D’Amicis, La guerra dei cafoni

La guerra dei cafoni

“Le rare volte in cui mi capitava di vederli rinuniti tutti assieme (o almeno, di vedere riunito questo manipolo più rappresentativo, che di cafoni semplici se ne annidavano a frotte in ogni catapecchia) mi stupivo, e quindi anche un pò mi vergognavo, che non li avessimo ancora annienntati.”

Carlo D’Amicis, La guerra dei cafoni, Minimum Fax

La guerra dei cafoni
Carlo d'Amicis, La guerra dei cafoni

1975. Le spiagge ioniche del Salento sono lo scenario primitivo di una guerra tra adolescenti. Da una parte i signori, ragazzi di buona famiglia con tanti soldi in tasca e vestiti alla moda, dall’altra i cafoni, ragazzi indigeni che parlano in dialetto e vivono in baracche fatiscenti. Negli anni in cui il consumo e la scuola, la tv e il lavoro in fabbrica vanno attenuando le differenze di classe, a Torrematta va in scena l’ultima feroce battaglia tra le due fazioni.

E’ una guerra senza politica, fondata su radicalismo e dogmatismo adolescenziale, sull’odio viscerale per tutto ciò che si sente minaccioso per la sopravvivenza e il dominio della propria fazione. Una guerra tribale, valvola di scarico di una rabbia cieca e fondativa essa stessa di differenze che stanno per essere seppellite non da una rivoluzione ma dalla massificazione dei consumi e degli stili di vita.

Il capo dei signori è Francisco Marinho, nome d’arte e di battaglia preso a prestito dal biondo terzino sinistro del Brasile del 1974. E’ sua la voce narrante del romanzo, quella che descrive i cafoni come una specie orrenda e bestiale, da annientare senza pietà.

Ma qualcosa nella contrapposizione vacilla. Qualche cafone che si azzarda a comportarsi non più da cafone ignorante, gira in Fantic Motor, gioca a flipper e ha qualche soldo in tasca. E poi gli amori e le attrazioni tra esponenti delle opposti eserciti. L’amore impossibile e totale di un cafone (tal Tonino detto Stonio detto lo Storduto) per la fidanzata di Marinho, l’amore che va nascendo tra Marinho e la cafona Mela, sorella dello Storduto.

Le spiagge del Salento

Salento, spiaggia di PescoluseProtagonista del romanzo di D’Amicis è anche il paesaggio, le spiagge salentine tra Porto Cesareo e Gallipoli, spiagge che per richiamare ancora più turisti oggi sono state ribattezzate le Maldive del Salento e che, a onor del vero, ben poco hanno da invidiare ai paradisi tropicali.

Dopo aver letto il libro può venire voglia di andare a vedere. Le spiagge ma anche le città e l’entroterra salentino. Oggi non è più il Salento degli anni settanta: ci sono i voli low cost che atterrano a Brindisi, i festival musicali, i b&b, le masserie trasformate in resort. Da Lecce, città ricca di eventi culturali e gioiello del barocco, le belle spiagge ioniche sono raggiungibili in circa mezzora. Per dormire si può optare per un bed and breakfast a Lecce oppure per un hotel masseria a pochi chilometri dalle spiagge.

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