Ziccardi, L’ultimo hacker

“Mi siedo sul muretto a secco di fronte alla casa e guardo il crepaccio che si apre sulla sinistra e il torrente che scorre lambendo i Sassi. Nel corso dei secoli la roccia tenera è stata solcata dall’uomo, alla ricerca di ripari o semplicemente di lavoro o di luoghi di culto. La macchia mediterranea è fatta di specie che resistono al clima secco. […] Mi godo finalmente i giorni senza pioggia. L’aria è fresca, ma rispetto a Milano sembra di essere ai Caraibi”

Giovanni Ziccardi, L’ultimo hacker, Marsilio, 2012

Ziccardi, L'ultimo hacker
Ziccardi, L'ultimo hacker

L’ultimo hacker è il primo romanzo di Giovanni Ziccardi: un thriller informatico ambientato prevalentemente a Milano – nel quartiere Isola (dove vive il protagonista), in via Larga e all’Università di via Festa del Perdono  – con incursioni a Matera, in Puglia (a Polignano a Mare) e sull’altipiano del Carso – sempre in sella ad una vecchia Yamaha 400.

Alessandro Correnti, ex hacker col soprannome di “Deus”, è ora un avvocato milanese. Quando un suo vecchio amico, “God”, muore improvvisamente durante una conferenza  in aula Crociera, all’Università di Milano, Alex  inizia, da dietro lo schermo di un computer, un’indagine digitale non proprio ortodossa che lo porterà a girare l’Italia, a rivedere vecchi amici e, soprattutto, a scoprire un’inquitante innovazione tecnologica che mette a rischio la privacy di ogni cittadino.

Un libro imperdibile per gli appasionati di elettronica e istruttivo per tutti gli altri. Un eccellente esordio: una scrittura asciutta e veloce, una storia intrigante che si divora in poche ore. Forse, però, non sarebbe guastato un pizzico di ironia in più nella caratterizzazione dei personaggi, specie del protagonista – ma, come ben testimoniato dal suo nick, Deus, questa pare una virtù estranea al mondo degli hacker.

Albino Ferrari, Alpi segrete

A questo punto, tutti noi uomini contemporanei ci sentiremo più tristi se Dino sparisse, anche se non l’abbiamo mai visto, e sappiamo che non lo incontreremo mai. Il solo fatto di sapere che l’orso vaghi libero per le montagne ci dà la rassicurante sensazione che la natura viva ancora. Ci sgrava da un senso di colpa.

Marco Albino Ferrari, Alpi segrete, Laterza, 2011

Alpi segrete di Marco Albino Ferrari
Cosa sono oggi le Alpi italiane? Sono nell’immaginario collettivo posti dove si va in vacanza o a sciare. Sono Madonna di Campiglio e Courmayeur, Sestriere e Cortina d’Ampezzo, le immagini da cartolina del Gran Paradiso, i negozi alla moda, le ski area e i ristoranti di cucina tipica. Ma questi luoghi – che si raccontano e si costruiscono come prodotti a uso e consumo dell’industria del turismo, che ci restituiscono un’idea addomesticata, mondana e rassicurante della montagna italiana – non sono che piccole e circoscritte isole nella geografia alpina.

Tutto il resto – le vette meno note, le foreste, le valli dimenticate e spopolate dalle migrazioni e dall’abbandono delle attività tradizionali – Marco Albino Ferrari ce lo racconta in Alpi segrete, suggerendo itinerari che attraversano luoghi vicini e lontanissimi. In Valle Maira, dove qualche anno fa fu girato Il Vento fa il suo giro. E poi in Val di Mello, sul Pizzo Badile, nella Valle dei Mocheni, sulle Dolomiti Bellunesi e sulle Alpi Giulie.

Sulla strada incontriamo storie e personaggi sconosciuti ai più e che ci raccontano del rapporto tra uomini e montagna su cui si è modellata nei secoli la geografia delle Alpi. E’ un rapporto che che oggi è in crisi, per la difficoltà di trovare una terza via, alternativa sia all’industria del turismo che allo spopolamento.

Riviviamo le imprese di alpinisti d’altri tempi come Riccardo Cassin e Julius Kugy. E le imprese non meno eroiche di Dino, l’orso che tra la primavera e l’autunno del 2009 parte dalla Slovenia, compie un cammino solitario di oltre trecento chilometri attraversando passi dolomitici, foreste, villaggi, città, autostrade, sbrana pecore, suscita dibattiti nazionali ed editoriali sui quotidiani, arriva alle porte della Pianura Padana per poi ritornare sui suoi passi, compiere il cammino in senso inverso e finire ucciso da chi pensava di averlo protetto.

Alpi segrete di Marco Albino Ferrari è un libro consigliato agli appassionati di montagna ma anche a chi ha voglia di riscoprire, anche in Italia, itinerari di viaggio poco battuti.

Munari, Nella nebbia di Milano

“– Eh… nebbia, nebbia!
– Ah, questo m’impressiona! Tutto, ma la nebbia.
– A Milano, quando c’è la nebbia non si vede.
– Perbacco… e chi la vede?
– Cosa?
– Questa nebbia, dico?
– Nessuno.”

Bruno Munari, Nella nebbia di Milano, Corraini Ed., gennaio 2008 (5° rist.)*

Munari, Nella nebbia di MilanoQuesto divertente dialogo di Totò, Peppino e… la malafemmina (1956) ha fissato nell’immaginario collettivo il luogo comune di una Milano avvolta dalla nebbia che ha resistito per tutti gli anni ’70. Durante la trasmissione Portobello di Enzo Tortora, nel 1978, c’era chi aveva proposto di abbattere il Passo del Turchino, per arieggiare la pianura padana e risolvere il problema. Ora la nebbia non c’è più, grazie allo smog e all’effetto serra. Nel 1968, quando Bruno Munari ha pubblicato per Emme Edizioni Nella nebbia di Milano, c’era ancora. E questo “itinerario turistico” nel suo grigiore, invece che nei simboli dei suoi monumenti, costituisce una provocazione intelligente, ironica e artistica che si può definire geniale senza il pericolo di abusare di questo termine, sin troppo inflazionato.

Si tratta di un libro di immagini che è in sé un oggetto di design, concepito e assemblato come una macchina per evocare esperienze visive di assenza della realtà, quasi metafisiche, unico nel suo genere. L’esperienza della nebbia è resa attraverso la sovrapposizione di carte lucide, giocando sui colori e sui non colori, con carte interamente illustrate in cartoncino e ritagliate in un libro d’artista. Munari (1907-1998), infatti, è stato molto di più di uno dei più grandi designer milanesi, è stato un grande artista protagonista del XX secolo, legato a movimenti come il Futurismo e a personaggi come Lucio Fontana. Nel 2007, nel centenario della sua nascita, la Rotonda della Besana gli ha dedicato una personale di tutto rispetto.

La sua produzione di libri per bambini (apparentemente per bambini in realtà sono qualcosa che arriva a tutti perché parlano un linguaggio universale che va oltre la comunicazione scritta) ha costituito qualcosa di altamente innovativo. Libri senza parole, libri illustrati (per esempio di Gianni Rodari), ipertesti ante litteram, libri illeggibili (vincitori della Medaglia d’oro della Triennale di Milano nel 1957).

Bruno Munari, Corraini, libri design
Foto di Giliola Chisté | © Corraini

La prima edizione di Nella nebbia di Milano, è una legatura editoriale in cartoncino pesante, con un’illustrazione a colori al piatto superiore. Una definizione un po’ tecnica, ma si tratta di un libro raro e prezioso che fa gola a qualunque collezionista. Il suo valore è stimabile intorno ai due o trecento euro, a trovarlo. Attualmente non è disponibile nessuna copia né su ne su  per citare due dei maggiori portali dedicati al libro da collezione che offrono soltanto delle riedizioni anni ’70 (a € 50/60). Per fortuna, per chi non è interessato ai libri in senso feticistico e storico ma si accontenta dei contenuti, è disponibile nella ristampa di Corraini Edizioni che ai libri di Munari ha dedicato un’intera collana.

Se volete provare a immergervi in questo insolito viaggio nella metropoli lombarda che è uno spietato ritratto di forme nere, stilizzate e geometriche e rivivere l’opaca lattiginosità della nebbia di Milano che si è estinta, lo potete perciò ancora fare.


Eftersom vit är inte smuts, personliga typ av klädsel begränsar också dagliga aktiviteter  festklänningar  , raffinerade lyxiga tyger behöver mer noggrann vård. Inte undra på att vita festklänningar kommer att vara aristokratiska damer favoriter.

Speroni, I diavoli di via Padova

“Il market più vicino è verso viale Monza, sull’angolo della piazzetta dei Transiti, l’unico rettangolo verde nel nostro quadrilatero. Sulla piazzetta si affaccia la casa occupata, sotto perenne minaccia di sfratto, E’ occupata dal 1978. Al piano terra, due vetrine sulla piazza, c’è l’ambulatorio popolare a quindici anni offre consulenza sanitaria gratuita agli immigrati e a chiunque ne abbia bisogno […] Anche l’ambulatorio è sotto sfratto.
Lo slargo di via dei Transiti somiglia a una piazza di paese, che però dà su una strada ad alto scorrimento, viale Monza. Un’intimità fratturata da un fiume metallico”

Matteo Speroni, I diavoli di via Padova, Cooper, 2010

Milano Nord-Est (MM1, fermate di Pasteur, Rovereto, Turro, a sole 6-8 fermate dal Duomo), ossia la zona di via Padova, un quadrilatero di strade che, da tempo, è al centro di forti flussi migratori –  a partire dagli anni cinquanta, si è registrata una forte immigrazione interna di operai (per lo più meridionali) impiegati nelle industrie vicine al quartiere, cui,  a partire dagli anni sessanta, si sono aggiunte piccole comunità di migranti stranieri (soprattutto dal Corno d’Africa e dal Maghreb), per arrivare, oggi, alla convivenza di circa 194 differenti etnie in un’area di c.a. 9 km.

Questa Babilonia è l’indiscussa protagonista del romanzo di Matteo Speroni – che no, non è un noir, bensì la descrizione, realistica e niente affatto edulcorata, della vita in una zona multietnica, delle sue piccole storie di miseria, violenza, riscatto e amicizia.

Il finale, forse, è un po’ scontato, ma non è importante: la vicenda del protagonista è solo un pretesto per raccontare tutte le storie che gli assomigliano e tutte quelle che gli ruotano intorno, per parlare di un quartiere perennemente appeso sul baratro del degrado (personalmente spero nella nuova amministrazione – che, certo, non potrà essere più miope di quella precedente – ma per ora i risultati non si vedono).

Scerbanenco, I Milanesi Ammazzano al Sabato

“Sapeva che non doveva andare in via Ferrante Aporti 86, ma appena ebbe riprese fiato e il dolore al ginocchio si fu un pò calmato, si alzò e imboccò via Ferrante Aporti”

In via Ferrante Aporti c’è quasi sempre posto per la macchina, perchè di notte molti hanno paura ad andarci. Per me invece Via Ferrante Aporti è un luogo mistico. La faccio sempre a piedi per andare e venire dalla Stazione Centrale. E’ soprattutto nelle notti d’inverno che mi piace camminare in via Ferrante Aporti a Milano, con il freddo umido e pungente, il rumore ovattato dei treni e le luci dei pochi lampioni riflessa dalla nebbia.

scerbanenco, i milanesi ammazzano al sabatoQuesta è la Milano che ho ritrovato nei racconti di Giorgio Scerbanenco, milanese ucraino e maestro del noir italiano, che ha scelto questa via adiacente alla ferrovia per ambientare una delle scene cruciali di I milanesi ammazzano al sabato.

Poco lontano da qui, oltrepassato il tunnel sotto la ferrovia, c’è la via Gluck resa famosa dalla canzone di Celentano, più o meno negli anni stessi anni in cui Scerbanenco scriveva e in cui la città era già stata asfaltata dal progresso e dalle speculazioni edilizie.

Per una macabra coincidenza poco lontano da qui, quarant’anni dopo, e ancora un sabato notte, l’assurdo omicidio di Abba, storia vera e degradante di una Milano (e di un’Italia) impaurita.

Quelle di Scerbanenco sono storie così, tragiche piccole storie di milanesi qualunque, sofferenti nella vastità notturna di una città che da poco, siamo negli anni sessanta, è diventata metropoli.

Una delle caratteristiche dei noir di Scerbenenco è la freddezza e il distacco con cui è rappresentato il mondo criminale. Nessuna attrazione e nessuna comprensione per i carnefici, che cadono quasi sempre per la propria arroganza e stupidità, piuttosto che per le indagini della polizia. Siamo molto lontani, per fare un esempio, dall’epica di Romanzo Criminale.

Sono immigrati meridionali malavitosi e prostitute alcolizzate, onesti ma tristi impiegatucoli e avidi imprenditori. Milanesi, appunto, che ammazzano al sabato perché gli altri giorni devono andare in ufficio. E’ l’anima nera di una città che era allora il simbolo del miracolo economico italiano.

Sono le piccole vicende criminali che compaiono un giorno nei notiziari e poi finiscono per essere dimenticate, destinate a restare irrisolte. E sono i casi che cerca di risolvere Duca Lamberti, poliziotto triste e un pò anarchico, idealista e disincantato.

La Milano di Scerbanenco è livida, notturna, inafferabbile. Labirintica, logorata dall’avidità e dalla corsa all’arricchimento personale. Dove pesce grosso mangia pesce piccolo e pesce piccolo mangia pesce ancora più piccolo.