e l’atmosfera di quelle terre. Eppure, nei paesi di B., C. e S., le descrizioni delle piazze con i campanili, delle stazioni dei carabinieri, le fermate dei pullman, i luoghi degli interrogatori, sono precise ed evocative, quasi come a trascendere il particolare per cogliere lo spirito di qualunque paese di quei luoghi.

Lo stile è quello del giallo. Il giallo come approccio e filosofia per raccontare la realtà. Un “giallo che non è un giallo” per citare Calvino che ne dà delle recensioni entusiastiche, accanto alle tante stroncature dell’epoca. Uno stile che si ritrova ereditato per esempio in Camilleri, anche se nei romanzi di Montalbano l’aspetto descrittivo della Sicilia sottostante è più “turistico”. La Sicilia di Sciascia, “gialla e rugosa. Secca, corrotta e caldissima” dove non piove mai e l’inverno stenta ad arrivare, è invece più problematica, amara, psicologica e dura.

Francobollo commemorativo di Leonardo Sciascia
Francobollo commemorativo di Leonardo Sciascia. Sullo sfondo, la Sicilia.

La trama del libro è ambientata nell’hinterland palermitano dove viene ucciso un imprenditore edile, Salvatore Colasberna. Ma gli omicidi ben presto si moltiplicano, la trama s’infittisce e il giovane capitano dei carabinieri Bellodi indaga insieme al maresciallo Ferlisi, escludendo da subito la pista passionale che sembra troppo scontata ed evidente, come per depistare. E in questo quadro emerge la mafia e il giallo si trasforma in romanzo sociale. Ma la soluzione non è a lieto fine. Il giallo cela trame e intrighi molto più grandi dei protagonisti. Le ultime pagine del libro sono poi ambientate a Parma, ma attraverso lo stratagemma della “proiezione” in cui il legame con la Sicilia è ancora molto forte. La regione, del resto ha conosciuto più di altre il problema dell’emigrazione e dei legami tra gli emigrati e la propria terra, mai troncati e sempre fitti. E la mafia, anche se quella del romanzo è ancora nella sua fase agricola, più che quella internazionale dei nostri tempi, è una rete che esce dalla Sicilia. A Parma, Bellodi, è stato rispedito a casa con il pretesto di una licenza, o forse di un allontanamento causato dall’aver indagato troppo nel vivo. E lì, parlando con il collega di indagini, mentre la loro inchiesta sembra venire annullata da chi è più in alto di loro, progetta il suo rientro in Sicilia, per riprendere la sua battaglia. Questo è il senso del libro e dell’immagine della Sicilia che ci offre. Una Sicilia socioculturale più che turistica, indagata nel suo spirito profondo, più che sulle sue bellezze esteriori. Eppure così vera e in parte immobile, dal 1961 a oggi, come nella massima de Il gattopardo.

 

 

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Munari, Nella nebbia di Milano

“– Eh… nebbia, nebbia!
– Ah, questo m’impressiona! Tutto, ma la nebbia.
– A Milano, quando c’è la nebbia non si vede.
– Perbacco… e chi la vede?
– Cosa?
– Questa nebbia, dico?
– Nessuno.”

Bruno Munari, Nella nebbia di Milano, Corraini Ed., gennaio 2008 (5° rist.)*

Munari, Nella nebbia di MilanoQuesto divertente dialogo di Totò, Peppino e… la malafemmina (1956) ha fissato nell’immaginario collettivo il luogo comune di una Milano avvolta dalla nebbia che ha resistito per tutti gli anni ’70. Durante la trasmissione Portobello di Enzo Tortora, nel 1978, c’era chi aveva proposto di abbattere il Passo del Turchino, per arieggiare la pianura padana e risolvere il problema. Ora la nebbia non c’è più, grazie allo smog e all’effetto serra. Nel 1968, quando Bruno Munari ha pubblicato per Emme Edizioni Nella nebbia di Milano, c’era ancora. E questo “itinerario turistico” nel suo grigiore, invece che nei simboli dei suoi monumenti, costituisce una provocazione intelligente, ironica e artistica che si può definire geniale senza il pericolo di abusare di questo termine, sin troppo inflazionato.

Si tratta di un libro di immagini che è in sé un oggetto di design, concepito e assemblato come una macchina per evocare esperienze visive di assenza della realtà, quasi metafisiche, unico nel suo genere. L’esperienza della nebbia è resa attraverso la sovrapposizione di carte lucide, giocando sui colori e sui non colori, con carte interamente illustrate in cartoncino e ritagliate in un libro d’artista. Munari (1907-1998), infatti, è stato molto di più di uno dei più grandi designer milanesi, è stato un grande artista protagonista del XX secolo, legato a movimenti come il Futurismo e a personaggi come Lucio Fontana. Nel 2007, nel centenario della sua nascita, la Rotonda della Besana gli ha dedicato una personale di tutto rispetto.

La sua produzione di libri per bambini (apparentemente per bambini in realtà sono qualcosa che arriva a tutti perché parlano un linguaggio universale che va oltre la comunicazione scritta) ha costituito qualcosa di altamente innovativo. Libri senza parole, libri illustrati (per esempio di Gianni Rodari), ipertesti ante litteram, libri illeggibili (vincitori della Medaglia d’oro della Triennale di Milano nel 1957).

Bruno Munari, Corraini, libri design
Foto di Giliola Chisté | © Corraini

La prima edizione di Nella nebbia di Milano, è una legatura editoriale in cartoncino pesante, con un’illustrazione a colori al piatto superiore. Una definizione un po’ tecnica, ma si tratta di un libro raro e prezioso che fa gola a qualunque collezionista. Il suo valore è stimabile intorno ai due o trecento euro, a trovarlo. Attualmente non è disponibile nessuna copia né su ne su  per citare due dei maggiori portali dedicati al libro da collezione che offrono soltanto delle riedizioni anni ’70 (a € 50/60). Per fortuna, per chi non è interessato ai libri in senso feticistico e storico ma si accontenta dei contenuti, è disponibile nella ristampa di Corraini Edizioni che ai libri di Munari ha dedicato un’intera collana.

Se volete provare a immergervi in questo insolito viaggio nella metropoli lombarda che è uno spietato ritratto di forme nere, stilizzate e geometriche e rivivere l’opaca lattiginosità della nebbia di Milano che si è estinta, lo potete perciò ancora fare.


Eftersom vit är inte smuts, personliga typ av klädsel begränsar också dagliga aktiviteter  festklänningar  , raffinerade lyxiga tyger behöver mer noggrann vård. Inte undra på att vita festklänningar kommer att vara aristokratiska damer favoriter.

Morante, L’isola di Arturo

“Su per le colline verso la campagna, la mia isola ha straducce solitarie chiuse fra muri antichi, oltre i quali si stendono frutteti e vigneti che sembrano giardini imperiali. Ha varie spiagge dalla sabbia chiara e delicata, e altre rive più piccole, coperte di ciottoli e conchiglie, e nascoste fra grandi scogliere. Fra quelle rocce torreggianti, che sovrastano l’acqua, fanno il nido i gabbiani e le tortore selvatiche, di cui, specialmente al mattino presto, s’odono le voci, ora lamentose, ora allegre. Là, nei giorni quieti, il mare è tenero e fresco, e si posa sulla riva come rugiada”

Elsa Morante, L’isola di Arturo, I ed. Einaudi 1957

ProcidaL’isola di Arturo è la splendida Procida della prima metà del ‘900 (il romanzo si conclude subito prima dell’inizio del secondo conflitto mondiale): una terra aspra come i suoi scontrosi abitanti. Qui, tra i viottoli in salita, le piazzette, le case ombrose, i campi, Arturo cresce selvaggio: il suo tempo è scandito dai venti, nutrito di romanzi e fantasie, circondato dal mare che lo protegge e lo incatena. Arturo vive da solo, ma conoscerà la solitudine solo quando altre persone entreranno nella sua vita.

La storia in sè è straziante – per intenderci: concilia incubi notturni da manuale di psicanalisi – ma il tono è tutt’altro che tragico, e ogni evento è narrato attraverso le lenti deformanti dell’infanzia, prima, e dell’adolescenza, poi – lenti che Elsa Morante è bravissima a ricostruire (e ricordare), senza mai scadere nel patetico.

Chiamarlo “romanzo di formazione” è riduttivo e fuorviante: la vicenda è tutt’altro che edificante e dalle fantasie dell’infanzia si esce solo per essere catapultati nel deserto della guerra. Uno dei migliori romanzi italiani del ‘900: sarebbe ideale da sbattere in testa a tutti quelli che ancora parlano di letteratura femminile, se non fosse un po’ troppo leggero (non in senso metaforico, s’intende).

Georges Simenon, Il Clan dei Mahé

“Soprattutto quando aveva bevuto un po più del solito, gli sembrava di essere stato ingannato, di essere vittima di un oscuro complotto ordito contro di lui sin dall’inizio”

Simenon, Il Clan dei MahéNoto soprattutto per i noir e per l’invenzione del commissario Maigret, il belga Georges Simenon (1903 – 1989) è stato uno dei più prolifici scrittori del novecento, e la sua opera è da annoverare a pieno diritto tra le più importanti della letteratura di lingua francese del secolo scorso.

Il Clan dei Mahé, scritto nel 1945, è un romanzo psicologico, ma anche un ritratto della tradizionale famiglia borghese della provincia francese. Critico, ironico, e non privo di risvolti drammatici.

Il protagonista, Francois Mahé, è un trentacinquenne e affermato medico di una cittadina di provincia del profondo nord francese. Benestante, stimato, perfettamente inserito nella società e nella vita.

Quando decide di passare la vacanze a Porquerolles con la sua famiglia molto perbene, non immagina che la frequentazione di quest’isola mediterranea (che Simenon amava e frequentava ossessivamente) finirà con il mettere in moto un processo di disgregazione delle sue certezze.

Fuori dal suo ambiente e dalle sue piccole incombenze quotidiane, Mahé si rende conto che la sua vita è frutto di scelte fatte sempre da altri, soprattutto dalla madre.

Libertà contro responsabilità, il conflitto inizia a logorare la psiche di Mahé, che non può più vivere come prima ma non riesce neppure a decidersi a una svolta che è sentita come troppo radicale. Il dottore si trova di fronte all’ultima occasione per cambiare la sua vita, ma esita, dentro di se cerca disperatamente il coraggio di fare ciò che sente come necessario.

Simenon a Porquerolles
Simenon a Porquerolles
Come molti libri di Simenon, Il Clan dei Mahé è un libro che si lascia letteralmente divorare nello spazio di di un pomeriggio, o di un viaggio in treno. Splendide le descrizioni dell’isola di Porquerolles. Mentre Simenon racconta ci sembra di essere li sulla Place d’Armes in mezzo ai giocatori di petanque, con in mano un bicchiere di pastis. E all’ultima pagina, abbiamo già nostalgia di Porquerolles, della polvere e del sole. Anche se non ci siamo mai stati.

Jean Paul Sartre, La Nausea

Ogni esistente nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione

Sartre, La Nausea Questo libro non è una passeggiata. Fortunatamente, per quanto complesso, a tratti anche un po noioso, è un romanzo breve, poco piu di 200 pagine. E poi è giusto che leggere qualche volta sia anche un pò soffrire.

La Nausea di Jean Paul Sartre, la cui prima edizione è del 1938, è uno di quei libri chiave del secolo appena concluso. Non solo, mi pare anticipi temi che oggi sono forse ancor più attuali. Perchè in questi tempi (questi si davvero nauseanti), in questa fase storica dominata dal cinismo, mi pare tramontata ogni speranza di dare un senso al mondo, e ogni tentativo di umanesimo appare per lo meno velleitario.

Gli uomini non si possono amare né odiare, dice Antonio Roquentin in preda alla nausea. Ed è già un progresso rispetto agli istinti che si provano nel leggere le cronache e guardando la tv.

La nausea è una sensazione di stordimento, come una nebbia dolciastra che ti avvolge nel momento in cui  ti rendi conto, veramente, di esistere. Perchè l’esistenza è evidente che non ha non alcun senso, a meno di non credere alle favole, alle religioni, a meno di smettere di guardare con occhi sani e pensare con mente libera. Il senso non è nell’esistenza, casomai siamo noi che cerchiamo di dargliene uno, perché non possiamo reggere il peso dell’assurdità dell’esistenza. Ma ogni tentativo di dare un senso fallisce perché si appoggia sulla grande truffa di credere che un senso sia possibile.

Una volta che la nausea è arrivata, Antonio Roquentin è già condannato alla solitudine, a condurre una vita inutile, tenendo un diario di bordo, osservando senza compassione le vite degli altri, quelli che ancora non sanno di esistere. Ma ogni vita è miserabile quanto le altre, non c’è nessun tipo di eroismo o stoicismo possibile.

Nella Nausea si possono trovare molte analogie con i romanzi di Albert Camus, l’altro grande scrittore esistenzialista francese del 900. Mi pare tuttavia che il libro di Sartre sia appesantito da un certo intellettualismo e che resti un gradino sotto sia rispetto allo Straniero che alla Peste.

Gogol, Le anime morte

Gogol, le anime morteNicolaj Vasili’evic Gogol’ (1809 – 1852) è uno dei grandi dell’ottocento, epoca d’oro della letteratura russa. Scrive prima di Tolstoj e Dostoevskij che in qualche modo anticipa. Le anime morte (1842), la sua opera più importante, è un romanzo satirico che ruota intorno al personaggio di Cicikov, “non una bellezza, ma neppure brutto, non grasso, ma neanche magro, nè giovane né vecchio”.

Cicikov non brama grandi imprese, non è travolto da laceranti passioni o problemi esistenziali. Non è interessato all’arte né alla poltica. E’ un uomo del suo tempo, a suo modo molto moderno, con un certo spirito di iniziativa e una grande ansia di migliorare la sua posizione. E’ un arrampicatore sociale, personaggio emblematico di un’epoca in cui la borghesia con la sua etica protestante sta conquistando l’Europa e comincia a muovere timidi passi nella Russia contadina e burocratizzata, un paese dove ancora esiste la servitù della gleba.

Come un eroe picaresco della nuova classe emergente, Cicikov va in giro per l’immensa provincia russa con la sua carrozza, due squallidi servitori, e quello che oggi verrebbe definito un business plan: comprare per pochi soldi o farsi cedere gratuitamente, come gesto di amicizia, le anime morte, ovvero i contadini deceduti dopo l’ultimo censimento e su cui i padroni pagano ancora le imposte. Cicikov intende acquisire contadini morti de facto ma ancora vivi de iure e, come si intuisce sin dalle prime pagine, utilizzarli in qualche modo per ottenere dei vantaggi economici raggirando l’incredibile burocrazia statale. Così Cicikov intende iniziare l’accumulazione di capitale, necessaria a ogni impresa economica.

Come fa notare Vincenzo Fano nel suo Viverestphilosophari, l’ironia di Gogol travolge non soltanto la società russa nella sua interezza, le classi sociali emergenti e quelle al tramonto, ma ogni singolo personaggio e la stessa natura umana. La vita tra gli uomini, sembra di capire, è una grottesca commedia di equivoci e inganni. E’ un pessimismo della ragione che non concede nulla alla compassione, e si permette di ironizzare anche su quella forma di narcisismo che viene spesso definito ‘spirito russo’, e che Dostoevskij sarà così geniale a descrivere nei suoi risvolti più paradossali e drammatici.

Le anime morte è un romanzo è diviso in due parti non molto ben connesse dal punto di vista narrativo. Bellissima la prima parte, con l’episodio del capitano Kopejkin che rappresenta forse il punto più alto del cinismo gogoliano. Un pò confusa e decisamente più appesantita la seconda parte, giuntaci peraltro in forma incompleta e in qualche modo rinnegata dallo stesso Gogol, che poco prima di morire in preda al delirio diede fuoco al manoscritto.

Steinbeck, Furore


Le grandi società non sanno
che la linea di demarcazione tra fame e furore
è sottile come un capello. E il denaro
che potrebbe andare in salari va in gas,
in esplosivi, in fucili, in spie, in polizie e in liste nere.
Sulle strade la gente formicola in cerca di pane e lavoro,
e in seno ad essa serpreggia il furore, e fermenta”
J. Steinbek, Furore

“And The highway is alive tonight Nobody’s foolin’ nobody is to where it goes I’m sitting down here in the campfire light Searchin’ for the Ghost of Tom Joad
B. Springsteen, The ghost of Tom Joad

Mezzadri, piccoli proprietari, famiglie che da sempre vivono della terra che lavorano, se la sono ipotecata un anno in cui il raccolto era scarso, adesso è un altro anno di carestia, la terra è povera, il clima ostile e non ci sarà granturco da raccogliere. Ma le banche non accettano dilazioni, vogliono essere pagate, chi non paga deve andarsene, deve lasciar posto al progresso, che vuol dire latifondo, che vuol dire macchine che, da sole, svolgono il lavoro di intere famiglie.

E da mezzadri che erano si trasformano in nomadi, abbandonano le terre che non sono più loro, truffati da abili speculatori che comprano per niente le loro cose, che gli vendono rottami di macchine a prezzi esosi.

E i nomadi caricano sui rottami tutto quello che possono caricare, e dall’Oklahoma e dai paesi vicini si mettono in marcia, invadono coi loro carretti la Highway 66, diretti verso la California, dove c’è lavoro, lo dicono i volantini che c’è lavoro – perché spendere i soldi per farli stampare se non fosse vero?

E dove c’è lavoro per 100 si presentano in migliaia, e i salari scendono, e le speranze di una vita nuova si infrangono contro lo sfruttamento, la fame, la paura dei locali, che reagiscono con violenza a questa invasione di straccioni sporchi e denutriti.

E’ l’America della Grande Depressione, ma è anche una storia che abbiamo già letto – in Rulli di tamburi per Rancas di Scorza, in Fontamara di Silone, in Una terra chiamata Alentejo di Saramago,
in Cacao di Amado – una storia che abbiamo già visto e che – come ci ricorda Springsteen – continuiamo a vedere tutti i giorni.

La storia della miseria umana, dello sfruttamente dell’uomo sull’uomo, ma anche la storia della solidarietà tra gli ultimi, della progressiva presa di coscienza dell’ingiustizia sociale e dell’idea che, unendo le forze, il mondo si può – si deve – cambiare.

Una storia che Steinbeck racconta con impareggiabile maestria, intrecciando, in un romanzo corale, le vicende di una famiglia, i Joad, con notizie di cronaca e pagine in cui viene lasciato spazio alle voci e alle storie di altri personaggi senza volto, protagonisti o spettatori di questa vicenda tragica – tra i tanti, segnalo il capitolo XV, dove Steinbeck ci trascina nell’angolo visuale di una cameriera, che assiste dal suo ristorante alla sfilata di straccioni sulla Highway 66.

Una scrittura intensa e pure pacata, mai frenetica, esente da ogni moralismo o gratuito filosofeggiare, capace di tratteggiare in poche righe psicologie complesse, personaggi a tutto tondo. E i personaggi di Furore sono di quelli che non si dimenticano, di quelli che dispiace abbandonare alla fine del libro.

Si vorrebbe quasi che la storia non finisse – e la storia, infatti, continua ancora, da qualche altra parte, meno lontano di quanto si vorrebbe. Searchin’ for the Ghost of Tom Joad