D’Amicis, La guerra dei cafoni

“Le rare volte in cui mi capitava di vederli rinuniti tutti assieme (o almeno, di vedere riunito questo manipolo più rappresentativo, che di cafoni semplici se ne annidavano a frotte in ogni catapecchia) mi stupivo, e quindi anche un pò mi vergognavo, che non li avessimo ancora annienntati.”

Carlo D’Amicis, La guerra dei cafoni, Minimum Fax

La guerra dei cafoni
Carlo d'Amicis, La guerra dei cafoni

1975. Le spiagge ioniche del Salento sono lo scenario primitivo di una guerra tra adolescenti. Da una parte i signori, ragazzi di buona famiglia con tanti soldi in tasca e vestiti alla moda, dall’altra i cafoni, ragazzi indigeni che parlano in dialetto e vivono in baracche fatiscenti. Negli anni in cui il consumo e la scuola, la tv e il lavoro in fabbrica vanno attenuando le differenze di classe, a Torrematta va in scena l’ultima feroce battaglia tra le due fazioni.

E’ una guerra senza politica, fondata su radicalismo e dogmatismo adolescenziale, sull’odio viscerale per tutto ciò che si sente minaccioso per la sopravvivenza e il dominio della propria fazione. Una guerra tribale, valvola di scarico di una rabbia cieca e fondativa essa stessa di differenze che stanno per essere seppellite non da una rivoluzione ma dalla massificazione dei consumi e degli stili di vita.

Il capo dei signori è Francisco Marinho, nome d’arte e di battaglia preso a prestito dal biondo terzino sinistro del Brasile del 1974. E’ sua la voce narrante del romanzo, quella che descrive i cafoni come una specie orrenda e bestiale, da annientare senza pietà.

Ma qualcosa nella contrapposizione vacilla. Qualche cafone che si azzarda a comportarsi non più da cafone ignorante, gira in Fantic Motor, gioca a flipper e ha qualche soldo in tasca. E poi gli amori e le attrazioni tra esponenti delle opposti eserciti. L’amore impossibile e totale di un cafone (tal Tonino detto Stonio detto lo Storduto) per la fidanzata di Marinho, l’amore che va nascendo tra Marinho e la cafona Mela, sorella dello Storduto.

Le spiagge del Salento

Salento, spiaggia di PescoluseProtagonista del romanzo di D’Amicis è anche il paesaggio, le spiagge salentine tra Porto Cesareo e Gallipoli, spiagge che per richiamare ancora più turisti oggi sono state ribattezzate le Maldive del Salento e che, a onor del vero, ben poco hanno da invidiare ai paradisi tropicali.

Dopo aver letto il libro può venire voglia di andare a vedere. Le spiagge ma anche le città e l’entroterra salentino. Oggi non è più il Salento degli anni settanta: ci sono i voli low cost che atterrano a Brindisi, i festival musicali, i b&b, le masserie trasformate in resort. Da Lecce, città ricca di eventi culturali e gioiello del barocco, le belle spiagge ioniche sono raggiungibili in circa mezzora. Per dormire si può optare per un bed and breakfast a Lecce oppure per un hotel masseria a pochi chilometri dalle spiagge.

Camilleri, La gita a Tindari

“I romanzi gialli, da una certa critica e da certi cattedratici, o aspiranti tali, sono considerati un genere minore, tant’è vero che nelle storie serie della letteratura manco compaiono. E a te che te ne fotte? Vuoi trasìre nella storia della letteratura con Dante e Manzoni?”

Andrea Camilleri, La gita a Tindari, Sellerio

Camilleri, La gita a Tindari
Camilleri, La gita a Tindari
Un giovane viene ucciso davanti al portone di casa, due anziani coniugi, residenti nello stesso palazzo, scompaiono misteriosamente dopo una gita domenicale a Tindari – lo splendido paesino, in provincia di Messina, sede del Santuario della Madonna Nera, nonché di importanti scavi archeologici.

Montalbano indaga e, grazie anche alle abilità informatiche di Catarella, riesce a stabilire un legame tra i due eventi e a smascherare una pericolosa organizzazione criminale. Nel frattempo: Mimì Augello (il vice di Montalbano) medita di trasferirsi a Pavia per amore, ma Montalbano riesce a sventare l’amore e il trasferimento, presentandogli la bella Beatrice; ricompare Ingrid – che, forse, passa una notte d’amore con l’ispettore. Forse.

Divertente e di piacevole lettura, scritto in un frizzante sicitaliano, ambientato in una Sicilia succulenta (come i piatti della cammarera Adelina) e, a tratti, di una bellezza selvaggia.

Però qualche aspetto della trama non convince del tutto – in particolare non è del tutto chiara la ragione del triplice omicidio (in fondo Nenè e il dottore si conoscevano già): certo, la posta in palio era altissima e, forse, nella vita vera si uccide anche per meno. Magistrali i dialoghi tra Montalbano e il vecchio boss mafioso – tutti accenni, metafore e mezze parole.

A tutti i fan di Camilleri/Montalbano segnalo il simpatico sito Vigata, dedicato all’immaginario luogo d’ambientazione della serie. Una città probabilmente ispirata a Porto Empedocle, che la fiction televisiva ha, invece, ambientato a Ragusa.

Per visitare i luoghi si può scegliere come base un b&b a Ragusa Ibla, oppure pernottare a Punta Secca nella casa di Montalbano adibita a bed and breakfast.

Ziccardi, L’ultimo hacker

“Mi siedo sul muretto a secco di fronte alla casa e guardo il crepaccio che si apre sulla sinistra e il torrente che scorre lambendo i Sassi. Nel corso dei secoli la roccia tenera è stata solcata dall’uomo, alla ricerca di ripari o semplicemente di lavoro o di luoghi di culto. La macchia mediterranea è fatta di specie che resistono al clima secco. […] Mi godo finalmente i giorni senza pioggia. L’aria è fresca, ma rispetto a Milano sembra di essere ai Caraibi”

Giovanni Ziccardi, L’ultimo hacker, Marsilio, 2012

Ziccardi, L'ultimo hacker
Ziccardi, L'ultimo hacker

L’ultimo hacker è il primo romanzo di Giovanni Ziccardi: un thriller informatico ambientato prevalentemente a Milano – nel quartiere Isola (dove vive il protagonista), in via Larga e all’Università di via Festa del Perdono  – con incursioni a Matera, in Puglia (a Polignano a Mare) e sull’altipiano del Carso – sempre in sella ad una vecchia Yamaha 400.

Alessandro Correnti, ex hacker col soprannome di “Deus”, è ora un avvocato milanese. Quando un suo vecchio amico, “God”, muore improvvisamente durante una conferenza  in aula Crociera, all’Università di Milano, Alex  inizia, da dietro lo schermo di un computer, un’indagine digitale non proprio ortodossa che lo porterà a girare l’Italia, a rivedere vecchi amici e, soprattutto, a scoprire un’inquitante innovazione tecnologica che mette a rischio la privacy di ogni cittadino.

Un libro imperdibile per gli appasionati di elettronica e istruttivo per tutti gli altri. Un eccellente esordio: una scrittura asciutta e veloce, una storia intrigante che si divora in poche ore. Forse, però, non sarebbe guastato un pizzico di ironia in più nella caratterizzazione dei personaggi, specie del protagonista – ma, come ben testimoniato dal suo nick, Deus, questa pare una virtù estranea al mondo degli hacker.

Piazzese, I delitti di via Medina-Sidonia

“E se non lo capite al tramonto, quando l’aria è ferma, né calda ne fresca, e vi si drizzano i peli delle braccia, e sembrano crepitare, se non badate ai rumori, che vi arrivano da più lontano, se non vi dice niente il colore viola delle montagne e l’oro che cola dalle pietre della Cattedrale, se ignorate le bordate rosso rubino che il sole vi spara da dietro le guglie di San Domenico, se proprio non lo capite che sta arrivando, allora vuol dire che siete forestieri. Non che sia grave. Voi non ne avete colpa. Ognuno vive dove può. Ma il giorno dopo per voi sarà l’inferno, il rogo, l’apocalisse. Lo Scirocco d’Africa vi colpirà duro. Non vi darà respiro”

Santo Piazzese, I delitti di via Medina-Sidona, Sellerio

Piazzese, I delitti di via Medina-SidoniaI delitti di via Medina-Sidonia è il primo romanzo della Trilogia di Palermo, un noir siculo-universitario che ha come protagonista il ricercatore in biologia Lorenzo La Marca, sulle tracce di un presunto assassino dell’amico e collega Raffaele Montalbani, trovato impiccato al grande ficus dei giardini botanici. E’ vero suicidio?

L’autore è il palermitano Santo Piazzese, che come La Marca è biologo presso l’Università di Palermo.
Tra i riferimenti letterari dell’opera, inevitabile confrontarsi con Camilleri con il quale Piazzese condivide la sicilianità, il genere giallo/noir e la casa editrice Sellerio. Non può essere casuale la scelta del nome ‘Montalbani’ per l’uomo trovato cadavere all’inizio del libro, e l’assonanza con il Commisario Montalbano. Un particolare che fa pensare alla volontà dell’autore di prendere le distanze dal maestro, seppure ironicamente, con una provocatoria uccisione simbolica.

Tra le altre, innumerevoli e sovrabbondandi citazioni, vi è pure Jean-Claude Izzo, considerato il capostipite del noir mediterraneo, con cui Piazzese ha diversi punti di contatto. La Palermo di Piazzese, come la Marsiglia di Izzo trasmette all’investigatore il suo carattere indolente, narcisista e decadente. E il fatto che Lorenzo La Marca beva pastis, proprio come l’ispettore Montale e ogni vero marsigliese, sembra una chiara rivendicazione e omaggio allo scrittore francese.

Tetti di Palermo, Renato Guttuso
Tetti di Palermo, Renato Guttuso, 1985
La città di Palermo è tra i protagonisti del romanzo di Piazzese. E’ una Palermo che, per una volta, è possibile conoscere al di là degli stereotipi prevalenti anche in letteratura, in cui è possibile anche concepire una storia di omicidi senza mafia, in puro stile noir. Lorenzo La Marca si muove lentamente e agevolmente nella sua città e ce la fa conoscere molto meglio di una guida turistica. Va a pranzo a Mondello – i busiati col pesto ericino, la spigola in forno con la lattata di mandorle – abita nel centro storico mai risanato e ha una bella terrazza con vista sui tetti, fa la spesa al mercato e si sfama con il più classico e letale cibo da strada palermitano: focaccia con la meusa, panino con le panelle, seppioline e calamari fritti.

La cosa migliore di tutto il libro è a mio parere la descrizione di Palermo durante una giornata estiva di scirocco, con cui si apre e si chiude il sipario della rappresentazione di Piazzese. Da leggere prima di un viaggio a Palermo per non farsi cogliere impreparati come un qualsiasi turista.

Albino Ferrari, Alpi segrete

A questo punto, tutti noi uomini contemporanei ci sentiremo più tristi se Dino sparisse, anche se non l’abbiamo mai visto, e sappiamo che non lo incontreremo mai. Il solo fatto di sapere che l’orso vaghi libero per le montagne ci dà la rassicurante sensazione che la natura viva ancora. Ci sgrava da un senso di colpa.

Marco Albino Ferrari, Alpi segrete, Laterza, 2011

Alpi segrete di Marco Albino Ferrari
Cosa sono oggi le Alpi italiane? Sono nell’immaginario collettivo posti dove si va in vacanza o a sciare. Sono Madonna di Campiglio e Courmayeur, Sestriere e Cortina d’Ampezzo, le immagini da cartolina del Gran Paradiso, i negozi alla moda, le ski area e i ristoranti di cucina tipica. Ma questi luoghi – che si raccontano e si costruiscono come prodotti a uso e consumo dell’industria del turismo, che ci restituiscono un’idea addomesticata, mondana e rassicurante della montagna italiana – non sono che piccole e circoscritte isole nella geografia alpina.

Tutto il resto – le vette meno note, le foreste, le valli dimenticate e spopolate dalle migrazioni e dall’abbandono delle attività tradizionali – Marco Albino Ferrari ce lo racconta in Alpi segrete, suggerendo itinerari che attraversano luoghi vicini e lontanissimi. In Valle Maira, dove qualche anno fa fu girato Il Vento fa il suo giro. E poi in Val di Mello, sul Pizzo Badile, nella Valle dei Mocheni, sulle Dolomiti Bellunesi e sulle Alpi Giulie.

Sulla strada incontriamo storie e personaggi sconosciuti ai più e che ci raccontano del rapporto tra uomini e montagna su cui si è modellata nei secoli la geografia delle Alpi. E’ un rapporto che che oggi è in crisi, per la difficoltà di trovare una terza via, alternativa sia all’industria del turismo che allo spopolamento.

Riviviamo le imprese di alpinisti d’altri tempi come Riccardo Cassin e Julius Kugy. E le imprese non meno eroiche di Dino, l’orso che tra la primavera e l’autunno del 2009 parte dalla Slovenia, compie un cammino solitario di oltre trecento chilometri attraversando passi dolomitici, foreste, villaggi, città, autostrade, sbrana pecore, suscita dibattiti nazionali ed editoriali sui quotidiani, arriva alle porte della Pianura Padana per poi ritornare sui suoi passi, compiere il cammino in senso inverso e finire ucciso da chi pensava di averlo protetto.

Alpi segrete di Marco Albino Ferrari è un libro consigliato agli appassionati di montagna ma anche a chi ha voglia di riscoprire, anche in Italia, itinerari di viaggio poco battuti.

Camilleri, La vampa d’agosto

“Il commissario invece era trapanato da una dimanda: non stava facenno una minchiata sullenne? Pirchì aviva acconsentito? Sulo pirchì nello spiazzo la calura non primittiva di discutiri? Ma quella era una scusa che si era data al momento. La virità era che a lui faciva piaciri assà aiutare quella piccotta che…”

Andrea Camilleri, La vampa d’agosto, Sellerio, 2006.

Camilleri, La vampa d'agostoAfa senza scampo su Vigata. Il cadavere di una ragazza trovato dopo sei anni all’interno di un villino abusivo. Il rapporto con Livia in grave crisi, tanto che il Commissario Montalbano cuoce a fuoco lento nella gelosia mentre la fidanzata se ne sta in barca con un fantomatico cugino Massimiliano.

Montalbano sembra avere fin dall’inizio l’intuizione giusta per venire a capo del mistero ma la vicenda si complica, si attorciglia e ritorna al punto di partenza. Colpa della vampa d’agosto, che offusca la razionalità e accende le passioni. Colpa dell’età che avanza e di una picciotta di ventidue anni con gli occhi azzurro cielo e i capelli d’oro.

Con la consueta fluidità di scrittura, in cui si amalgamano sorprendentemente siciliano e italiano, Andrea Camilleri da vita all’ennesimo capitolo della saga di Montalbano, uno tra più riusciti per l’ironia, il mistero, qualche riferimento polemico alle vicende poltiche italiane, i dialoghi irresitibili tra il commissario e Catarella. Il tutto condito con tanto amore per la terra e la cucina di Sicilia. Ricetta ampiamente rodata, che funziona a meraviglia.

Chi volesse approfondire la conoscenza dei luoghi in cui sono ambientate le storie del commissario più famoso d’Italia dovrebbe tener presente che, diversamente da quanto si dedurrebbe dal Montalbano televisivo, ambientato a Ragusa Ibla e dintorni, la cittadina di Vigata è il nome immaginario di Porto Empedocle, cittadina natale di Andrea Camilleri situata in provincia di Agrigento, sulla costa meridionale della Sicilia.


Porto Empedocle su Google Map

Fenoglio, Il partigiano Johnny

“Essi, per assiepati, sicuri sentieri salirono alla prima collina, intuendo che di lassù potevano avere un certo panorama dell’oltrefiume. Infatti, rivoltandosi in cima, le videro perfettamente, sebbene come mozzate dall’ombra incombente, molto più alte delle umili alture fluviali: la considerevole collina di Neive e quelle più massicce, eccelse e desolate di Mango, grigionere nella distanza e massicce, eppure aeree come enormi nubi di tempesta ancorate alla terra”

Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, edizione critica a cura di D. Isella, Einaudi.

Fenoglio, Il partigiano JohnnyMombarcaro, Murazzano, Lovera, Dogliani, Mango, Castagnole. Tra questi paesi di collina e le cittadine di Alba e Santo Stefano Belbo tra il 1944 e l’inverno del 1945 si consuma l’avventura di Johnny, giovane studente che, dopo aver disertato, sceglie la lotta partigiana.

Johnny è il partigiano delle Langhe. Tutto il romanzo è un camminare per colline, avanzare su creste, riposare in povere cascine, abitare o attraversare paesi rurali (Murazzano con i rossi, Mango con gli azzurri). E’ vento che soffia gelido, è neve, è guadare ruscelli, traghettare il Tanaro. Le Langhe non sono un semplice scenario tra tanti, sono la sposa del partigiano.

“le desiderò subitaneamente [le colline] e marciò su di esse”.

Fuori dalle colline, ad Alba, il partigiano si sente perduto, smania nella nostalgia, nella noia della pianura; nelle sue colline si sente a casa, disperato e a casa. Forse è per questo ancoramento al suolo che nelle pagine di Fenoglio la lotta antifascista risulta non ideologizzata, è lotta per la terra e nella terra.

Le Langhe di Fenoglio, Il Partigiano JohnnyLe Langhe di Fenoglio sono così fredde e reali che la critica le ha definite metafisiche. La natura vista da vicino lo è sempre, specie se, come Johnny, cerchiamo di immaginarla senza i segni umani. Io non so cosa è metafisico per i critici, ma, di certo, se non si può dire che Johnny incarni tutti i partigiani (Johnny è un partigiano colto, i suoi compagni di viaggio spesso non sono come lui, e questo lo isola) è però vero che la sua storia è la storia – non celebrativa, non didascalica – della resistenza in Italia. Una storia di freddo, fango, fame e bronchite – che altro può essere una storia di guerra? – una storia epica, perché triste e desolante, perché non erano tutti giovani e belli (e coraggiosi ed altruisti), eppure in molti, come Johnny, hanno trovato il coraggio di dire “no, fino in fondo”, ostinatamente, assurdamente, con o senza il conforto di un ideale, ma sempre senza un piatto caldo o la speranza di un domani per loro.

Lo stile all’inizio è difficile – ma poi si prende il passo, come a camminare in collina. Frasi in inglese, inglesismi sintattici, neologismi. Nell’edizione Einaudi c’è in postfazione un bel saggio di Dante Isella sulla lingua del partigiano Johnny, una lingua che il curatore, a ragione, definisce magmatica.

“un’invenzione linguistica che investe tutti i livellli di scrittura, nessuno escluso, dietro la quale sta […] l’idea di una lingua allo stato fluido, liberamente generativa, senza impedimenti di sorta”

La lingua del partigiano Johnny produce una sensazione di displacement, estraniamento, alienazione. E Johnny è spesso un estraneo: lo è tra i civili, lo è ad Alba, lo è coi rossi. E’ una sensazione che ritorna costantemente nei grandi romanzi di guerra, scritti da chi, come Fenoglio, la guerra l’ha fatta davvero: la sensazione di non essere lì, di non essere di quelli ma di non poter essere altrove, di non poter essere che dei loro. La guerra estranea (“Ho ucciso/I killed” è il sigillo del partigiano, il confine da cui non si torna), perché è alienante uccidere ed è alienante poter essere uccisi. Anche se è una guerra giusta.
Google Map: Le Langhe di Fenoglio

Montaldi, Il mercante di lana

Valeria Montaldi
Valeria Montaldi

“La Val d’Aosta, come molte altre valli alpine, è ricca di leggende. Quella della ‘Città di Felik’ è una delle più antiche della valle di Gressoney. Questo romanzo è nato dall’esigenza di inventare una storia che coniugasse il mito con le vicende del popolo walser, presente in questo territorio già dal 1200” più precisamente con un’ambientazione “nella prima metà del XIII secolo, cioè trent’anni dopo il primo insediamento dei walser”.

Valeria Montaldi, Il mercante di lana, Piemme, 2001

Così si legge nell’introduzione de Il mercante di lana romanzo di esordio di Valeria Montaldi che è appena stato ristampato nelle edizioni BUR (2011).

Un libro importante, dunque, che ha vinto i premi Ostia Mare di Roma, Città di Cuneo e Frignano. L’autrice è specializzata nel romanzo storico ambientato nel 1200 e questo suo primo lavoro fa parte di una tetralogia che include Il signore del falco (Piemme, 2003), Il monaco inglese (Rizzoli, 2006) – entrambi finalisti al Premio Bancarella – e Il manoscritto dell’imperatore (Rizzoli, 2008), vincitore del Premio Saturo d’Argento 2009 e del Premio Rhegium Julii.

Frate Matthew è un inglese che, sentendosi in colpa per la morte di una ragazza accusata di stregoneria, reo di averla ospitata, è costretto a lasciare il suo convento per intraprende un lungo viaggio per l’Europa. Il romanzo, di circa 450 pagine, ha inizio con l’incontro, nel Canton Vallese svizzero, tra il frate e un mercante di lana e tessuti pregiati che, vedendolo provato dalle fatiche, lo invita a unirsi al suo gruppo per attraversare le Alpi al sicuro dai molti pericoli.

Il mercante di lana, edizione BUR 2011 In questo modo il protagonista giunge nella vallata sotto il Monte Rosa, l’attuale Gressoney, precisamente nel paese di Felik dove vive una comunità di mercanti e tessitori di lana di origine tedesca. Non si tratta di un Medioevo romantico e di sottofondo, ma di una perfetta e ponderata ricostruzione storica che indaga sulle radici di una minoranza culturale valdostana che esiste ancora oggi, che ha un fascino tutto particolare e che si può anche riscoprire con un viaggio in Val d’Aosta nelle valli dell’Evançon e del Lys, per chi ama rivivere le atmosfere dei libri visitandone i luoghi (una proposta di itinerario sulle orme Walser).

Del resto per la Montaldi scrivere un romanzo storico “non è spiattellare due personaggi su uno sfondo di cartone, ma cercare di ricreare il pensiero, il modus vivendi di un’epoca” anche nei dettagli geografici di paesaggi e antichi castelli oggi in rovina. Fantasia e realtà storica convivono mescolate in modo indistinguibile, per esempio nelle vicende della famiglia Challant che realmente dominò quel territorio per circa due secoli. La piccola comunità walser di Felik, città della leggenda, è invece collocata a 2.000 metri di altezza, sotto la montagna di ghiaccio, dove un tempo, secondo le fonti storiche, prosperavano coltivazioni di cereali dovute alle condizioni climatiche miti che lambivano quel luogo. Il che permetteva di sopravvivere nonostante l’altitudine e di far sì che Felik fosse il punto di partenza per i viaggi dei commercianti in tutta Europa, attraverso i passaggi dei valichi sul Monte Rosa e della Svizzera oggi ricoperti dai ghiacci ma che conservano le tracce di quegli antichi sentieri.

La meta del frate non è casuale, ma frutto di una profezia. Un grave pericolo incombe sulla ricca comunità di mercanti walser.

“Sono tornata, frate Matthew, per dirti di non tormentare la tua anima con colpe che non hai… Andrai cercando un villaggio abitato da ricchi mercanti, fra monti tanto più scoscesi di quanto tu ne abbia mai visti: lo chiamano Felik…”

Attraverso questo sogno Matthew vede il destino che minaccia la comunità e per questo decide di deviare il suo itinerario per avvertirli e salvarli da quel che li spetta. È infatti la prosperità e la ricchezza di questi uomini che li ha resi avidi e insensibili ai bisogni dei meno abbienti la causa di tutto. Il personaggio più significativo di questa mancanza di etica è Hermann, assetato di denaro e di potere, disposto a ogni cosa pur di ottenere la nomina di vassallo dal signore del luogo.

La strana atmosfera del villaggio dove il cuore di tutti sembra essersi inaridito, secondo la profezia è destinata a perdurare sino al giorno in cui una fitta neve tinta di rosso inizierà a cadere. Riuscirà il frate a farsi ascoltare e a impedire che si compia il tremendo destino?

Di seguito le principali edizioni:

– BUR Biblioteca Universale Rizzoli  2011 (collana Narrativa) € 10,90
– Piemme  2007 (collana Bestseller) € 11,00
– Piemme 2001 € 18,08 (462 p., ill.)
Il mercante di lana – Il signore del falco Piemme  2005, (collana Piemme pocket) € 9,90 (647 p., Brossura)

Sciascia, il giorno della civetta

La Sicilia raccontata nei libri di Sciascia ha sempre un valore simbolico. Sono i problemi della regione e lo spirito degli abitanti, più che i luoghi fisici, a essere indagati. Le riflessioni sulla Sicilia trascendono il contesto, i luoghi descritti diventando ogni volta una metafora dell’Italia e del mondo.

Il giorno della civetta di Sciascia.
Alcune edizioni de “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia.

La Sicilia raccontata nei libri di Sciascia ha sempre un valore simbolico. Sono i problemi della regione e lo spirito degli abitanti, più che i luoghi fisici, a essere indagati. Le riflessioni sulla Sicilia trascendono il contesto, i luoghi descritti diventando ogni volta una metafora dell’Italia e del mondo.

Il giorno della civetta, portato sul grande schermo da Damiano Damiani, è il più noto dei libri di Sciascia perché è il primo libro che tratta in modo esplicito della mafia, nelle sue connessioni con la politica. Fu pubblicato coraggiosamente da Einaudi nel 1961, bisogna tenere presente che a quell’epoca la parola “mafia” non veniva pronunciata spesso, nemmeno nei verbali dei carabinieri. L’allora cardinale di Palermo Ruffini la definiva come un’invenzione dei comunisti e i reati per associazione mafiosa sono stati introdotti soltanto nel 1982 dopo l’attentato al generale Dalla Chiesa. Anche per questo, i grandi autori siciliani avevano sempre evitato l’argomento da Verga a Pirandello sino a Brancati. Sciascia, al contrario, rompe l’omertà e lo fa con il suo stile da narratore di cronaca, apparentemente, come farà più tardi per esempio nel raccontare la scomparsa da Palermo di  o il ritrovamento del corpo di Raymond Roussel all’Hotel des Palmes, in cui i riferimenti ai luoghi reali sono precisissimi. Ne Il giorno della civetta, invece, le descrizioni e l’ambientazione sono reali e vengono dipinti tre paesini del palermitano, ma non sempre vengono citati i nomi, solo le iniziali, come per evocare solo il sapore e l’atmosfera di quelle terre. Eppure, nei paesi di B., C. e S., le descrizioni delle piazze con i campanili, delle stazioni dei carabinieri, le fermate dei pullman, i luoghi degli interrogatori, sono precise ed evocative, quasi come a trascendere il particolare per cogliere lo spirito di qualunque paese di quei luoghi.

Lo stile è quello del giallo. Il giallo come approccio e filosofia per raccontare la realtà. Un “giallo che non è un giallo” per citare Calvino che ne dà delle recensioni entusiastiche, accanto alle tante stroncature dell’epoca. Uno stile che si ritrova ereditato per esempio in Camilleri, anche se nei romanzi di Montalbano l’aspetto descrittivo della Sicilia sottostante è più “turistico”. La Sicilia di Sciascia, “gialla e rugosa. Secca, corrotta e caldissima” dove non piove mai e l’inverno stenta ad arrivare, è invece più problematica, amara, psicologica e dura.

Francobollo commemorativo di Leonardo Sciascia
Francobollo commemorativo di Leonardo Sciascia. Sullo sfondo, la Sicilia.

La trama del libro è ambientata nell’hinterland palermitano dove viene ucciso un imprenditore edile, Salvatore Colasberna. Ma gli omicidi ben presto si moltiplicano, la trama s’infittisce e il giovane capitano dei carabinieri Bellodi indaga insieme al maresciallo Ferlisi, escludendo da subito la pista passionale che sembra troppo scontata ed evidente, come per depistare. E in questo quadro emerge la mafia e il giallo si trasforma in romanzo sociale. Ma la soluzione non è a lieto fine. Il giallo cela trame e intrighi molto più grandi dei protagonisti. Le ultime pagine del libro sono poi ambientate a Parma, ma attraverso lo stratagemma della “proiezione” in cui il legame con la Sicilia è ancora molto forte. La regione, del resto ha conosciuto più di altre il problema dell’emigrazione e dei legami tra gli emigrati e la propria terra, mai troncati e sempre fitti. E la mafia, anche se quella del romanzo è ancora nella sua fase agricola, più che quella internazionale dei nostri tempi, è una rete che esce dalla Sicilia. A Parma, Bellodi, è stato rispedito a casa con il pretesto di una licenza, o forse di un allontanamento causato dall’aver indagato troppo nel vivo. E lì, parlando con il collega di indagini, mentre la loro inchiesta sembra venire annullata da chi è più in alto di loro, progetta il suo rientro in Sicilia, per riprendere la sua battaglia. Questo è il senso del libro e dell’immagine della Sicilia che ci offre. Una Sicilia socioculturale più che turistica, indagata nel suo spirito profondo, più che sulle sue bellezze esteriori. Eppure così vera e in parte immobile, dal 1961 a oggi, come nella massima de Il gattopardo.

 

 

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Camanni, il giallo in Valle d’Aosta

Enrico Camanni
Enrico Camanni, dalla cui penna è nato il personaggio di Nanni Settembrini

La Valle d’Aosta è celebre per le sue montagne, per il meraviglioso Parco Nazionale del Gran Paradiso e, soprattutto, per la neve e gli sport invernali di cui Cervinia e Courmayeur rappresentano i più importanti centri turistici. Da qualche anno la più piccola delle regioni italiane è poi diventata tristemente nota anche per il delitto di Cogne, uno degli episodi di cronaca più sconcertanti e più seguiti dai mass media degli ultimi tempi. Mistero (o delitto?) e montagna (intrisa di solitudine e di un ambiente che stimola la riflessione), è il binomio che caratterizza i romanzi di , che vedono come protagonista un improvvisato investigatore, Nanni Settembrini, che non è né un poliziotto né un detective, bensì una guida alpina capo del Soccorso di Courmayeur. Ogni volta si trova coinvolto nella ricerca di dispersi che si rivelano presto non dei normali incidenti, ma dei fitti misteri che vengono ricostruiti, tassello dopo tassello, in un affascinate puzzle che ha il sapore del giallo.

Nell’ultimo libro, il terzo della saga (Il ragazzo che era in lui, CDA & Vivalda Editori, 2011) Settembrini va in trasferta sulle Dolomiti, ma i primi due gialli sono ambientati appunto in Valle d’Aosta. Enrico Camanni, infatti, prima di essere un romanziere, è un alpinista che ha aperto numerose nuove vie sul Monte Bianco, direttore di alcune scuole di alpinismo e di scialpinismo, ma anche un giornalista che è stato a lungo collaboratore della Rivista della Montagna. È dunque un grande esperto che ha una lunga sfilza di libri e pubblicazioni tecniche e turistiche nel settore. Ma la passione per la narrativa l’ha spinto a cimentarsi, con fortuna, anche in questo genere di avvincente alpinismo letterario in cui si ritrovano descritti in modo preciso i luoghi più dettagliati che solo una guida di montagna può conoscere alla perfezione.

La sciatrice
La sciatrice (CDA & Vivalda Editori, 2006)

La saga di Nanni Settembrini ha inizio con La sciatrice (CDA & Vivalda Editori, 2006) che narra la scomparsa da Toula di una donna, Anna Filippi, che la guida alpina cerca per tre giorni, accompagnato da Linda, in un disperato itinerario invernale tra i ghiacciai del Monte Bianco dove la pista sembra che ogni volta venga beffardamente deviata dal luogo della scomparsa e la trama assume presto i toni del mistero.

Ne L’ultima Camel blu (CDA & Vivalda Editori, 2008), invece, la ricerca è ambientata in una torrida Courmayeur estiva, colpita da un caldo anomalo (ma forse ormai non più di tanto, si sa che il clima sta cambiando e non ci sono più le mezze stagioni) mentre i ghiacciai si sciolgono, le pietre cadono e il cielo è sempre più blu. È infatti Ferragosto e tutto sembra tranquillo mentre le guide festeggiano e ognuno si appresta alla tradizionale grigliata, quando arriva la notizia della scomparsa di alcuni alpinisti che si erano avventurati sul massiccio del Monte Bianco. «Ne mancano tre, due uomini e una donna.» Viene dato l’allarme, ma la ricerca appare subito difficile perché non ci sono indicazioni sulla meta precisa degli escursionisti e, soprattutto, i familiari appaiono un po’ troppo reticenti. L’eroe del soccorso valdostano Nanni Settembrini, questa volta insieme a Ivan Bareux, si deve affidare all’intuito e alla sua esperienza dei luoghi, procedendo per tentoni, senza escludere nessuna possibilità. Ma i giorni passano e non si riesce a trovare nulla, né un segno del loro passaggio, né un qualcosa che lasci presagire a una disgrazia. Nulla tranne un mucchietto di sigarette. Tragedia? Fuga? Ancora una volta il mistero. Mentre la storia si intreccia con le vicende personali di Settembrini, con i suoi problemi di lavoro e di coppia, la svolta delle indagini avviene sul Dente del Gigante (la vetta al confine tra Francia e Italia) dove una traccia, improvvisamente, fa riaprire un’ipotesi che era stata precedentemente esclusa.

 

 

 

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