Munro, Le lune di giove

“Oltre alla verga d’oro, riconobbe la carota selvatica. E, invece, chissà cos’erano quei ciuffi di piccoli fiori bianchi, o quelli azzurri dai petali ruvidi, o quelli viola lanuginosi…Si parla tanto dei fiori di primavera, botton d’oro, trillium, e ranuncoli d’acqua, ma lì, a fine estate, c’erano altrettante specie dal nome sconosciuto. C’erano anche ranocchi che le saltavano sotto i piedi, e piccole farfalle bianche, nonché centinaia di insetti che le pizzicavano le braccia nude”

Le lune di Giove (The Moons of Jupiter, 1977), del premio nobel 2013 Alice Munro, è una raccolta di 11 racconti, che appaiono molto omogenei tra di loro, anche se non è facile dire che cosa abbiano effettivamente in comune: forse è solo una somiglianza di famiglia.

Certo, quasi tutte le vicende sono narrate dalla prospettiva di donne mature – donne che si assomigliano tanto da apparire come un’unica protagonista: disinlusa, lucida, autoironica,  eppure coinvolta, a tratti maniacale, mediamente isterica – Ma non sempre c’è un punto di vista privilegiato – una prospettiva “femminile” – talvolta la narrazione è condotta con una voce imparziale e ugualmente inclemente (come in La visita, uno dei miei preferiti).

Sì, sono quasi tutte storie che parlano o che si svolgono sullo sfondo di relazioni sentimentali fallite o zoppicanti (non a caso uno dei racconti s’intitola Storie finite male), ma non sempre si tratta propriamente di rapporti amorosi – così, ad esempio, in Le lune di Giove,  che da il titolo all’intera raccolta, il legame imperfetto è quello tra genitori e figli – Spesso poi la relazione è più che altro evocata, è il trascorso oltre il quale si svolge la narrazione oppure non c’è affatto (o magari è solo vagamente fantasticata, come nello splendido La stagione dei tacchini).

Il caso, o, meglio, l’attimo che cambia o non cambia la vita svolge un ruolo importante in alcuni dei racconti (come in L’incidente o in Festa di fine estate), ma non aspettatevi storie estreme o finali ad effetto. Al contrario. Un aspetto che accomuna tutte le storie è proprio la loro dimensione quotidiana, prosaica: è la loro normalità, il loro gusto di già vissuto, a dare una cifra universale a queste vicende. Quello che c’è di straordinario è semmai lo sguardo di Alice Munro, la sua scrittura leggera eppure poderosa, la sua straordinaria abilità nel tracciare in poche righe complicati profili psicologici, la sua capacità di radiografare gli eventi più comuni (la fine di una relazione, una partita a carte, una lite banale) con una vista a raggi X – che ne svela struttura e ingranaggi.

Infine, tutti i racconti hanno in comune  il Canada: un Canada talvolta rurale, agreste, o fatto di piccole (noiose, borghesi) cittadine oppure il caos tranquillo di Toronto. Una delle ambientazioni privilegiate è certamente la regione dell’Ontario (il lago Dalgleish, Kingston, la già citata Toronto), dove Munro è nata e dove tutt’ore risiede, ma non mancano escursioni in altri scenari, come l’isola di Saint John (al largo della costa meridione del New Brunswick), dove si svolge il tranquillo soggiorno della protagonista di Dulse – un eccellente esempio di una narrazione in cui non succede nulla – solo incontri di fuggita, dubbi sottointesi.

Un premio nobel meritato. Le lune di Giove mi ha entusiasmato e non mancherò di leggere altri testi di Alice Munro.

Carrère, Limonov

“A parte le stazioni del metrò, che sono veri e propri palazzi, di gran lunga quanto ci sia di più bello a Mosca, non c’è un posto in cui fermarsi a riposare, a riprendere fiato. Niente caffè, se non sepolti in scantinati, in fondo a cortili interni che bisogna conoscere, perché non c’è nessuna indicazione, e se chiedete qualcosa a un passante questi vi guarda come se lo aveste insultato”

Emmanuel Carrère, Limonov, Adelphi

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Carrère, Limonov
Me l’avevano detto in tanti ed avevano ragione: Limonov, di Emmanuel Carrère, è davvero un bel libro: istruttivo, agile, intrigante, di quelli che dispiace finire. Un romanzo difficile da catalogare. Innanzitutto, è la biografia di Eduard Savenko, classe 1943, detto Limonov: la storia della sua vita avventurosa, il ritratto della sua personalità eccentrica e poliedrica.

Limonov è un megalomane, un cinico, amico di criminali come Arkan, circondato di ragazzi con gli anfibi e la testa rasata, un nostalgico dello stalinismo, un uomo solo, sempre disperatamente in cerca d’amore e riconoscimento, in cerca di qualcuno che lo veda come lui vede se stesso; ma Limonov è anche un romantico, un idealista, generoso e sempre disponibile con gli altri, è uno yogi che sostiene di aver vissuto l’illuminazione (Carrère da la cosa per buona); è, a suo modo, un politico serio ed onesto (cosa che in Russia non è di poco conto), ammirato da persone come Anna Politkovskaïa ed Elena Bonner. Ma, soprattutto Limonov è (e ha sempre scelto di essere) un avventuriero.

Teppistello a Char’kov (città industriale dell’Ucraina) ai tempi dell’URSS, poeta underground a Mosca, frequentatore del jet set e poi barbone e poi maggiordomo di un miliardario a New York, intellettuale à la page a Parigi, militare volontario in Serbia (a Sarajevo e, poi, in Krajina), fondatore di un partito politico (il partito nazionalbolscevico), aspirante rivoluzionario (sempre, ma soprattutto) in Altaj, detenuto per terrorismo e condannato nel campo di rieducazione di Engel’s (la versione contemporanea del gulag), scrittore di successo (tradotto anche in italiano) di romanzi sempre autobiografici – come osserva Carrère, Limonov non è  un vero romanziere, perchè sa raccontare solo episodi che ha vissuto, non inventa nulla.

LimonovCon una vita così intensa, non c’è da stupirsi che si sia spesso trovato al centro della storia – anche se mai in quella posizione da protagonista, che tanto ha agognato. E infatti, attraverso la vita di Eduard Limonv, Carrère racconta, magistralmente, anche alcune delle più salienti vicende della politica europea e, soprattutto russa, degli ultimi 50 anni. Tra le altre cose, ho finalmente capito da dove arrivino questi nuovi miliardari russi e come si sia potuti passare dallo stalinismo alle oligarchie petrolifere. Una bibliografia e anche un libro di storia politica, quindi. Ma non è tutto. Limonov è anche e in buona parte un romanzo autobiografico: non solo perché, in almeno tre occasioni, Limonov e Carrère si sono davvero incontrati, ma anche perché, accanto alla storia del protagonista, Carrère racconta spesso episodi della sua vita privata, portando così avanti uno strano, indecifrabile, parallelismo tra due esistenze così diverse – l’avventuriero russo e l’intellettuale parigino di buona famiglia. Perché Carrère un po’ invidia Limonv, e un po’ no.

SamarcandaTra i tanti luoghi tra cui si snoda questo testo, uno in particolare è rimasto al centro delle fantasie. Non la Russia: per quanto Mosca non corrisponda più al luogo triste di cui all’epigrafe (descrizione della metà degli anni ’80), l’immagine di questo paese è comunque un misto poco invitante tra una dittatura, Las Vegas e il far west. No, il posto che mi è venuto voglia di vedere è proprio uno dei luoghi preferiti da Limonov: l’Asia Centrale – l’Altaj, l’Afganistan, l’Uzbekistan, il Turkmenistan, il Tajikistan, “città come Samarcanda o Barnaul. Città schiantate dal sole, polverose, lente, violente”.

Wilensky-Lanford, Il paradiso ritrovato

“L’altopiano di 1.300.000 chilometri quadrati, incuneato tra la Mongolia e il Tibet, era diventato da poco, nel 1884, una provincia ufficiale della Cina dopo anni di contese con la popolazione dell’area, formata da gruppi etnici mongoli e altaici; c’era inoltre la minaccia russa da nord. Le rigide temperature della regione e la sua conformazione rocciosa la rendevano inaccessibile a chiunque eccetto gli abitanti nativi, la popolazione nomadica degli uiguri, che parlavano una lingua simile al turco e attraversavano la pianura desertica a dorso di cammello”

Brook Wilensky-Lanford, Il paradiso ritrovato, EDT, 2011

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Il paradiso ritrovato
Che cosa hanno in comune Turkistan cinese, Polo Nord, Mesopotamia meridionale, Ohio, Florida e Missouri? Sono tutti luoghi in cui qualcuno ha sostenuto di poter collocare geograficamente l’Eden, pensato, a seconda dei casi, come il luogo cui si riferivano gli autori storici del racconto biblico oppure come il luogo in cui Dio davvero creò l’uomo o, ancora, come il punto d’origine della specie umana.

Il paradiso ritrovato di Brook Wilensky-Lanford è il resoconto puntuale di queste teorie, ma, soprattutto, è la narrazione degli eccentrici, incredibili autori che le sostennero: ecologisti ante litteram, dissidenti politici, religiosi, sedicenti profeti, affermati professionisti dell’alta borghesia, ingegneri egocentrici, vanitosi assirologi, rispettabili accademici. Le loro stravaganti vite si intrecciano alla storia mondiale (le avventurose e spesso disastrose esplorazioni del Polo Nord, le due grandi guerre, la politica cinese dei primi del ‘900) fino a colorare questo libro delle tinte del romanzo storico – complice anche una scrittura fluida e uno stile mai pedante.

Qurna, IraqLa storia delle teorie sull’Eden e dei loro autori spalancano anche il problema dei rapporti tra la Genesi e il darwinismo, costituendo l’occasione per un’analisi e un approfondimento delle relazioni conflittuali tra scienza e religione, tra evoluzionismo e creazionismo, così come si presentano (e come, talora, si tenta di mediarle) nella complicata realtà degli Stati Uniti – non a caso l’autrice è un’esperta di storia delle religioni.

Un libro complesso, su più livelli, ma sempre piacevole, che consiglio di leggere (e/o regalare) a tutti gli appassionati di questi temi e, in generale, a coloro cui piace farsi una cultura (personalmente ho imparato parecchie cose interessanti). In attesa che vengano tempi migliori e si possa tornare a visitare la Mesopotamia, ossia l’attuale Iraq e, magari, fare un salto a Qurna per vedere che fine a fatto il famoso albero.

Camilleri, La gita a Tindari

“I romanzi gialli, da una certa critica e da certi cattedratici, o aspiranti tali, sono considerati un genere minore, tant’è vero che nelle storie serie della letteratura manco compaiono. E a te che te ne fotte? Vuoi trasìre nella storia della letteratura con Dante e Manzoni?”

Andrea Camilleri, La gita a Tindari, Sellerio

Camilleri, La gita a Tindari
Camilleri, La gita a Tindari
Un giovane viene ucciso davanti al portone di casa, due anziani coniugi, residenti nello stesso palazzo, scompaiono misteriosamente dopo una gita domenicale a Tindari – lo splendido paesino, in provincia di Messina, sede del Santuario della Madonna Nera, nonché di importanti scavi archeologici.

Montalbano indaga e, grazie anche alle abilità informatiche di Catarella, riesce a stabilire un legame tra i due eventi e a smascherare una pericolosa organizzazione criminale. Nel frattempo: Mimì Augello (il vice di Montalbano) medita di trasferirsi a Pavia per amore, ma Montalbano riesce a sventare l’amore e il trasferimento, presentandogli la bella Beatrice; ricompare Ingrid – che, forse, passa una notte d’amore con l’ispettore. Forse.

Divertente e di piacevole lettura, scritto in un frizzante sicitaliano, ambientato in una Sicilia succulenta (come i piatti della cammarera Adelina) e, a tratti, di una bellezza selvaggia.

Però qualche aspetto della trama non convince del tutto – in particolare non è del tutto chiara la ragione del triplice omicidio (in fondo Nenè e il dottore si conoscevano già): certo, la posta in palio era altissima e, forse, nella vita vera si uccide anche per meno. Magistrali i dialoghi tra Montalbano e il vecchio boss mafioso – tutti accenni, metafore e mezze parole.

A tutti i fan di Camilleri/Montalbano segnalo il simpatico sito Vigata, dedicato all’immaginario luogo d’ambientazione della serie. Una città probabilmente ispirata a Porto Empedocle, che la fiction televisiva ha, invece, ambientato a Ragusa.

Per visitare i luoghi si può scegliere come base un b&b a Ragusa Ibla, oppure pernottare a Punta Secca nella casa di Montalbano adibita a bed and breakfast.

Ziccardi, L’ultimo hacker

“Mi siedo sul muretto a secco di fronte alla casa e guardo il crepaccio che si apre sulla sinistra e il torrente che scorre lambendo i Sassi. Nel corso dei secoli la roccia tenera è stata solcata dall’uomo, alla ricerca di ripari o semplicemente di lavoro o di luoghi di culto. La macchia mediterranea è fatta di specie che resistono al clima secco. […] Mi godo finalmente i giorni senza pioggia. L’aria è fresca, ma rispetto a Milano sembra di essere ai Caraibi”

Giovanni Ziccardi, L’ultimo hacker, Marsilio, 2012

Ziccardi, L'ultimo hacker
Ziccardi, L'ultimo hacker

L’ultimo hacker è il primo romanzo di Giovanni Ziccardi: un thriller informatico ambientato prevalentemente a Milano – nel quartiere Isola (dove vive il protagonista), in via Larga e all’Università di via Festa del Perdono  – con incursioni a Matera, in Puglia (a Polignano a Mare) e sull’altipiano del Carso – sempre in sella ad una vecchia Yamaha 400.

Alessandro Correnti, ex hacker col soprannome di “Deus”, è ora un avvocato milanese. Quando un suo vecchio amico, “God”, muore improvvisamente durante una conferenza  in aula Crociera, all’Università di Milano, Alex  inizia, da dietro lo schermo di un computer, un’indagine digitale non proprio ortodossa che lo porterà a girare l’Italia, a rivedere vecchi amici e, soprattutto, a scoprire un’inquitante innovazione tecnologica che mette a rischio la privacy di ogni cittadino.

Un libro imperdibile per gli appasionati di elettronica e istruttivo per tutti gli altri. Un eccellente esordio: una scrittura asciutta e veloce, una storia intrigante che si divora in poche ore. Forse, però, non sarebbe guastato un pizzico di ironia in più nella caratterizzazione dei personaggi, specie del protagonista – ma, come ben testimoniato dal suo nick, Deus, questa pare una virtù estranea al mondo degli hacker.

Sacks, L’isola dei senza colore

“Pohnpei non era l’ennesimo atollo corallino piatto sul mare, ma un’isola montagnosa, con cime che s’inpennavano verso il cielo, fino a celarsi tra le nubi. I ripidi pendii erano avviluppati da una fitta giungle verde; corsi d’acqua e cascate ne segnavano i fianchi. Più in basso, tutto intorno a noi, c’erano dolci colline, alcune delle quali coperte da coltivazioni, che verso la costa lasciavano il passo alle mangrovie; più oltre, la barriera corallina”

Oliver Sacks, L’isola dei senza colore, Adelphi, 1997

Sacks, L'isola dei senza colore

In L’isola dei senza colore (e l’isola delle Cicadine) Oliver Sacks (famoso neurologo inglese, di cui consiglio anche l’interessantissimo L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello) racconta due suoi differenti viaggi negli atolli della Micronesia.

Il primo viaggio nelle isole Caroline: a Pingelap e, poi, nella verde isola di Ponphei, sulle tracce della comunità degli acromatopsici, soggetti affetti da una patologia genetica, normalmente rara, ma qui molto diffusa, che, tra le altre cose, li priva della percezione del colore.

Il secondo viaggio nelle isole Marianne: a Guam (un’isola tutt’ora sotto la giurisdizione statunitense e sede di una base militare) e nella vicina Rota, indagando una strana e crudele malattia, il lytico-boding.

Pohnpei, MicronesiaMa non crediate che questo sia solo un diario-medico. Tutt’altro! Sacks è un uomo dalla cultura sterminata e dalla narrazione vivace, che sa coniugare l’interesse del neurologo con appassionate descrizioni naturalistiche, una viva curiosità antropologica e l’entusiasmo del viaggiatore. Memorabile la pesca notturna a Pingelap, la visita al Nan Madol (le maestose rovine di una città risalente al 1200) a Pohnpei e l’escursione nella foresta di Rota, in cui attraverso la storia di piante come la cicladina si viene guidati fino all’origine del mondo.

Impossibile leggere L’Isola dei senza colore senza desiderare di partire immediatamente per quel paradiso terrestre che – purtroppo, solo in parte – è ancora la Micronesia; assolutamente sconsiderato partire senza averlo letto.


Micronesia – Google Map

Fenoglio, Il partigiano Johnny

“Essi, per assiepati, sicuri sentieri salirono alla prima collina, intuendo che di lassù potevano avere un certo panorama dell’oltrefiume. Infatti, rivoltandosi in cima, le videro perfettamente, sebbene come mozzate dall’ombra incombente, molto più alte delle umili alture fluviali: la considerevole collina di Neive e quelle più massicce, eccelse e desolate di Mango, grigionere nella distanza e massicce, eppure aeree come enormi nubi di tempesta ancorate alla terra”

Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, edizione critica a cura di D. Isella, Einaudi.

Fenoglio, Il partigiano JohnnyMombarcaro, Murazzano, Lovera, Dogliani, Mango, Castagnole. Tra questi paesi di collina e le cittadine di Alba e Santo Stefano Belbo tra il 1944 e l’inverno del 1945 si consuma l’avventura di Johnny, giovane studente che, dopo aver disertato, sceglie la lotta partigiana.

Johnny è il partigiano delle Langhe. Tutto il romanzo è un camminare per colline, avanzare su creste, riposare in povere cascine, abitare o attraversare paesi rurali (Murazzano con i rossi, Mango con gli azzurri). E’ vento che soffia gelido, è neve, è guadare ruscelli, traghettare il Tanaro. Le Langhe non sono un semplice scenario tra tanti, sono la sposa del partigiano.

“le desiderò subitaneamente [le colline] e marciò su di esse”.

Fuori dalle colline, ad Alba, il partigiano si sente perduto, smania nella nostalgia, nella noia della pianura; nelle sue colline si sente a casa, disperato e a casa. Forse è per questo ancoramento al suolo che nelle pagine di Fenoglio la lotta antifascista risulta non ideologizzata, è lotta per la terra e nella terra.

Le Langhe di Fenoglio, Il Partigiano JohnnyLe Langhe di Fenoglio sono così fredde e reali che la critica le ha definite metafisiche. La natura vista da vicino lo è sempre, specie se, come Johnny, cerchiamo di immaginarla senza i segni umani. Io non so cosa è metafisico per i critici, ma, di certo, se non si può dire che Johnny incarni tutti i partigiani (Johnny è un partigiano colto, i suoi compagni di viaggio spesso non sono come lui, e questo lo isola) è però vero che la sua storia è la storia – non celebrativa, non didascalica – della resistenza in Italia. Una storia di freddo, fango, fame e bronchite – che altro può essere una storia di guerra? – una storia epica, perché triste e desolante, perché non erano tutti giovani e belli (e coraggiosi ed altruisti), eppure in molti, come Johnny, hanno trovato il coraggio di dire “no, fino in fondo”, ostinatamente, assurdamente, con o senza il conforto di un ideale, ma sempre senza un piatto caldo o la speranza di un domani per loro.

Lo stile all’inizio è difficile – ma poi si prende il passo, come a camminare in collina. Frasi in inglese, inglesismi sintattici, neologismi. Nell’edizione Einaudi c’è in postfazione un bel saggio di Dante Isella sulla lingua del partigiano Johnny, una lingua che il curatore, a ragione, definisce magmatica.

“un’invenzione linguistica che investe tutti i livellli di scrittura, nessuno escluso, dietro la quale sta […] l’idea di una lingua allo stato fluido, liberamente generativa, senza impedimenti di sorta”

La lingua del partigiano Johnny produce una sensazione di displacement, estraniamento, alienazione. E Johnny è spesso un estraneo: lo è tra i civili, lo è ad Alba, lo è coi rossi. E’ una sensazione che ritorna costantemente nei grandi romanzi di guerra, scritti da chi, come Fenoglio, la guerra l’ha fatta davvero: la sensazione di non essere lì, di non essere di quelli ma di non poter essere altrove, di non poter essere che dei loro. La guerra estranea (“Ho ucciso/I killed” è il sigillo del partigiano, il confine da cui non si torna), perché è alienante uccidere ed è alienante poter essere uccisi. Anche se è una guerra giusta.
Google Map: Le Langhe di Fenoglio

Jonasson, Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

“Il sole del pomeriggio trapelava attraverso gli abeti. Allan cominciava a sentire freddo, con addosso soltanto la giacchetta leggera e le pantofole. E di Byringe nessuna traccia, a parte la stazione. C’erano boschi, boschi e nient’altro che boschi”

Jonas Jonasson, Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve , Bompiani, 2011

Jonasson, il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

Svezia. Il giorno del suo centesimo compleanno Allan Karlsson evade dalla casa di riposo di Malmköping e, nonostante l’età, si da  ad una rocambolesca fuga tra le campagne del Sörmland e i boschi del Småland (attraverso le località di Byringe, Rottne, Sjötorp – casa di Bella – e Klockaregärd), mettendo insieme un’improvvisata ed eterogenea banda, una vera e propria armata brancaleone, con tanto di ingombrante animale al seguito.

Del resto questa non è certo la più mirabolante delle avventure di Allan, il quale, come si viene presto a sapere, è una sorta di Forrest Gump (anche se decisamente più intelligente): un uomo che ha girato mezzo mondo, trovandosi spesso al centro degli episodi storici più importanti degli ultimi 100 anni. Non che sia un tipo irrequieto, anzi. Solo, è un uomo che non ha mai riflettuto troppo sulle cose, che piuttosto si affida al caso – o, meglio, al caos – ed è anche parecchio fortunato.

Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve è il primo romanzo di Jonas Jonasson ed è divertentissimo – a tratti, esilarante, specialmente nel finale, quando compare un Einstein (non vi dico quale). Una trama gustosa, paradossale e ben congegnata; una schiera di personaggi spassosissimi – tutti abbastanza irreali, ma non troppo. Insomma, un libro gradevolissimo, una ventata di ottimismo sulla vita e, soprattutto, sugli esseri umani – ora che ci penso, uno dei pochi che non ci esce bene è Stalin (comprensibile, del resto).

Da questo romanzo s’impara anche una lezione importante  – purtroppo non una delle uniche due cose che Allan sostiene di saper fare, ma, comunque, una cosa che nella vita vi potrà sempre tornar utile: mai bere con uno svedese, almeno che non siate perlomeno russi o polacchi (o anche friulani, aggiungerei io).


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Vonnegut, Mattatoio n.5

“Quasi non ci sono personaggi in questa storia e quasi non ci sono confronti drammatici, perché la maggior parte degli individui che vi figurano sono malridotti, sono solo trastulli indifferenti in mano a forze immense.”

Kurt Vonnegut, Mattatoio n.5 o La crociata dei bambini, Feltrinelli.

Vonnegut, Mattatoio n.5Billy Pilgrim è un tipo strambo. Billy Pilgrim ha viaggiato nel tempo: avanti e indietro per i diversi momenti della sua vita – mai più avanti, mai più indietro, mai da un’altra parte. Billy Pilgrim è nato, si è sposato con una donna brutta e ricca, è stato fatto prigioniero dai tedeschi, ha assistito al bombardamento di Dresda, è diventato un ottico importante, ha fatto due figli ed è morto.

Ma non in quest’ordine. La sua vita è un guazzabuglio di salti-spazio temporali e Billy si trova sempre a improvvisare una parte che non conosce o a rivivere un momento del suo futuro o del suo passato – entrambi i concetti non hanno molto senso per lui.

Billy Pilgrim è stato anche rapito dai trafalmadoriani, degli extra-terresti che vivono in 4 dimensioni, riescono a vedere il tempo in tutti i suoi momenti e hanno insegnato a Billy che il libero arbitrio non esiste, perchè è impossibile cambiare un futuro che è già stato e sempre sarà, ma che non esiste nemmeno la morte, perchè chi è morto nel presente, è ancora vivo nel passato – e, del resto, tutti siamo morti in qualche futuro.

Nessuna libertà, insomma. Non possiamo che restare a guardare ciò succede (e sempre è successo e succederà), non possiamo che fare ciò che facciamo e che, quindi, dobbiamo fare, senza poter cambiare nulla, senza responsabilità, ma anche senza paura.

O forse Billy Pilgrim non ha viaggiato nel tempo, forse non è neppure stato su Trafalmadore, ma si è semplicemente rincitrullito dopo un incidente aereo. Del resto cosa mai cambierebbe? Anche se la concezione trafalmadoriana dell’esistenza fosse un’assurdità, non per questo si potrebbe dire che Billy Pilgrim abbia mai avuto il controllo della propria vita, o che avrebbe potuto cambiare qualcosa nelle tragedie storiche cui ha assistito. Billy e gli altri resterebbero comunque spettatori inerti e non troppo interessati di uno spettacolo gestito da forze immense.

Certo, un libro contro la guerra, che è sempre una crociata di bambini, una critica dura e, a tratti, esplicita del mito americano e delle sue implicazioni sociali, ma, come tutti i capolavori, Mattatoio n.5, non ruota attorno ad un unico tema, ma fa vagare il suo sguardo dolce-amaro tra tutte le pieghe di quella commedia tragica che è sempre la vita (che sempre è stata e sempre sarà).

Speroni, I diavoli di via Padova

“Il market più vicino è verso viale Monza, sull’angolo della piazzetta dei Transiti, l’unico rettangolo verde nel nostro quadrilatero. Sulla piazzetta si affaccia la casa occupata, sotto perenne minaccia di sfratto, E’ occupata dal 1978. Al piano terra, due vetrine sulla piazza, c’è l’ambulatorio popolare a quindici anni offre consulenza sanitaria gratuita agli immigrati e a chiunque ne abbia bisogno […] Anche l’ambulatorio è sotto sfratto.
Lo slargo di via dei Transiti somiglia a una piazza di paese, che però dà su una strada ad alto scorrimento, viale Monza. Un’intimità fratturata da un fiume metallico”

Matteo Speroni, I diavoli di via Padova, Cooper, 2010

Milano Nord-Est (MM1, fermate di Pasteur, Rovereto, Turro, a sole 6-8 fermate dal Duomo), ossia la zona di via Padova, un quadrilatero di strade che, da tempo, è al centro di forti flussi migratori –  a partire dagli anni cinquanta, si è registrata una forte immigrazione interna di operai (per lo più meridionali) impiegati nelle industrie vicine al quartiere, cui,  a partire dagli anni sessanta, si sono aggiunte piccole comunità di migranti stranieri (soprattutto dal Corno d’Africa e dal Maghreb), per arrivare, oggi, alla convivenza di circa 194 differenti etnie in un’area di c.a. 9 km.

Questa Babilonia è l’indiscussa protagonista del romanzo di Matteo Speroni – che no, non è un noir, bensì la descrizione, realistica e niente affatto edulcorata, della vita in una zona multietnica, delle sue piccole storie di miseria, violenza, riscatto e amicizia.

Il finale, forse, è un po’ scontato, ma non è importante: la vicenda del protagonista è solo un pretesto per raccontare tutte le storie che gli assomigliano e tutte quelle che gli ruotano intorno, per parlare di un quartiere perennemente appeso sul baratro del degrado (personalmente spero nella nuova amministrazione – che, certo, non potrà essere più miope di quella precedente – ma per ora i risultati non si vedono).