D’Amicis, La guerra dei cafoni

“Le rare volte in cui mi capitava di vederli rinuniti tutti assieme (o almeno, di vedere riunito questo manipolo più rappresentativo, che di cafoni semplici se ne annidavano a frotte in ogni catapecchia) mi stupivo, e quindi anche un pò mi vergognavo, che non li avessimo ancora annienntati.”

Carlo D’Amicis, La guerra dei cafoni, Minimum Fax

La guerra dei cafoni
Carlo d'Amicis, La guerra dei cafoni

1975. Le spiagge ioniche del Salento sono lo scenario primitivo di una guerra tra adolescenti. Da una parte i signori, ragazzi di buona famiglia con tanti soldi in tasca e vestiti alla moda, dall’altra i cafoni, ragazzi indigeni che parlano in dialetto e vivono in baracche fatiscenti. Negli anni in cui il consumo e la scuola, la tv e il lavoro in fabbrica vanno attenuando le differenze di classe, a Torrematta va in scena l’ultima feroce battaglia tra le due fazioni.

E’ una guerra senza politica, fondata su radicalismo e dogmatismo adolescenziale, sull’odio viscerale per tutto ciò che si sente minaccioso per la sopravvivenza e il dominio della propria fazione. Una guerra tribale, valvola di scarico di una rabbia cieca e fondativa essa stessa di differenze che stanno per essere seppellite non da una rivoluzione ma dalla massificazione dei consumi e degli stili di vita.

Il capo dei signori è Francisco Marinho, nome d’arte e di battaglia preso a prestito dal biondo terzino sinistro del Brasile del 1974. E’ sua la voce narrante del romanzo, quella che descrive i cafoni come una specie orrenda e bestiale, da annientare senza pietà.

Ma qualcosa nella contrapposizione vacilla. Qualche cafone che si azzarda a comportarsi non più da cafone ignorante, gira in Fantic Motor, gioca a flipper e ha qualche soldo in tasca. E poi gli amori e le attrazioni tra esponenti delle opposti eserciti. L’amore impossibile e totale di un cafone (tal Tonino detto Stonio detto lo Storduto) per la fidanzata di Marinho, l’amore che va nascendo tra Marinho e la cafona Mela, sorella dello Storduto.

Le spiagge del Salento

Salento, spiaggia di PescoluseProtagonista del romanzo di D’Amicis è anche il paesaggio, le spiagge salentine tra Porto Cesareo e Gallipoli, spiagge che per richiamare ancora più turisti oggi sono state ribattezzate le Maldive del Salento e che, a onor del vero, ben poco hanno da invidiare ai paradisi tropicali.

Dopo aver letto il libro può venire voglia di andare a vedere. Le spiagge ma anche le città e l’entroterra salentino. Oggi non è più il Salento degli anni settanta: ci sono i voli low cost che atterrano a Brindisi, i festival musicali, i b&b, le masserie trasformate in resort. Da Lecce, città ricca di eventi culturali e gioiello del barocco, le belle spiagge ioniche sono raggiungibili in circa mezzora. Per dormire si può optare per un bed and breakfast a Lecce oppure per un hotel masseria a pochi chilometri dalle spiagge.

Piazzese, I delitti di via Medina-Sidonia

“E se non lo capite al tramonto, quando l’aria è ferma, né calda ne fresca, e vi si drizzano i peli delle braccia, e sembrano crepitare, se non badate ai rumori, che vi arrivano da più lontano, se non vi dice niente il colore viola delle montagne e l’oro che cola dalle pietre della Cattedrale, se ignorate le bordate rosso rubino che il sole vi spara da dietro le guglie di San Domenico, se proprio non lo capite che sta arrivando, allora vuol dire che siete forestieri. Non che sia grave. Voi non ne avete colpa. Ognuno vive dove può. Ma il giorno dopo per voi sarà l’inferno, il rogo, l’apocalisse. Lo Scirocco d’Africa vi colpirà duro. Non vi darà respiro”

Santo Piazzese, I delitti di via Medina-Sidona, Sellerio

Piazzese, I delitti di via Medina-SidoniaI delitti di via Medina-Sidonia è il primo romanzo della Trilogia di Palermo, un noir siculo-universitario che ha come protagonista il ricercatore in biologia Lorenzo La Marca, sulle tracce di un presunto assassino dell’amico e collega Raffaele Montalbani, trovato impiccato al grande ficus dei giardini botanici. E’ vero suicidio?

L’autore è il palermitano Santo Piazzese, che come La Marca è biologo presso l’Università di Palermo.
Tra i riferimenti letterari dell’opera, inevitabile confrontarsi con Camilleri con il quale Piazzese condivide la sicilianità, il genere giallo/noir e la casa editrice Sellerio. Non può essere casuale la scelta del nome ‘Montalbani’ per l’uomo trovato cadavere all’inizio del libro, e l’assonanza con il Commisario Montalbano. Un particolare che fa pensare alla volontà dell’autore di prendere le distanze dal maestro, seppure ironicamente, con una provocatoria uccisione simbolica.

Tra le altre, innumerevoli e sovrabbondandi citazioni, vi è pure Jean-Claude Izzo, considerato il capostipite del noir mediterraneo, con cui Piazzese ha diversi punti di contatto. La Palermo di Piazzese, come la Marsiglia di Izzo trasmette all’investigatore il suo carattere indolente, narcisista e decadente. E il fatto che Lorenzo La Marca beva pastis, proprio come l’ispettore Montale e ogni vero marsigliese, sembra una chiara rivendicazione e omaggio allo scrittore francese.

Tetti di Palermo, Renato Guttuso
Tetti di Palermo, Renato Guttuso, 1985
La città di Palermo è tra i protagonisti del romanzo di Piazzese. E’ una Palermo che, per una volta, è possibile conoscere al di là degli stereotipi prevalenti anche in letteratura, in cui è possibile anche concepire una storia di omicidi senza mafia, in puro stile noir. Lorenzo La Marca si muove lentamente e agevolmente nella sua città e ce la fa conoscere molto meglio di una guida turistica. Va a pranzo a Mondello – i busiati col pesto ericino, la spigola in forno con la lattata di mandorle – abita nel centro storico mai risanato e ha una bella terrazza con vista sui tetti, fa la spesa al mercato e si sfama con il più classico e letale cibo da strada palermitano: focaccia con la meusa, panino con le panelle, seppioline e calamari fritti.

La cosa migliore di tutto il libro è a mio parere la descrizione di Palermo durante una giornata estiva di scirocco, con cui si apre e si chiude il sipario della rappresentazione di Piazzese. Da leggere prima di un viaggio a Palermo per non farsi cogliere impreparati come un qualsiasi turista.

Albino Ferrari, Alpi segrete

A questo punto, tutti noi uomini contemporanei ci sentiremo più tristi se Dino sparisse, anche se non l’abbiamo mai visto, e sappiamo che non lo incontreremo mai. Il solo fatto di sapere che l’orso vaghi libero per le montagne ci dà la rassicurante sensazione che la natura viva ancora. Ci sgrava da un senso di colpa.

Marco Albino Ferrari, Alpi segrete, Laterza, 2011

Alpi segrete di Marco Albino Ferrari
Cosa sono oggi le Alpi italiane? Sono nell’immaginario collettivo posti dove si va in vacanza o a sciare. Sono Madonna di Campiglio e Courmayeur, Sestriere e Cortina d’Ampezzo, le immagini da cartolina del Gran Paradiso, i negozi alla moda, le ski area e i ristoranti di cucina tipica. Ma questi luoghi – che si raccontano e si costruiscono come prodotti a uso e consumo dell’industria del turismo, che ci restituiscono un’idea addomesticata, mondana e rassicurante della montagna italiana – non sono che piccole e circoscritte isole nella geografia alpina.

Tutto il resto – le vette meno note, le foreste, le valli dimenticate e spopolate dalle migrazioni e dall’abbandono delle attività tradizionali – Marco Albino Ferrari ce lo racconta in Alpi segrete, suggerendo itinerari che attraversano luoghi vicini e lontanissimi. In Valle Maira, dove qualche anno fa fu girato Il Vento fa il suo giro. E poi in Val di Mello, sul Pizzo Badile, nella Valle dei Mocheni, sulle Dolomiti Bellunesi e sulle Alpi Giulie.

Sulla strada incontriamo storie e personaggi sconosciuti ai più e che ci raccontano del rapporto tra uomini e montagna su cui si è modellata nei secoli la geografia delle Alpi. E’ un rapporto che che oggi è in crisi, per la difficoltà di trovare una terza via, alternativa sia all’industria del turismo che allo spopolamento.

Riviviamo le imprese di alpinisti d’altri tempi come Riccardo Cassin e Julius Kugy. E le imprese non meno eroiche di Dino, l’orso che tra la primavera e l’autunno del 2009 parte dalla Slovenia, compie un cammino solitario di oltre trecento chilometri attraversando passi dolomitici, foreste, villaggi, città, autostrade, sbrana pecore, suscita dibattiti nazionali ed editoriali sui quotidiani, arriva alle porte della Pianura Padana per poi ritornare sui suoi passi, compiere il cammino in senso inverso e finire ucciso da chi pensava di averlo protetto.

Alpi segrete di Marco Albino Ferrari è un libro consigliato agli appassionati di montagna ma anche a chi ha voglia di riscoprire, anche in Italia, itinerari di viaggio poco battuti.

Camilleri, La vampa d’agosto

“Il commissario invece era trapanato da una dimanda: non stava facenno una minchiata sullenne? Pirchì aviva acconsentito? Sulo pirchì nello spiazzo la calura non primittiva di discutiri? Ma quella era una scusa che si era data al momento. La virità era che a lui faciva piaciri assà aiutare quella piccotta che…”

Andrea Camilleri, La vampa d’agosto, Sellerio, 2006.

Camilleri, La vampa d'agostoAfa senza scampo su Vigata. Il cadavere di una ragazza trovato dopo sei anni all’interno di un villino abusivo. Il rapporto con Livia in grave crisi, tanto che il Commissario Montalbano cuoce a fuoco lento nella gelosia mentre la fidanzata se ne sta in barca con un fantomatico cugino Massimiliano.

Montalbano sembra avere fin dall’inizio l’intuizione giusta per venire a capo del mistero ma la vicenda si complica, si attorciglia e ritorna al punto di partenza. Colpa della vampa d’agosto, che offusca la razionalità e accende le passioni. Colpa dell’età che avanza e di una picciotta di ventidue anni con gli occhi azzurro cielo e i capelli d’oro.

Con la consueta fluidità di scrittura, in cui si amalgamano sorprendentemente siciliano e italiano, Andrea Camilleri da vita all’ennesimo capitolo della saga di Montalbano, uno tra più riusciti per l’ironia, il mistero, qualche riferimento polemico alle vicende poltiche italiane, i dialoghi irresitibili tra il commissario e Catarella. Il tutto condito con tanto amore per la terra e la cucina di Sicilia. Ricetta ampiamente rodata, che funziona a meraviglia.

Chi volesse approfondire la conoscenza dei luoghi in cui sono ambientate le storie del commissario più famoso d’Italia dovrebbe tener presente che, diversamente da quanto si dedurrebbe dal Montalbano televisivo, ambientato a Ragusa Ibla e dintorni, la cittadina di Vigata è il nome immaginario di Porto Empedocle, cittadina natale di Andrea Camilleri situata in provincia di Agrigento, sulla costa meridionale della Sicilia.


Porto Empedocle su Google Map

Rumiz, Annibale

“Canne della Battaglia va raggiunta così, controvento, lontano dalle grandi strade, col sole di mezza estate allo zenit, nella controra quando l’ombra è pesante, i fantasmi escono come a mezzanotte, e i trapassati – come temeva Pitagora – si arrampicano per le radici delle fave. Caldo tremendo: come quel 2 agosto del 216 avanti Cristo, quando in un pomeriggio Annibale distrusse otto legioni.”

Paolo Rumiz, Annibale, Feltrinelli, 2008

Paolo Rumiz, AnnibaleI libri di Paolo Rumiz sono una pratica di liberazione dal concetto stesso di vacanza. Oggi che anche le città diventano brand e che l’esotico viene inventato ad uso e consumo dell’industria turistica, oggi che ci si sposta in continuazione e velocemente ma viaggiare è diventato difficilissimo, il giornalista e scrittore triestino è uno degli ultimi grandi viaggiatori, colui che ha dimostrato che la Trebbia può essere evocativa quanto il Mekong.

Con Tito Livio e Polibio nella borsa, Rumiz va solitario o con compagni di strada su e giù per l’Appennino, i Pirenei e le Alpi, a zigzag per i paesi del Mediterraneo sulle tracce di Annibale il Cartaginese, l’uomo che duemila e duecento anni fà partì dall’odierna Tunisia con 100 mila uomini al seguito, cavalli ed elefanti, attraversò la Spagna e la Francia, i Pirenei e le Alpi, calò sull’Italia dove sconfisse più volte i Romani, si alleò con le popolazioni locali e nel bene o nel male si trasformò in mito. Che si svela ancora oggi nei luoghi più impensati, dall’Armenia alla Calabria.

Sant’Antioco, Cartagena, Canne della Battaglia, Eraklion. Il pellegrinaggio di Rumiz è un viaggio nello spazio e nel tempo, sempre molto distante da quei non luoghi e ‘depistaggi della contemporaneità’ che sono le autostrade. Sulla ‘strada dei secoli’, sull’Appennino e sui Pirenei il mondo antico diventa contemporaneo, si abbattono i confini anche culturali che separano i paesi del Mediterraneo. Nord e Sud, Europa e Africa, Occidente e Oriente sono opposizioni la cui forza sbiadisce di fronte a un paesaggio impregnato di secoli di storia condivisa.

Come il precedente E’ Oriente, Annibale è una raccolta degli articoli che ogni estate Rumiz scrive per Repubblica e che sono reperibili on line. Ma in questo caso il libro è molto più della somma degli articoli.

Gianni Mura, Giallo su giallo

“Il settanta per cento del cassoulet è costituto da fagioli bianchi, il resto da pezzi di carne. I fagioli più pregiati sono quelli di Tarbes, ma vanno bene anche quelli di Castelnaudary, Lavenet, Mazères. Varietà lingot o coco, tassativo. In Italia consigliabili quella della Val Nervia. La Trinità si scinde sul trenta per cento. Solo maiale a Castelnaudary, aggiunta di agnello e pernice rossa a Carcassonne, un pò meno d’agnello e anitra al posto della beccaccia a Tolosa.”

Titolo e macchia di sangue in copertina non traggano in inganno. Giallo su Giallo di Gianni Mura (Feltrinelli, 2007) non è propriamente un giallo. Gli omicidi sono un diversivo. O meglio, un espediente per trasformare in racconto i chilometri macinati da Gianni Mura al seguito del Tour de France. E’ un omaggio del più grande grande giornalista sportivo vivente alla Francia, alla sua gastronomia, alla sua letteratura. Non a caso l’ispettore che si occupa di indagare sui fatti criminali che insanguinano il tour si chiama Magrite.

La storia miscela finzione e realtà ed è ambientata al Tour de France 2005. Gli articoli quotidiani sulle tappe della Grande Boucle sono gli stessi pubblicati su Repubblica. Non traggano in inganno i nomi dei ciclisti modificati. Non occorre essere particolarmente esperti di ciclismo per capire, tanto per fare un esempio, chi si celi dietro a Bill Sheldon, corridore texano al settimo trionfale tour che annovera tra le sue vittorie anche quella contro il cancro.

Ma, dicevamo, lo sguardo di Mura è sulla strada più che sulla corsa. Ed è uno sguardo non privo di nostalgia, ironia, saggezza. Il ciclismo e il tour non sono più quelli di una volta. E allora tanto vale perdersi alla ricerca di una douce France che sembra esistere (resistere?) ancora, almeno nei centri minori e sulle strade di campagna dimenticate dalla modernità. La corsa dà il ritmo al viaggio e alla lettura ma anch’essa sembra un pretesto per viaggiare. E si legge e si viaggia, tra la rievocazione di episodi dei tour passati e un bicchiere di calvados.

Ne viene fuori un diario, una guida di viaggio originalissima della Francia minore, fuori dagli itinerari turistici convenzionali. Alsazia o Provenza poco importa. Ogni giorno, ogni tappa del tour, Gianni e Carletto seguono l’istinto, dirigono l’automobile fuori dalla kermesse mediatica e dalla grande viabilità, fanno sosta in locande e trattorie d’altri tempi alla ricerca di cibo e umanità.

Mura è esperto non solo di ciclismo, ma anche di vini e cucina. E’ dunque altamente probabile che il lettore finisca per focalizzarsi più sul menù del giorno che sull’assassino seriale. Ed è un piacere lasciarsi guidare alla scoperta dei piatti mitici della cucina francese. E’ un crescendo di sapori, tappa dopo tappa, fino alla notte del cassoulet a Tolosa: Gianni e i compagni di tanti tour, in lutto per l’omicidio di Dédé, si riuniscono per celebrare per l’ultima volta il grande rito laico del cibo e dell’amicizia.

Giallo su Giallo (2007) è un libro di Gianni Mura (Milano 1945), edito da Feltrinelli

Jonathan Franzen, Le Correzioni

“Chip guardò la scatola e parlò d’impulso. – Non dovrebbe essere lui a decidere?
– E’ quello che ho pensato ieri, – rispose Gary. – Ma se vuole farlo ci sono altri modi. Stanotte dicono che andrà sotto zero. Potrebbe uscire con una bottiglia di whisky. Non voglio che la mamma lo trovi con la testa spappolata.”

Terzo romanzo di Jonathan Franzen, uscito nella sua prima edizione nel 2001, Le Correzioni è il libro che ha reso famoso l’autore in tutto il mondo.

Franzen, Le CorrezioniLe Correzioni è un romanzo incentrato sulla famiglia e sulle sue psicopatologie. Attraverso l’accurata narrazione delle vite e delle relazioni dei componenti di una famiglia americana benestante di oggi, Franzen costruisce una trama fitta e appassionante, che cattura il lettore dalla prima all’ultima pagina, mettendolo nella posizione di osservatore esterno e onnisciente di un sistema sociale complesso (la famiglia Lambert), in cui i singoli componenti (Alfred e Enid, e i loro tre figli Gary, Chip e Denise, ma anche ognuno di noi nella vita reale) non sono mai in grado di comprendere i meccanismi relazionali nei quali sono immersi.

Moltissimi sono i temi e i problemi che Franzen mette a nudo. Problemi di carattere soprattutto morale. Ad esempio: come conciliare Individuo e Famiglia? Tra i due pilastri della morale occidentale contemporanea è in corso una guerra che lascia sul campo morti e feriti. I tre figli di Alfred e Enid hanno abbandonato il Mid West per trasferirsi sulla costa orientale (Philadephia e New York) e allentare, non sempre riuscendoci, le pressioni famigliari.

Gary, Denise e Chip. Un consulente finanziario, una chef di grido, un intellettuale . Cosi diversi e così uguali. Benestanti e depressi, alle prese con il mal di vivere della classe medio-alta. Vieni educato a porti degli obiettivi ambiziosi e a lavorare duramente per ottenerli, e poi scopri che quando il tuo obiettivo l’hai più o meno raggiunto la vita è sempre diversa da come l’hai immaginata e, soprattutto, sei più infelice di prima.

Un ruolo importante all’interno del romanzo ce l’ha la geografia, con i luoghi e le città che diventano simboli di uno stile di vita che è anche concezione morale. Il Mid West americano è evidentemente il custode della famiglia e delle virtù perbeniste, minacciate e sempre più accerchiate dalle pulsioni individualiste delle città cool della costa, New York e Philadelphia. E se negli Stati Uniti l’individualismo agisce pur sempre all’interno di un sistema di regole e istituzioni di controllo (come appunto la famiglia), nella Lituania post-sovietica (Chip in piena crisi fugge a Vilnius e ritrova fiducia in se stesso), le pulsioni anarco-capitaliste e individuali si sfogano liberamente, senza leggi o complessi di colpa, fino alla distruzione che è in parte suicidio e in parte saccheggio.

Le Correzioni di Jonathan Franzen è anche la storia del declino e della morte di un patriarca americano, della sua uccisione simbolica da parte dei figli e della moglie. (Una volta morto il patriarca, la famiglia potrà forse cedere alla disgregazione o ricomporsi secondo nuove regole e più in sintonia con la modernità, ogni individuo potrà avere l’illusione della rinascita e sentirsi liberato dal peso morale e fisico della famiglia patriarcale).

E’ la vicenda penosa della vecchiaia di un uomo probo e orgoglioso del suo essere probo. Alfred Lambert, indubbiamente l’eroe del romanzo, un giorno si trova di fronte al crollo del suo mondo semplificato, all’avanzare della morte in forma di dolore e malattia, con conseguente diminuzione del prestigio. Può mai essere rispettabile la vecchiaia, o lo è solo quando assomiglia un pò alla giovinezza, cioè non è accompagnata da malattia, dolore e demenza?

La sensazione prevalente in tutto il libro è l’irrimediabile decadenza che pervade ogni cosa. La casa dei Lambert a St Jude nel profondo Mid West, come il corpo di Alfred e ogni possibile riferimento simbolico, è una cosa viva nel senso di morente, in stato di putrefazione non retroattiva, con i barattoli pieni di urina nel laboratorio del seminterrato e oggetti dimenticati da decenni sotto chili di polvere. Il laboratorio di Alfred è l’ultimo (patetico) rifugio di un uomo che non riconosce più il suo paese e il suo mondo, è una discarica della modernità, piena di oggetti senza utilità o bellezza, oggetti tenuti forse per parsimonia, forse per una forma di rispetto profondamente anti-moderna.

Le Correzioni è un romanzo del 2001 di Jonathan Franzen edito in Italia da Einaudi.

Ismahel Beah, Memorie di un soldato bambino

“Immaginate che l’albero sia il nemico, il ribelle che ha ucciso i vostri genitori, la vostra famiglia, il responsabile di tutto ciò che vi è successo” urlava il caporale. “E’ così che infilzereste chi vi ha ucciso la famiglia? Guardate come si fa” Estrasse la baionetta e iniziò a urlare trafiggendo l’albero. “Prima lo colpisco allo stomaco, poi al collo, poi gli infilzo il cuore, glielo strappo, glielo faccio vedere e infine gli cavo gli occhi. Ricordate che probabilmente ha ucciso i vostri genitori in modo anche peggiore. Provate di nuovo.”

Ishmael Beah, Memorie di un soldato bambino, Neri Pozza, 2007
Titolo originale: A Long Way Gone. Memoirs of Boy Soldier

Ismahel Beah, Memorie di un soldato bambinoIshmael Beah ha 12 anni quando dalla sua casa in Sierra Leone parte a piedi insieme al fratello maggiore per andare a trovare alcuni amici che abitano in un altro villaggio. Le sue tasche sono piene di cassette di Run Dmc e altri cantanti rap.

Il giorno dopo è guerra, villaggi dati alle fiamme dai ribelli, civili massacrati, gente in fuga senza una meta, senza un piano che non sia quello di sopravvivere giorno dopo giorno. Ishmael non farà mai più ritorno al suo villaggio natale, non vedrà mai più la sua casa né la sua famiglia, massacrata dall’esercito ribelle.

Come tanti ragazzi Ishmael è costretto a fuggire, a nascondersi nella foresta, a rubare per mangiare. Un giorno viene catturato da una squadriglia dell’esercito regolare, sfamato, addestrato alla guerra, rifornito di armi e droga, istruito a uccidere.

L’esercito diventa la sua nuova famiglia. La sua missione è uccidere senza pietà i ribelli e tutti coloro che potrebbero collaborare con loro, depredare i villaggi per rifornirsi di cibo, lasciare dietro di se terra bruciata e una scia infinita di sangue. Ishamel diventa uno di quei soldati spietati che prima lo terrorizzavano. Ora Ishmael ha il fucile in mano e non deve più scappare. E’ lui che fa la guerra, è lui che terrorizza.

Sierra LeoneNella Sierra Leone degli anni ’90, per molti ragazzi e bambini l’arruolamento nell’esercito regolare o tra i ribelli è un’occasione per vendicare le violenze subite, ma anche l’unica alternativa disponibile alla morte per fame o per mano dei soldati. Molti civili vedono i ragazzi in fuga dalla guerra come un pericolo e li scacciano dai villaggi. Potrebbero essere ribelli anche loro, o banditi. Spesso è così. La guerra e la violenza diffondono il virus della diffidenza, che produce ancora violenza. Ogni estraneo è un potenziale nemico, forse un amico di quelli che hanno depredato, violentato e ucciso i propri amici e parenti.

Queste vicende sono narrate in prima persona da Ishmael Beah, classe 1980, gli anni novanta trascorsi da bambino soldato, vittima e carnefice nella Sierra Leone dei diamanti, oggi scrittore e attivista dei diritti umani.

E’ una storia che, al pari di tante altre del secolo ventesimo, supera in orrore ogni possibile immaginazione. E’ una storia africana, certamente. Nello stesso senso in cui Se questo è un uomo e il Diario di Anna Frank sono storie europee. Un libro imprescindibile per capire cosa sia la guerra. Ogni guerra.

Joe R. Lansdale, Una stagione selvaggia

“- Non sei divertente come credi, Hap. Merda, avrei preferito che quella troia se ne fosse stata alla larga.
– Non chiamarla così.
– E’ quello che è. Arriva, e tu cominci a comportarti in modo strano.
– Strano come?
– Trasognato, cucciolone, a parlare dei bei tempi andati, menandomela con quelle storie moraleggianti anni Sessanta. Io c’ero, amico, ed era come negli anni Ottanta, solo con le magliette psichedeliche.”

Lansdale, Una stagione selvaggia28 dicembre, il freddo polare, i postumi dei pranzi natalizi e nessuna voglia di rimettersi al lavoro. Cosa c’è di meglio che starsene a poltrire sotto le coperte, con l’alibi dell’influenza e un libro di Joe R. Lansdale tra le mani?

Tra le mani mi è capitato Una stagione selvaggia, il primo romanzo della serie che vede protagonisti Hap e Leonard, non il migliore ma pur sempre godibilissimo perché Lansdale non sbaglia un colpo.

Hap Collins e Leonard Pine sono i protagonisti di storie tra il noir, il pulp e il grottesco, inventate dalla penna e dalla fantasia di Lansdale e ambientate nel Texas orientale.

In Una stagione selvaggia i due amici si uniscono a uno strampalato gruppo di idealisti nostalgici degli anni Sessanta che intendono recuperare un bottino sepolto nelle viscere di un fiume.

Un lavoro apparentemente facile, ma le cose si complicano inaspettatamente. Hap e Leonard riusciranno a salvarsi da una situazione dannatamente intricata con molta fortuna e qualche ferita.

Oltre ai dialoghi brillanti, alle risate irriverenti, ai colpi di scena, all’ambientazione di genere in un’America profonda, violenta e depressa ma autentica, in Una stagione selvaggia c’è anche il confronto di Lansdale con l’eredità degli anni Sessanta.

Idealisti contro cinici, sono questi ultimi, nei panni di Hap e Leonard, ad avere la meglio. Lo spirito degli anni Sessanta non può rinascere. Non è possibile oggi nessuna forma sensata di impegno politico.

Contro i pregiudizi, contro la violenza, contro l’emarginazione, resta soltanto il potere liberatorio e sovversivo della risata.

Info

Una stagione selvaggia è un romanzo di Joe R. Lansdale del 1990, pubblicato in Italia da Einaudi nel 2006. Il titolo originale è Savage Season.

Link

» Una stagione selvaggia su Anobii
» Lansdale su Wikipedia

Scerbanenco, I Milanesi Ammazzano al Sabato

“Sapeva che non doveva andare in via Ferrante Aporti 86, ma appena ebbe riprese fiato e il dolore al ginocchio si fu un pò calmato, si alzò e imboccò via Ferrante Aporti”

In via Ferrante Aporti c’è quasi sempre posto per la macchina, perchè di notte molti hanno paura ad andarci. Per me invece Via Ferrante Aporti è un luogo mistico. La faccio sempre a piedi per andare e venire dalla Stazione Centrale. E’ soprattutto nelle notti d’inverno che mi piace camminare in via Ferrante Aporti a Milano, con il freddo umido e pungente, il rumore ovattato dei treni e le luci dei pochi lampioni riflessa dalla nebbia.

scerbanenco, i milanesi ammazzano al sabatoQuesta è la Milano che ho ritrovato nei racconti di Giorgio Scerbanenco, milanese ucraino e maestro del noir italiano, che ha scelto questa via adiacente alla ferrovia per ambientare una delle scene cruciali di I milanesi ammazzano al sabato.

Poco lontano da qui, oltrepassato il tunnel sotto la ferrovia, c’è la via Gluck resa famosa dalla canzone di Celentano, più o meno negli anni stessi anni in cui Scerbanenco scriveva e in cui la città era già stata asfaltata dal progresso e dalle speculazioni edilizie.

Per una macabra coincidenza poco lontano da qui, quarant’anni dopo, e ancora un sabato notte, l’assurdo omicidio di Abba, storia vera e degradante di una Milano (e di un’Italia) impaurita.

Quelle di Scerbanenco sono storie così, tragiche piccole storie di milanesi qualunque, sofferenti nella vastità notturna di una città che da poco, siamo negli anni sessanta, è diventata metropoli.

Una delle caratteristiche dei noir di Scerbenenco è la freddezza e il distacco con cui è rappresentato il mondo criminale. Nessuna attrazione e nessuna comprensione per i carnefici, che cadono quasi sempre per la propria arroganza e stupidità, piuttosto che per le indagini della polizia. Siamo molto lontani, per fare un esempio, dall’epica di Romanzo Criminale.

Sono immigrati meridionali malavitosi e prostitute alcolizzate, onesti ma tristi impiegatucoli e avidi imprenditori. Milanesi, appunto, che ammazzano al sabato perché gli altri giorni devono andare in ufficio. E’ l’anima nera di una città che era allora il simbolo del miracolo economico italiano.

Sono le piccole vicende criminali che compaiono un giorno nei notiziari e poi finiscono per essere dimenticate, destinate a restare irrisolte. E sono i casi che cerca di risolvere Duca Lamberti, poliziotto triste e un pò anarchico, idealista e disincantato.

La Milano di Scerbanenco è livida, notturna, inafferabbile. Labirintica, logorata dall’avidità e dalla corsa all’arricchimento personale. Dove pesce grosso mangia pesce piccolo e pesce piccolo mangia pesce ancora più piccolo.