Carrère, Limonov

“A parte le stazioni del metrò, che sono veri e propri palazzi, di gran lunga quanto ci sia di più bello a Mosca, non c’è un posto in cui fermarsi a riposare, a riprendere fiato. Niente caffè, se non sepolti in scantinati, in fondo a cortili interni che bisogna conoscere, perché non c’è nessuna indicazione, e se chiedete qualcosa a un passante questi vi guarda come se lo aveste insultato”

Emmanuel Carrère, Limonov, Adelphi

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Carrère, Limonov
Me l’avevano detto in tanti ed avevano ragione: Limonov, di Emmanuel Carrère, è davvero un bel libro: istruttivo, agile, intrigante, di quelli che dispiace finire. Un romanzo difficile da catalogare. Innanzitutto, è la biografia di Eduard Savenko, classe 1943, detto Limonov: la storia della sua vita avventurosa, il ritratto della sua personalità eccentrica e poliedrica.

Limonov è un megalomane, un cinico, amico di criminali come Arkan, circondato di ragazzi con gli anfibi e la testa rasata, un nostalgico dello stalinismo, un uomo solo, sempre disperatamente in cerca d’amore e riconoscimento, in cerca di qualcuno che lo veda come lui vede se stesso; ma Limonov è anche un romantico, un idealista, generoso e sempre disponibile con gli altri, è uno yogi che sostiene di aver vissuto l’illuminazione (Carrère da la cosa per buona); è, a suo modo, un politico serio ed onesto (cosa che in Russia non è di poco conto), ammirato da persone come Anna Politkovskaïa ed Elena Bonner. Ma, soprattutto Limonov è (e ha sempre scelto di essere) un avventuriero.

Teppistello a Char’kov (città industriale dell’Ucraina) ai tempi dell’URSS, poeta underground a Mosca, frequentatore del jet set e poi barbone e poi maggiordomo di un miliardario a New York, intellettuale à la page a Parigi, militare volontario in Serbia (a Sarajevo e, poi, in Krajina), fondatore di un partito politico (il partito nazionalbolscevico), aspirante rivoluzionario (sempre, ma soprattutto) in Altaj, detenuto per terrorismo e condannato nel campo di rieducazione di Engel’s (la versione contemporanea del gulag), scrittore di successo (tradotto anche in italiano) di romanzi sempre autobiografici – come osserva Carrère, Limonov non è  un vero romanziere, perchè sa raccontare solo episodi che ha vissuto, non inventa nulla.

LimonovCon una vita così intensa, non c’è da stupirsi che si sia spesso trovato al centro della storia – anche se mai in quella posizione da protagonista, che tanto ha agognato. E infatti, attraverso la vita di Eduard Limonv, Carrère racconta, magistralmente, anche alcune delle più salienti vicende della politica europea e, soprattutto russa, degli ultimi 50 anni. Tra le altre cose, ho finalmente capito da dove arrivino questi nuovi miliardari russi e come si sia potuti passare dallo stalinismo alle oligarchie petrolifere. Una bibliografia e anche un libro di storia politica, quindi. Ma non è tutto. Limonov è anche e in buona parte un romanzo autobiografico: non solo perché, in almeno tre occasioni, Limonov e Carrère si sono davvero incontrati, ma anche perché, accanto alla storia del protagonista, Carrère racconta spesso episodi della sua vita privata, portando così avanti uno strano, indecifrabile, parallelismo tra due esistenze così diverse – l’avventuriero russo e l’intellettuale parigino di buona famiglia. Perché Carrère un po’ invidia Limonv, e un po’ no.

SamarcandaTra i tanti luoghi tra cui si snoda questo testo, uno in particolare è rimasto al centro delle fantasie. Non la Russia: per quanto Mosca non corrisponda più al luogo triste di cui all’epigrafe (descrizione della metà degli anni ’80), l’immagine di questo paese è comunque un misto poco invitante tra una dittatura, Las Vegas e il far west. No, il posto che mi è venuto voglia di vedere è proprio uno dei luoghi preferiti da Limonov: l’Asia Centrale – l’Altaj, l’Afganistan, l’Uzbekistan, il Turkmenistan, il Tajikistan, “città come Samarcanda o Barnaul. Città schiantate dal sole, polverose, lente, violente”.

Jonasson, Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

“Il sole del pomeriggio trapelava attraverso gli abeti. Allan cominciava a sentire freddo, con addosso soltanto la giacchetta leggera e le pantofole. E di Byringe nessuna traccia, a parte la stazione. C’erano boschi, boschi e nient’altro che boschi”

Jonas Jonasson, Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve , Bompiani, 2011

Jonasson, il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

Svezia. Il giorno del suo centesimo compleanno Allan Karlsson evade dalla casa di riposo di Malmköping e, nonostante l’età, si da  ad una rocambolesca fuga tra le campagne del Sörmland e i boschi del Småland (attraverso le località di Byringe, Rottne, Sjötorp – casa di Bella – e Klockaregärd), mettendo insieme un’improvvisata ed eterogenea banda, una vera e propria armata brancaleone, con tanto di ingombrante animale al seguito.

Del resto questa non è certo la più mirabolante delle avventure di Allan, il quale, come si viene presto a sapere, è una sorta di Forrest Gump (anche se decisamente più intelligente): un uomo che ha girato mezzo mondo, trovandosi spesso al centro degli episodi storici più importanti degli ultimi 100 anni. Non che sia un tipo irrequieto, anzi. Solo, è un uomo che non ha mai riflettuto troppo sulle cose, che piuttosto si affida al caso – o, meglio, al caos – ed è anche parecchio fortunato.

Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve è il primo romanzo di Jonas Jonasson ed è divertentissimo – a tratti, esilarante, specialmente nel finale, quando compare un Einstein (non vi dico quale). Una trama gustosa, paradossale e ben congegnata; una schiera di personaggi spassosissimi – tutti abbastanza irreali, ma non troppo. Insomma, un libro gradevolissimo, una ventata di ottimismo sulla vita e, soprattutto, sugli esseri umani – ora che ci penso, uno dei pochi che non ci esce bene è Stalin (comprensibile, del resto).

Da questo romanzo s’impara anche una lezione importante  – purtroppo non una delle uniche due cose che Allan sostiene di saper fare, ma, comunque, una cosa che nella vita vi potrà sempre tornar utile: mai bere con uno svedese, almeno che non siate perlomeno russi o polacchi (o anche friulani, aggiungerei io).


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Vonnegut, Mattatoio n.5

“Quasi non ci sono personaggi in questa storia e quasi non ci sono confronti drammatici, perché la maggior parte degli individui che vi figurano sono malridotti, sono solo trastulli indifferenti in mano a forze immense.”

Kurt Vonnegut, Mattatoio n.5 o La crociata dei bambini, Feltrinelli.

Vonnegut, Mattatoio n.5Billy Pilgrim è un tipo strambo. Billy Pilgrim ha viaggiato nel tempo: avanti e indietro per i diversi momenti della sua vita – mai più avanti, mai più indietro, mai da un’altra parte. Billy Pilgrim è nato, si è sposato con una donna brutta e ricca, è stato fatto prigioniero dai tedeschi, ha assistito al bombardamento di Dresda, è diventato un ottico importante, ha fatto due figli ed è morto.

Ma non in quest’ordine. La sua vita è un guazzabuglio di salti-spazio temporali e Billy si trova sempre a improvvisare una parte che non conosce o a rivivere un momento del suo futuro o del suo passato – entrambi i concetti non hanno molto senso per lui.

Billy Pilgrim è stato anche rapito dai trafalmadoriani, degli extra-terresti che vivono in 4 dimensioni, riescono a vedere il tempo in tutti i suoi momenti e hanno insegnato a Billy che il libero arbitrio non esiste, perchè è impossibile cambiare un futuro che è già stato e sempre sarà, ma che non esiste nemmeno la morte, perchè chi è morto nel presente, è ancora vivo nel passato – e, del resto, tutti siamo morti in qualche futuro.

Nessuna libertà, insomma. Non possiamo che restare a guardare ciò succede (e sempre è successo e succederà), non possiamo che fare ciò che facciamo e che, quindi, dobbiamo fare, senza poter cambiare nulla, senza responsabilità, ma anche senza paura.

O forse Billy Pilgrim non ha viaggiato nel tempo, forse non è neppure stato su Trafalmadore, ma si è semplicemente rincitrullito dopo un incidente aereo. Del resto cosa mai cambierebbe? Anche se la concezione trafalmadoriana dell’esistenza fosse un’assurdità, non per questo si potrebbe dire che Billy Pilgrim abbia mai avuto il controllo della propria vita, o che avrebbe potuto cambiare qualcosa nelle tragedie storiche cui ha assistito. Billy e gli altri resterebbero comunque spettatori inerti e non troppo interessati di uno spettacolo gestito da forze immense.

Certo, un libro contro la guerra, che è sempre una crociata di bambini, una critica dura e, a tratti, esplicita del mito americano e delle sue implicazioni sociali, ma, come tutti i capolavori, Mattatoio n.5, non ruota attorno ad un unico tema, ma fa vagare il suo sguardo dolce-amaro tra tutte le pieghe di quella commedia tragica che è sempre la vita (che sempre è stata e sempre sarà).

Müller, In viaggio su una gamba sola

Herta Müller, In viaggio su una gamba sola ( Reisende auf einem Bein, 1989, trad. it. Marsilio 1992)

Il racconto di quello che Irene vede, e deforma, attraverso i suoi occhi. Sono i sogni e gli incubi di Irene. Gli incontri – stralci di amori – i dialoghi spezzati. Un flusso di coscienza frantumato in brevi periodi sintattici. Un flusso di coscienza zoppicante. Su una gamba sola, appunto.
Uno stile narrativo originale, che stanca prestissimo. Molto brava la traduttrice, Lidia Castellani. Un flusso di coscienza frantumato

Irene, come Herta Muller, è una profuga che fugge da un regime dittatoriale e chiede asilo in Germania, ottenendo poi la nazionalità tedesca – eppureè difficile ritenere che questo strano libro possa in qualche modo essere autobiografico – tanto è tutto esasperato, onirico, irreale, così teso in uno sforzo intimista che, alla fine, di intimo non rimane nulla.

Troppa poesia, si potrebbe dire – ottima poesia, sia detto, a molti di sicuro piacerà. Anche il tentativo – mai dichiarato, ma così palesemente inseguito – di rendere  (displacement, come si suol dire) dei profughi, o degli stranieri in genere – Reisende auf einem Bein, letteralmente: i viaggiatori su una gamba sola il loro difficile rapporto con le città d’accoglienza, alla fine fallisce – resta solo il compiacimento per la personalità borderline di Irene – il compiacimento artistico.

Nel 2009 Herta Müller ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura, con la seguente motivazione: «Con la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa ha rappresentato il mondo dei diseredati». Ma io non ho letto altri libri.


Vernant, L’universo, gli dei, gli uomini

Jean-Pierre Vernant, L’universo, gli dei, gli uomini (L’Univers, les Dieux, les Hommes, 1999, trad. it. Einaudi, 2005)

La mitologia greca e i suoi luoghi: Cipro (dove nacque venere), Tebe (città di Dioniso e della tragedia d’Edipo), il monte Olimpo (la casa degli dei), la Tessaglia (dove, sul monte Pelio, ebbero luogo le nozze tra Peleo e Teti), la Triade (dove, sul monte Ida, visse Paride, figlio di Priamo, re di Troia), le isole greche teatro dell’odissea.

Jean-Pierre Vernant, storico e antropologo francesce, scomparso nel 2007, era e rimane a tutt’oggi uno dei maggiori esperti di mitologia greca, materia che ha saputo leggere ed interpretare con uno sguardo profondo e originale. Tuttavia, non direi proprio che sia un bravo narratore (il genere letterario non gli si addice).

L’universo, gli dei, gli uomini è, essenzialmente, un libricino divulgativo, che racconta i miti più noti e importanti: Vernant ci aggiunge poco suo. Eppure quel poco già giustifica l’acquisto e la lettura del libro. Con poche osservazioni, Vernant è riuscito a farmi leggere le storie che già conoscevo attirando la mia attenzione su aspetti che mi erano sfuggiti (come il rapporto col cibo, che ritorna in molti miti) o  fornendomi nuove chiavi interpretative (come nel racconto su Edipo, forse quello che mi è piaciuto di più).

Rumiz, Annibale

“Canne della Battaglia va raggiunta così, controvento, lontano dalle grandi strade, col sole di mezza estate allo zenit, nella controra quando l’ombra è pesante, i fantasmi escono come a mezzanotte, e i trapassati – come temeva Pitagora – si arrampicano per le radici delle fave. Caldo tremendo: come quel 2 agosto del 216 avanti Cristo, quando in un pomeriggio Annibale distrusse otto legioni.”

Paolo Rumiz, Annibale, Feltrinelli, 2008

Paolo Rumiz, AnnibaleI libri di Paolo Rumiz sono una pratica di liberazione dal concetto stesso di vacanza. Oggi che anche le città diventano brand e che l’esotico viene inventato ad uso e consumo dell’industria turistica, oggi che ci si sposta in continuazione e velocemente ma viaggiare è diventato difficilissimo, il giornalista e scrittore triestino è uno degli ultimi grandi viaggiatori, colui che ha dimostrato che la Trebbia può essere evocativa quanto il Mekong.

Con Tito Livio e Polibio nella borsa, Rumiz va solitario o con compagni di strada su e giù per l’Appennino, i Pirenei e le Alpi, a zigzag per i paesi del Mediterraneo sulle tracce di Annibale il Cartaginese, l’uomo che duemila e duecento anni fà partì dall’odierna Tunisia con 100 mila uomini al seguito, cavalli ed elefanti, attraversò la Spagna e la Francia, i Pirenei e le Alpi, calò sull’Italia dove sconfisse più volte i Romani, si alleò con le popolazioni locali e nel bene o nel male si trasformò in mito. Che si svela ancora oggi nei luoghi più impensati, dall’Armenia alla Calabria.

Sant’Antioco, Cartagena, Canne della Battaglia, Eraklion. Il pellegrinaggio di Rumiz è un viaggio nello spazio e nel tempo, sempre molto distante da quei non luoghi e ‘depistaggi della contemporaneità’ che sono le autostrade. Sulla ‘strada dei secoli’, sull’Appennino e sui Pirenei il mondo antico diventa contemporaneo, si abbattono i confini anche culturali che separano i paesi del Mediterraneo. Nord e Sud, Europa e Africa, Occidente e Oriente sono opposizioni la cui forza sbiadisce di fronte a un paesaggio impregnato di secoli di storia condivisa.

Come il precedente E’ Oriente, Annibale è una raccolta degli articoli che ogni estate Rumiz scrive per Repubblica e che sono reperibili on line. Ma in questo caso il libro è molto più della somma degli articoli.

Gianni Mura, Giallo su giallo

“Il settanta per cento del cassoulet è costituto da fagioli bianchi, il resto da pezzi di carne. I fagioli più pregiati sono quelli di Tarbes, ma vanno bene anche quelli di Castelnaudary, Lavenet, Mazères. Varietà lingot o coco, tassativo. In Italia consigliabili quella della Val Nervia. La Trinità si scinde sul trenta per cento. Solo maiale a Castelnaudary, aggiunta di agnello e pernice rossa a Carcassonne, un pò meno d’agnello e anitra al posto della beccaccia a Tolosa.”

Titolo e macchia di sangue in copertina non traggano in inganno. Giallo su Giallo di Gianni Mura (Feltrinelli, 2007) non è propriamente un giallo. Gli omicidi sono un diversivo. O meglio, un espediente per trasformare in racconto i chilometri macinati da Gianni Mura al seguito del Tour de France. E’ un omaggio del più grande grande giornalista sportivo vivente alla Francia, alla sua gastronomia, alla sua letteratura. Non a caso l’ispettore che si occupa di indagare sui fatti criminali che insanguinano il tour si chiama Magrite.

La storia miscela finzione e realtà ed è ambientata al Tour de France 2005. Gli articoli quotidiani sulle tappe della Grande Boucle sono gli stessi pubblicati su Repubblica. Non traggano in inganno i nomi dei ciclisti modificati. Non occorre essere particolarmente esperti di ciclismo per capire, tanto per fare un esempio, chi si celi dietro a Bill Sheldon, corridore texano al settimo trionfale tour che annovera tra le sue vittorie anche quella contro il cancro.

Ma, dicevamo, lo sguardo di Mura è sulla strada più che sulla corsa. Ed è uno sguardo non privo di nostalgia, ironia, saggezza. Il ciclismo e il tour non sono più quelli di una volta. E allora tanto vale perdersi alla ricerca di una douce France che sembra esistere (resistere?) ancora, almeno nei centri minori e sulle strade di campagna dimenticate dalla modernità. La corsa dà il ritmo al viaggio e alla lettura ma anch’essa sembra un pretesto per viaggiare. E si legge e si viaggia, tra la rievocazione di episodi dei tour passati e un bicchiere di calvados.

Ne viene fuori un diario, una guida di viaggio originalissima della Francia minore, fuori dagli itinerari turistici convenzionali. Alsazia o Provenza poco importa. Ogni giorno, ogni tappa del tour, Gianni e Carletto seguono l’istinto, dirigono l’automobile fuori dalla kermesse mediatica e dalla grande viabilità, fanno sosta in locande e trattorie d’altri tempi alla ricerca di cibo e umanità.

Mura è esperto non solo di ciclismo, ma anche di vini e cucina. E’ dunque altamente probabile che il lettore finisca per focalizzarsi più sul menù del giorno che sull’assassino seriale. Ed è un piacere lasciarsi guidare alla scoperta dei piatti mitici della cucina francese. E’ un crescendo di sapori, tappa dopo tappa, fino alla notte del cassoulet a Tolosa: Gianni e i compagni di tanti tour, in lutto per l’omicidio di Dédé, si riuniscono per celebrare per l’ultima volta il grande rito laico del cibo e dell’amicizia.

Giallo su Giallo (2007) è un libro di Gianni Mura (Milano 1945), edito da Feltrinelli

Jonathan Franzen, Le Correzioni

“Chip guardò la scatola e parlò d’impulso. – Non dovrebbe essere lui a decidere?
– E’ quello che ho pensato ieri, – rispose Gary. – Ma se vuole farlo ci sono altri modi. Stanotte dicono che andrà sotto zero. Potrebbe uscire con una bottiglia di whisky. Non voglio che la mamma lo trovi con la testa spappolata.”

Terzo romanzo di Jonathan Franzen, uscito nella sua prima edizione nel 2001, Le Correzioni è il libro che ha reso famoso l’autore in tutto il mondo.

Franzen, Le CorrezioniLe Correzioni è un romanzo incentrato sulla famiglia e sulle sue psicopatologie. Attraverso l’accurata narrazione delle vite e delle relazioni dei componenti di una famiglia americana benestante di oggi, Franzen costruisce una trama fitta e appassionante, che cattura il lettore dalla prima all’ultima pagina, mettendolo nella posizione di osservatore esterno e onnisciente di un sistema sociale complesso (la famiglia Lambert), in cui i singoli componenti (Alfred e Enid, e i loro tre figli Gary, Chip e Denise, ma anche ognuno di noi nella vita reale) non sono mai in grado di comprendere i meccanismi relazionali nei quali sono immersi.

Moltissimi sono i temi e i problemi che Franzen mette a nudo. Problemi di carattere soprattutto morale. Ad esempio: come conciliare Individuo e Famiglia? Tra i due pilastri della morale occidentale contemporanea è in corso una guerra che lascia sul campo morti e feriti. I tre figli di Alfred e Enid hanno abbandonato il Mid West per trasferirsi sulla costa orientale (Philadephia e New York) e allentare, non sempre riuscendoci, le pressioni famigliari.

Gary, Denise e Chip. Un consulente finanziario, una chef di grido, un intellettuale . Cosi diversi e così uguali. Benestanti e depressi, alle prese con il mal di vivere della classe medio-alta. Vieni educato a porti degli obiettivi ambiziosi e a lavorare duramente per ottenerli, e poi scopri che quando il tuo obiettivo l’hai più o meno raggiunto la vita è sempre diversa da come l’hai immaginata e, soprattutto, sei più infelice di prima.

Un ruolo importante all’interno del romanzo ce l’ha la geografia, con i luoghi e le città che diventano simboli di uno stile di vita che è anche concezione morale. Il Mid West americano è evidentemente il custode della famiglia e delle virtù perbeniste, minacciate e sempre più accerchiate dalle pulsioni individualiste delle città cool della costa, New York e Philadelphia. E se negli Stati Uniti l’individualismo agisce pur sempre all’interno di un sistema di regole e istituzioni di controllo (come appunto la famiglia), nella Lituania post-sovietica (Chip in piena crisi fugge a Vilnius e ritrova fiducia in se stesso), le pulsioni anarco-capitaliste e individuali si sfogano liberamente, senza leggi o complessi di colpa, fino alla distruzione che è in parte suicidio e in parte saccheggio.

Le Correzioni di Jonathan Franzen è anche la storia del declino e della morte di un patriarca americano, della sua uccisione simbolica da parte dei figli e della moglie. (Una volta morto il patriarca, la famiglia potrà forse cedere alla disgregazione o ricomporsi secondo nuove regole e più in sintonia con la modernità, ogni individuo potrà avere l’illusione della rinascita e sentirsi liberato dal peso morale e fisico della famiglia patriarcale).

E’ la vicenda penosa della vecchiaia di un uomo probo e orgoglioso del suo essere probo. Alfred Lambert, indubbiamente l’eroe del romanzo, un giorno si trova di fronte al crollo del suo mondo semplificato, all’avanzare della morte in forma di dolore e malattia, con conseguente diminuzione del prestigio. Può mai essere rispettabile la vecchiaia, o lo è solo quando assomiglia un pò alla giovinezza, cioè non è accompagnata da malattia, dolore e demenza?

La sensazione prevalente in tutto il libro è l’irrimediabile decadenza che pervade ogni cosa. La casa dei Lambert a St Jude nel profondo Mid West, come il corpo di Alfred e ogni possibile riferimento simbolico, è una cosa viva nel senso di morente, in stato di putrefazione non retroattiva, con i barattoli pieni di urina nel laboratorio del seminterrato e oggetti dimenticati da decenni sotto chili di polvere. Il laboratorio di Alfred è l’ultimo (patetico) rifugio di un uomo che non riconosce più il suo paese e il suo mondo, è una discarica della modernità, piena di oggetti senza utilità o bellezza, oggetti tenuti forse per parsimonia, forse per una forma di rispetto profondamente anti-moderna.

Le Correzioni è un romanzo del 2001 di Jonathan Franzen edito in Italia da Einaudi.

Georges Simenon, Il Clan dei Mahé

“Soprattutto quando aveva bevuto un po più del solito, gli sembrava di essere stato ingannato, di essere vittima di un oscuro complotto ordito contro di lui sin dall’inizio”

Simenon, Il Clan dei MahéNoto soprattutto per i noir e per l’invenzione del commissario Maigret, il belga Georges Simenon (1903 – 1989) è stato uno dei più prolifici scrittori del novecento, e la sua opera è da annoverare a pieno diritto tra le più importanti della letteratura di lingua francese del secolo scorso.

Il Clan dei Mahé, scritto nel 1945, è un romanzo psicologico, ma anche un ritratto della tradizionale famiglia borghese della provincia francese. Critico, ironico, e non privo di risvolti drammatici.

Il protagonista, Francois Mahé, è un trentacinquenne e affermato medico di una cittadina di provincia del profondo nord francese. Benestante, stimato, perfettamente inserito nella società e nella vita.

Quando decide di passare la vacanze a Porquerolles con la sua famiglia molto perbene, non immagina che la frequentazione di quest’isola mediterranea (che Simenon amava e frequentava ossessivamente) finirà con il mettere in moto un processo di disgregazione delle sue certezze.

Fuori dal suo ambiente e dalle sue piccole incombenze quotidiane, Mahé si rende conto che la sua vita è frutto di scelte fatte sempre da altri, soprattutto dalla madre.

Libertà contro responsabilità, il conflitto inizia a logorare la psiche di Mahé, che non può più vivere come prima ma non riesce neppure a decidersi a una svolta che è sentita come troppo radicale. Il dottore si trova di fronte all’ultima occasione per cambiare la sua vita, ma esita, dentro di se cerca disperatamente il coraggio di fare ciò che sente come necessario.

Simenon a Porquerolles
Simenon a Porquerolles
Come molti libri di Simenon, Il Clan dei Mahé è un libro che si lascia letteralmente divorare nello spazio di di un pomeriggio, o di un viaggio in treno. Splendide le descrizioni dell’isola di Porquerolles. Mentre Simenon racconta ci sembra di essere li sulla Place d’Armes in mezzo ai giocatori di petanque, con in mano un bicchiere di pastis. E all’ultima pagina, abbiamo già nostalgia di Porquerolles, della polvere e del sole. Anche se non ci siamo mai stati.

Jean Paul Sartre, La Nausea

Ogni esistente nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione

Sartre, La Nausea Questo libro non è una passeggiata. Fortunatamente, per quanto complesso, a tratti anche un po noioso, è un romanzo breve, poco piu di 200 pagine. E poi è giusto che leggere qualche volta sia anche un pò soffrire.

La Nausea di Jean Paul Sartre, la cui prima edizione è del 1938, è uno di quei libri chiave del secolo appena concluso. Non solo, mi pare anticipi temi che oggi sono forse ancor più attuali. Perchè in questi tempi (questi si davvero nauseanti), in questa fase storica dominata dal cinismo, mi pare tramontata ogni speranza di dare un senso al mondo, e ogni tentativo di umanesimo appare per lo meno velleitario.

Gli uomini non si possono amare né odiare, dice Antonio Roquentin in preda alla nausea. Ed è già un progresso rispetto agli istinti che si provano nel leggere le cronache e guardando la tv.

La nausea è una sensazione di stordimento, come una nebbia dolciastra che ti avvolge nel momento in cui  ti rendi conto, veramente, di esistere. Perchè l’esistenza è evidente che non ha non alcun senso, a meno di non credere alle favole, alle religioni, a meno di smettere di guardare con occhi sani e pensare con mente libera. Il senso non è nell’esistenza, casomai siamo noi che cerchiamo di dargliene uno, perché non possiamo reggere il peso dell’assurdità dell’esistenza. Ma ogni tentativo di dare un senso fallisce perché si appoggia sulla grande truffa di credere che un senso sia possibile.

Una volta che la nausea è arrivata, Antonio Roquentin è già condannato alla solitudine, a condurre una vita inutile, tenendo un diario di bordo, osservando senza compassione le vite degli altri, quelli che ancora non sanno di esistere. Ma ogni vita è miserabile quanto le altre, non c’è nessun tipo di eroismo o stoicismo possibile.

Nella Nausea si possono trovare molte analogie con i romanzi di Albert Camus, l’altro grande scrittore esistenzialista francese del 900. Mi pare tuttavia che il libro di Sartre sia appesantito da un certo intellettualismo e che resti un gradino sotto sia rispetto allo Straniero che alla Peste.