Müller, In viaggio su una gamba sola

Herta Müller, In viaggio su una gamba sola ( Reisende auf einem Bein, 1989, trad. it. Marsilio 1992)

Il racconto di quello che Irene vede, e deforma, attraverso i suoi occhi. Sono i sogni e gli incubi di Irene. Gli incontri – stralci di amori – i dialoghi spezzati. Un flusso di coscienza frantumato in brevi periodi sintattici. Un flusso di coscienza zoppicante. Su una gamba sola, appunto.
Uno stile narrativo originale, che stanca prestissimo. Molto brava la traduttrice, Lidia Castellani. Un flusso di coscienza frantumato

Irene, come Herta Muller, è una profuga che fugge da un regime dittatoriale e chiede asilo in Germania, ottenendo poi la nazionalità tedesca – eppureè difficile ritenere che questo strano libro possa in qualche modo essere autobiografico – tanto è tutto esasperato, onirico, irreale, così teso in uno sforzo intimista che, alla fine, di intimo non rimane nulla.

Troppa poesia, si potrebbe dire – ottima poesia, sia detto, a molti di sicuro piacerà. Anche il tentativo – mai dichiarato, ma così palesemente inseguito – di rendere  (displacement, come si suol dire) dei profughi, o degli stranieri in genere – Reisende auf einem Bein, letteralmente: i viaggiatori su una gamba sola il loro difficile rapporto con le città d’accoglienza, alla fine fallisce – resta solo il compiacimento per la personalità borderline di Irene – il compiacimento artistico.

Nel 2009 Herta Müller ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura, con la seguente motivazione: «Con la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa ha rappresentato il mondo dei diseredati». Ma io non ho letto altri libri.


Morante, L’isola di Arturo

“Su per le colline verso la campagna, la mia isola ha straducce solitarie chiuse fra muri antichi, oltre i quali si stendono frutteti e vigneti che sembrano giardini imperiali. Ha varie spiagge dalla sabbia chiara e delicata, e altre rive più piccole, coperte di ciottoli e conchiglie, e nascoste fra grandi scogliere. Fra quelle rocce torreggianti, che sovrastano l’acqua, fanno il nido i gabbiani e le tortore selvatiche, di cui, specialmente al mattino presto, s’odono le voci, ora lamentose, ora allegre. Là, nei giorni quieti, il mare è tenero e fresco, e si posa sulla riva come rugiada”

Elsa Morante, L’isola di Arturo, I ed. Einaudi 1957

ProcidaL’isola di Arturo è la splendida Procida della prima metà del ‘900 (il romanzo si conclude subito prima dell’inizio del secondo conflitto mondiale): una terra aspra come i suoi scontrosi abitanti. Qui, tra i viottoli in salita, le piazzette, le case ombrose, i campi, Arturo cresce selvaggio: il suo tempo è scandito dai venti, nutrito di romanzi e fantasie, circondato dal mare che lo protegge e lo incatena. Arturo vive da solo, ma conoscerà la solitudine solo quando altre persone entreranno nella sua vita.

La storia in sè è straziante – per intenderci: concilia incubi notturni da manuale di psicanalisi – ma il tono è tutt’altro che tragico, e ogni evento è narrato attraverso le lenti deformanti dell’infanzia, prima, e dell’adolescenza, poi – lenti che Elsa Morante è bravissima a ricostruire (e ricordare), senza mai scadere nel patetico.

Chiamarlo “romanzo di formazione” è riduttivo e fuorviante: la vicenda è tutt’altro che edificante e dalle fantasie dell’infanzia si esce solo per essere catapultati nel deserto della guerra. Uno dei migliori romanzi italiani del ‘900: sarebbe ideale da sbattere in testa a tutti quelli che ancora parlano di letteratura femminile, se non fosse un po’ troppo leggero (non in senso metaforico, s’intende).

Vernant, L’universo, gli dei, gli uomini

Jean-Pierre Vernant, L’universo, gli dei, gli uomini (L’Univers, les Dieux, les Hommes, 1999, trad. it. Einaudi, 2005)

La mitologia greca e i suoi luoghi: Cipro (dove nacque venere), Tebe (città di Dioniso e della tragedia d’Edipo), il monte Olimpo (la casa degli dei), la Tessaglia (dove, sul monte Pelio, ebbero luogo le nozze tra Peleo e Teti), la Triade (dove, sul monte Ida, visse Paride, figlio di Priamo, re di Troia), le isole greche teatro dell’odissea.

Jean-Pierre Vernant, storico e antropologo francesce, scomparso nel 2007, era e rimane a tutt’oggi uno dei maggiori esperti di mitologia greca, materia che ha saputo leggere ed interpretare con uno sguardo profondo e originale. Tuttavia, non direi proprio che sia un bravo narratore (il genere letterario non gli si addice).

L’universo, gli dei, gli uomini è, essenzialmente, un libricino divulgativo, che racconta i miti più noti e importanti: Vernant ci aggiunge poco suo. Eppure quel poco già giustifica l’acquisto e la lettura del libro. Con poche osservazioni, Vernant è riuscito a farmi leggere le storie che già conoscevo attirando la mia attenzione su aspetti che mi erano sfuggiti (come il rapporto col cibo, che ritorna in molti miti) o  fornendomi nuove chiavi interpretative (come nel racconto su Edipo, forse quello che mi è piaciuto di più).

Buzzati, Un amore

“Ancora quella sensazione di essere entrato in un sogno sbagliato e non adatto a lui, e una forza di gran lunga superiore alla sua volontà e alle sue convinzioni lo trascina via quasi egli fosse un povero disgraziato qualsiasi e non un uomo di cinquant’anni, con la sua rispettata posizione nel mondo”

Una delle cifre dei grandi scrittori è la capacità di raccontare storie universali, storie in cui ognuno di noi riesce a rispecchiarsi – a immedesimarsi, ma anche riconoscersi – pur se non le ha mai vissute. Qui poi è la storia più universale di tutte, la storia di un amoreuno tra i tanti, di quelli con la ‘a’ rigorosamente minuscola propria delle passioni sfrenate che possono nascere solo per chi non le ricambia – e proprio per la sua dimensione universale, perchè tutti più o meno ci si sono trovati in mezzo, è una storia così difficile da raccontare. E Dino Buzzati è bravissimo a farlo.

Un amore (1963) narra di Antonio Dorigo, un affermato architetto di 49 anni, uno scapolo che ha sempre avuto problemi a intrecciare relazioni amorose o anche solo sessuali, che s’innamora come un’adolescente, senza apparenti ragioni, di una prostituta di nemmeno 20 anni (né bella, né simpatica, né intelligente) che non lo ricambia affatto.

La dinamica dell’innamoramento e i tormenti della gelosia mi hanno ricordato la passione di Swann per Odette (o quella dello stesso Marcel per Albertine) – ma è solo un caso, è solo la stessa eterna storia che si ripete.

Per Antonio si apre un (prevedibile) baratro di umiliazioni, inganni, tormenti, gelosie e degradazione: un caduta di cui egli si rende perfettamente conto, ma che non riesce ad impedire. E nell’inevitabile placarsi finale della tempesta non c’è nessuna pace, solo senso di vuoto e futilità. La vita è passata.

La narrazione, fluida, a tratti concitata, mischia, senza soluzione di continuità, il punto di vista esterno e oggettivo con le riflessione del protagonista – riportate con lo stile di un ininterrotto flusso di coscienza, talvolta delirante, giustamente incurante della sintassi, dove non manca qualche intersezione onirica. Il risultato è quello di una completa sumpateia con questo patetico uomo di mezza età – una immedesimazione totale e crudele, come un brutto ricordo.

Come nel più famoso Il deserto dei Tartari, anche qui Buzzati è un maestro nel descrivere l’incapacità di vivere: il senso di sconforto dell’essere uno spettatore impotente della propria esistenza.

In questo blog di Buzzati è recensito anche Sessanta racconti

Steinbeck, Furore


Le grandi società non sanno
che la linea di demarcazione tra fame e furore
è sottile come un capello. E il denaro
che potrebbe andare in salari va in gas,
in esplosivi, in fucili, in spie, in polizie e in liste nere.
Sulle strade la gente formicola in cerca di pane e lavoro,
e in seno ad essa serpreggia il furore, e fermenta”
J. Steinbek, Furore

“And The highway is alive tonight Nobody’s foolin’ nobody is to where it goes I’m sitting down here in the campfire light Searchin’ for the Ghost of Tom Joad
B. Springsteen, The ghost of Tom Joad

Mezzadri, piccoli proprietari, famiglie che da sempre vivono della terra che lavorano, se la sono ipotecata un anno in cui il raccolto era scarso, adesso è un altro anno di carestia, la terra è povera, il clima ostile e non ci sarà granturco da raccogliere. Ma le banche non accettano dilazioni, vogliono essere pagate, chi non paga deve andarsene, deve lasciar posto al progresso, che vuol dire latifondo, che vuol dire macchine che, da sole, svolgono il lavoro di intere famiglie.

E da mezzadri che erano si trasformano in nomadi, abbandonano le terre che non sono più loro, truffati da abili speculatori che comprano per niente le loro cose, che gli vendono rottami di macchine a prezzi esosi.

E i nomadi caricano sui rottami tutto quello che possono caricare, e dall’Oklahoma e dai paesi vicini si mettono in marcia, invadono coi loro carretti la Highway 66, diretti verso la California, dove c’è lavoro, lo dicono i volantini che c’è lavoro – perché spendere i soldi per farli stampare se non fosse vero?

E dove c’è lavoro per 100 si presentano in migliaia, e i salari scendono, e le speranze di una vita nuova si infrangono contro lo sfruttamento, la fame, la paura dei locali, che reagiscono con violenza a questa invasione di straccioni sporchi e denutriti.

E’ l’America della Grande Depressione, ma è anche una storia che abbiamo già letto – in Rulli di tamburi per Rancas di Scorza, in Fontamara di Silone, in Una terra chiamata Alentejo di Saramago,
in Cacao di Amado – una storia che abbiamo già visto e che – come ci ricorda Springsteen – continuiamo a vedere tutti i giorni.

La storia della miseria umana, dello sfruttamente dell’uomo sull’uomo, ma anche la storia della solidarietà tra gli ultimi, della progressiva presa di coscienza dell’ingiustizia sociale e dell’idea che, unendo le forze, il mondo si può – si deve – cambiare.

Una storia che Steinbeck racconta con impareggiabile maestria, intrecciando, in un romanzo corale, le vicende di una famiglia, i Joad, con notizie di cronaca e pagine in cui viene lasciato spazio alle voci e alle storie di altri personaggi senza volto, protagonisti o spettatori di questa vicenda tragica – tra i tanti, segnalo il capitolo XV, dove Steinbeck ci trascina nell’angolo visuale di una cameriera, che assiste dal suo ristorante alla sfilata di straccioni sulla Highway 66.

Una scrittura intensa e pure pacata, mai frenetica, esente da ogni moralismo o gratuito filosofeggiare, capace di tratteggiare in poche righe psicologie complesse, personaggi a tutto tondo. E i personaggi di Furore sono di quelli che non si dimenticano, di quelli che dispiace abbandonare alla fine del libro.

Si vorrebbe quasi che la storia non finisse – e la storia, infatti, continua ancora, da qualche altra parte, meno lontano di quanto si vorrebbe. Searchin’ for the Ghost of Tom Joad