Burgess, Trilogia malese

È arrivato il momento di capire la natura dell’Oriente, e dell’Islam. Dopo il Vietnam non possiamo piu permetterci di considerare quelle lontane regioni del mondo come materiale per personaggi di favola, come il popolare ma riprovevole Sandokan.

trilogia maleseAutore del noto A Clockwork Orange (Arancia meccanica, Einaudi 2014), Anthony Burgess è considerato uno dei più grandi autori inglesi del Novecento. Il suo primo lavoro letterario è Time for a Tiger (L’ora della tigre) del 1956, primo capitolo della Trilogia malese che si compone anche dei  volumi: The Enemy in the Blanket (Il nemico tra le coperte) del 1958 e Beds in the East (Letti d’Oriente) del 1959.

Oggi potete acquistare l’intera trilogia in un unico volume edito Einaudi. E ve la consigliamo, in particolar modo se avete in mente di partire per un viaggio in Malesia.

Burgess racconta le avventure di Victor Crabbe, un funzionario del ministero dell’istruzione inglese, che si trova in Malesia come insegnante di storia al college. Occupandosi dell’istruzione della futura classe dirigente malese, alle prese con una moglie poco soddisfatta della vita che conducono, è testimone del delicato processo che portò la Malesia a emanciparsi dal controllo britannico. Victor ama questa terra caotica e contraddittoria, in cui si intrecciano innumerevoli storie, spera nella sua indipendenza e cerca di ricominciare qui la sua vita lasciandosi alle spalle un passato che non sembra volerlo abbandonare.

I tre romanzi traggono ispirazione dall’esperienza diretta di Burgess, che visse e insegnò in Malesia e in Borneo. Come in molti suoi romanzi ritorna il tema dell’uomo vittima di condizionamenti ideologici, il multilinguismo e lo stile disincantato e ironico. Se non raggiunge le vette del suo più noto capolavoro, la Trilogia malese resta un’esperienza forte, che ti catapulta con dovizia di particolari in un mondo polveroso, rumoroso, afoso e seducente che a fatica dimenticherai.

Munro, Le lune di giove

“Oltre alla verga d’oro, riconobbe la carota selvatica. E, invece, chissà cos’erano quei ciuffi di piccoli fiori bianchi, o quelli azzurri dai petali ruvidi, o quelli viola lanuginosi…Si parla tanto dei fiori di primavera, botton d’oro, trillium, e ranuncoli d’acqua, ma lì, a fine estate, c’erano altrettante specie dal nome sconosciuto. C’erano anche ranocchi che le saltavano sotto i piedi, e piccole farfalle bianche, nonché centinaia di insetti che le pizzicavano le braccia nude”

Le lune di Giove (The Moons of Jupiter, 1977), del premio nobel 2013 Alice Munro, è una raccolta di 11 racconti, che appaiono molto omogenei tra di loro, anche se non è facile dire che cosa abbiano effettivamente in comune: forse è solo una somiglianza di famiglia.

Certo, quasi tutte le vicende sono narrate dalla prospettiva di donne mature – donne che si assomigliano tanto da apparire come un’unica protagonista: disinlusa, lucida, autoironica,  eppure coinvolta, a tratti maniacale, mediamente isterica – Ma non sempre c’è un punto di vista privilegiato – una prospettiva “femminile” – talvolta la narrazione è condotta con una voce imparziale e ugualmente inclemente (come in La visita, uno dei miei preferiti).

Sì, sono quasi tutte storie che parlano o che si svolgono sullo sfondo di relazioni sentimentali fallite o zoppicanti (non a caso uno dei racconti s’intitola Storie finite male), ma non sempre si tratta propriamente di rapporti amorosi – così, ad esempio, in Le lune di Giove,  che da il titolo all’intera raccolta, il legame imperfetto è quello tra genitori e figli – Spesso poi la relazione è più che altro evocata, è il trascorso oltre il quale si svolge la narrazione oppure non c’è affatto (o magari è solo vagamente fantasticata, come nello splendido La stagione dei tacchini).

Il caso, o, meglio, l’attimo che cambia o non cambia la vita svolge un ruolo importante in alcuni dei racconti (come in L’incidente o in Festa di fine estate), ma non aspettatevi storie estreme o finali ad effetto. Al contrario. Un aspetto che accomuna tutte le storie è proprio la loro dimensione quotidiana, prosaica: è la loro normalità, il loro gusto di già vissuto, a dare una cifra universale a queste vicende. Quello che c’è di straordinario è semmai lo sguardo di Alice Munro, la sua scrittura leggera eppure poderosa, la sua straordinaria abilità nel tracciare in poche righe complicati profili psicologici, la sua capacità di radiografare gli eventi più comuni (la fine di una relazione, una partita a carte, una lite banale) con una vista a raggi X – che ne svela struttura e ingranaggi.

Infine, tutti i racconti hanno in comune  il Canada: un Canada talvolta rurale, agreste, o fatto di piccole (noiose, borghesi) cittadine oppure il caos tranquillo di Toronto. Una delle ambientazioni privilegiate è certamente la regione dell’Ontario (il lago Dalgleish, Kingston, la già citata Toronto), dove Munro è nata e dove tutt’ore risiede, ma non mancano escursioni in altri scenari, come l’isola di Saint John (al largo della costa meridione del New Brunswick), dove si svolge il tranquillo soggiorno della protagonista di Dulse – un eccellente esempio di una narrazione in cui non succede nulla – solo incontri di fuggita, dubbi sottointesi.

Un premio nobel meritato. Le lune di Giove mi ha entusiasmato e non mancherò di leggere altri testi di Alice Munro.

Carrère, Limonov

“A parte le stazioni del metrò, che sono veri e propri palazzi, di gran lunga quanto ci sia di più bello a Mosca, non c’è un posto in cui fermarsi a riposare, a riprendere fiato. Niente caffè, se non sepolti in scantinati, in fondo a cortili interni che bisogna conoscere, perché non c’è nessuna indicazione, e se chiedete qualcosa a un passante questi vi guarda come se lo aveste insultato”

Emmanuel Carrère, Limonov, Adelphi

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Carrère, Limonov
Me l’avevano detto in tanti ed avevano ragione: Limonov, di Emmanuel Carrère, è davvero un bel libro: istruttivo, agile, intrigante, di quelli che dispiace finire. Un romanzo difficile da catalogare. Innanzitutto, è la biografia di Eduard Savenko, classe 1943, detto Limonov: la storia della sua vita avventurosa, il ritratto della sua personalità eccentrica e poliedrica.

Limonov è un megalomane, un cinico, amico di criminali come Arkan, circondato di ragazzi con gli anfibi e la testa rasata, un nostalgico dello stalinismo, un uomo solo, sempre disperatamente in cerca d’amore e riconoscimento, in cerca di qualcuno che lo veda come lui vede se stesso; ma Limonov è anche un romantico, un idealista, generoso e sempre disponibile con gli altri, è uno yogi che sostiene di aver vissuto l’illuminazione (Carrère da la cosa per buona); è, a suo modo, un politico serio ed onesto (cosa che in Russia non è di poco conto), ammirato da persone come Anna Politkovskaïa ed Elena Bonner. Ma, soprattutto Limonov è (e ha sempre scelto di essere) un avventuriero.

Teppistello a Char’kov (città industriale dell’Ucraina) ai tempi dell’URSS, poeta underground a Mosca, frequentatore del jet set e poi barbone e poi maggiordomo di un miliardario a New York, intellettuale à la page a Parigi, militare volontario in Serbia (a Sarajevo e, poi, in Krajina), fondatore di un partito politico (il partito nazionalbolscevico), aspirante rivoluzionario (sempre, ma soprattutto) in Altaj, detenuto per terrorismo e condannato nel campo di rieducazione di Engel’s (la versione contemporanea del gulag), scrittore di successo (tradotto anche in italiano) di romanzi sempre autobiografici – come osserva Carrère, Limonov non è  un vero romanziere, perchè sa raccontare solo episodi che ha vissuto, non inventa nulla.

LimonovCon una vita così intensa, non c’è da stupirsi che si sia spesso trovato al centro della storia – anche se mai in quella posizione da protagonista, che tanto ha agognato. E infatti, attraverso la vita di Eduard Limonv, Carrère racconta, magistralmente, anche alcune delle più salienti vicende della politica europea e, soprattutto russa, degli ultimi 50 anni. Tra le altre cose, ho finalmente capito da dove arrivino questi nuovi miliardari russi e come si sia potuti passare dallo stalinismo alle oligarchie petrolifere. Una bibliografia e anche un libro di storia politica, quindi. Ma non è tutto. Limonov è anche e in buona parte un romanzo autobiografico: non solo perché, in almeno tre occasioni, Limonov e Carrère si sono davvero incontrati, ma anche perché, accanto alla storia del protagonista, Carrère racconta spesso episodi della sua vita privata, portando così avanti uno strano, indecifrabile, parallelismo tra due esistenze così diverse – l’avventuriero russo e l’intellettuale parigino di buona famiglia. Perché Carrère un po’ invidia Limonv, e un po’ no.

SamarcandaTra i tanti luoghi tra cui si snoda questo testo, uno in particolare è rimasto al centro delle fantasie. Non la Russia: per quanto Mosca non corrisponda più al luogo triste di cui all’epigrafe (descrizione della metà degli anni ’80), l’immagine di questo paese è comunque un misto poco invitante tra una dittatura, Las Vegas e il far west. No, il posto che mi è venuto voglia di vedere è proprio uno dei luoghi preferiti da Limonov: l’Asia Centrale – l’Altaj, l’Afganistan, l’Uzbekistan, il Turkmenistan, il Tajikistan, “città come Samarcanda o Barnaul. Città schiantate dal sole, polverose, lente, violente”.

Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno

“Per arrivare fino in fondo al vicolo, i raggi del sole devono scendere dritti rasente le pareti fredde, tenute discoste a forza d’arcate che traversano la triscia di cielo azzurro carico. Scendono  diritti, i raggi del sole, giù per le finestre messe qua e là in disordine sui muri, e cespi di basilico e di origano piantati dentro pentole ai davanzali, e sottovesti stese appese a corde; fin giù al selciato, fatto a gradini e a ciottoli, con una cunetta in mezzo per l’orina dei muli”

Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, Einaudi

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Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno
Insieme ai capolavori di Vittorini (Uomini e no) e Fenoglio (Il partigiano Johnny e Una questione privata, che, a giudizio di Calvino, è il romanzo della resistenza), Il sentiero dei nidi di ragno, pubblicato nel 1947, costituisce una delle più importanti narrazioni della guerra partigiana. Qui, però, la prospettiva non è quella di un adulto, alter ego più o meno calzante dell’autore, bensì quella di un bambino di strada, come a quei tempi ce n’erano tanti.

Apprendista ciabattino, fratello di una prostituta, Pin è un bambino adulto, che fuma, passa la sua giornata nei vicoli, beve vino in osteria, dorme accanto alla stanza in cui la sorella (la Nera di Caruggio Lungo) incontra i suoi clienti. Pin è un bambino solo – tanto distante dal mondo degli adulti, che non capisce, quanto da quello dei dei bambini, che non lo capiscono –  che si trova catapultato tra i partigiani per caso, o, meglio, per la la sua estraneità, per la sua incapacità di comprendere ed essere compreso dagli adulti – dal gruppo di adulti, irresponsabili e meschini, dell’osteria. E anche il reparto partigiano in cui si ritrova arruolato (o, meglio ospitato) non è certo composto di guerriglieri esemplari, tutt’altro.

SanremoNella splendida prefazione del 1964, che vale mille recensioni, Calvino spiega che voleva descrivere dei partigiani che non fossero eroi, ma il loro contrario: i peggiori dei partigiani – uomini che, come spiega Kim nel romanzo, non si capisce perché combattano e che potrebbero benissimo trovarsi dall’altra parte (e a volte ci finiscono), eppure stanno dalla parte giustai, eppure lottano per un mondo migliore. Ma anche da questi uomini, che pura tanto l’affascinano, Pin non è compreso né amato e non li comprende né li ama a sua volta. Cesare Pavese, con una osservazione che forse risultò auto-avverantesi, sottolineò la dimensione fiabesca di questo romanzo (dimensione che, in effetti, poi caratterizzò la successiva produzione di Italo Calvino) – se lo dice lui e lo dicon tutti sarà vero, ma certo è una favola ben amara – io, per quel che vale, di fiabesco c’ho trovato poco: la fantasia di Pin, un altro Arturo derelitto, cresciuto troppo in fretta – ma anche questa è distorta dalle manie degli adulti, la guerra e le pistole, e più che un volo è un doloroso parto della solitudine.

Romanzo d’esordio di Calvino, lo stile è lontano dagli apici (e dalla cura maniacale) della maturità e la parte centrale (il dialogo tra Kim e Ferreira) è di un didascalico al limite della sopportabilità, che rovina il romanzo spiegandone lo spirito – Calvino, ovviamente, se ne rese poi ben conto, ma, come spiega nella prefazione, si rifiutò sempre di modificare questa sua prima creatura.

La Sanremo di Calvino e i vicoli della Pigna

Uno degli aspetti che più colpiscono è la descrizione della città che funge da sfondo a buona parte del romanzo: una Sanremo di caruggi stretti e scuri, che puzza d’urina e del vino e del fumo delle osterie; una città vecchia che termina all’improvviso nei sentieri di campagna, nei campi di garofani. Una Sanremo lontanissma dalle cartoline patinate del festival della canzone – se non lo si sapesse, si penserebbe a Genova.

Eppure quella Sanremo esiste ancora: anche se di Caruggio Lungo (dove vive Pin) non c’è traccia sulla pianta della città, La Pigna (così si chiama il centro storico di Sanremo) continua a inerpicarsi coi suoi vicoli stretti, le creuze, le fortificazioni medioevali lungo le pareti della collina-promontorio sovrastata dal santuario della Madonna della Costa. E’ un peccato passare in città e non visitarne questo cuore antico e ancora bellissimo. E già che passate da Sanremo potreste dare la caccia a un altro luogo del romanzo:

“La prigione è una grande villa d’inglesi requisita, perché nella vecchia fortezza sul porto i tedeschi hanno piazzato la contraerea. E’ una villa strana, in mezzo a un parco d’araucarie, che già prima forse aveva l’aria di una prigione”

Wilensky-Lanford, Il paradiso ritrovato

“L’altopiano di 1.300.000 chilometri quadrati, incuneato tra la Mongolia e il Tibet, era diventato da poco, nel 1884, una provincia ufficiale della Cina dopo anni di contese con la popolazione dell’area, formata da gruppi etnici mongoli e altaici; c’era inoltre la minaccia russa da nord. Le rigide temperature della regione e la sua conformazione rocciosa la rendevano inaccessibile a chiunque eccetto gli abitanti nativi, la popolazione nomadica degli uiguri, che parlavano una lingua simile al turco e attraversavano la pianura desertica a dorso di cammello”

Brook Wilensky-Lanford, Il paradiso ritrovato, EDT, 2011

Wilensky-Lanford, Il paradiso ritrovatoCompra su Amazon
Il paradiso ritrovato
Che cosa hanno in comune Turkistan cinese, Polo Nord, Mesopotamia meridionale, Ohio, Florida e Missouri? Sono tutti luoghi in cui qualcuno ha sostenuto di poter collocare geograficamente l’Eden, pensato, a seconda dei casi, come il luogo cui si riferivano gli autori storici del racconto biblico oppure come il luogo in cui Dio davvero creò l’uomo o, ancora, come il punto d’origine della specie umana.

Il paradiso ritrovato di Brook Wilensky-Lanford è il resoconto puntuale di queste teorie, ma, soprattutto, è la narrazione degli eccentrici, incredibili autori che le sostennero: ecologisti ante litteram, dissidenti politici, religiosi, sedicenti profeti, affermati professionisti dell’alta borghesia, ingegneri egocentrici, vanitosi assirologi, rispettabili accademici. Le loro stravaganti vite si intrecciano alla storia mondiale (le avventurose e spesso disastrose esplorazioni del Polo Nord, le due grandi guerre, la politica cinese dei primi del ‘900) fino a colorare questo libro delle tinte del romanzo storico – complice anche una scrittura fluida e uno stile mai pedante.

Qurna, IraqLa storia delle teorie sull’Eden e dei loro autori spalancano anche il problema dei rapporti tra la Genesi e il darwinismo, costituendo l’occasione per un’analisi e un approfondimento delle relazioni conflittuali tra scienza e religione, tra evoluzionismo e creazionismo, così come si presentano (e come, talora, si tenta di mediarle) nella complicata realtà degli Stati Uniti – non a caso l’autrice è un’esperta di storia delle religioni.

Un libro complesso, su più livelli, ma sempre piacevole, che consiglio di leggere (e/o regalare) a tutti gli appassionati di questi temi e, in generale, a coloro cui piace farsi una cultura (personalmente ho imparato parecchie cose interessanti). In attesa che vengano tempi migliori e si possa tornare a visitare la Mesopotamia, ossia l’attuale Iraq e, magari, fare un salto a Qurna per vedere che fine a fatto il famoso albero.

Rigoni Stern, Storia di Tonle

“Vide l’alba da lassù, e poi la gente andarsene per le strade che dalle contrade portavano verso la pianura, e reparti di soldati che dalla parte della pianura salivano a piedi o in bicicletta incrociando i nostri profughi. Intanto, in tutto questo, sempre più aumentando, giungeva il rumore della battaglia. Si caricò la pipa, l’accese, guardò l’ora e si avviò dalle sue pecore che ancora ricacciò nel bosco più profondo”

Mario Rigoni Stern, Storia di Tonle in Trilogia dell’altipiano, Einaudi

Rigoni Stern, Storia di TonleNei primi anni del Novecento, Tonle Bintarn, ricercato dai Carabinieri del Regno d’Italia, è costretto a lasciare la casa natale con il ciliegio cresciuto sul tetto, e dall’altipiano di Asiago inizia un lungo viaggio a piedi nel Regno Austro-Ungarico, attraversa Tirolo e Baviera e giunge fino a Praga. Quando finalmente riesce a tornare a casa, scoppia la Grande Guerra e l’altipiano si appresta a diventare campo di battaglia. Tonle sceglie di non abbandonare la sua terra, non si unisce ai profughi che vengono trasferiti in pianura, ma si rifugia nei boschi con le sue pecore.

Romanzo breve, vincitore del Premio Campiello 1979, Storia di Tonle è una delle opere più importanti e più amate di Mario Rigoni Stern (1921 – 2008), alpino durante la seconda guerra mondiale (nel Sergente della Neve raccontò la ritirata dalla Russia del 1942), e scrittore profondamente radicato alla sua terra, l’altipiano di Asiago.

Rigoni Stern, Asiago e l’altipiano

Asiago e il suo altipiano si trovano in Veneto, provincia di Vicenza, tra i fiumi Brenta e Astico, quasi al confine con la provincia di Trento, un confine che in passato, negli anni in cui è ambientata la Storia di Tonle, segnava la frontiera tra Italia e Austria.

Asiago e l'altipiano in inverno
Asiago e l'altipiano in inverno - - Foto Nordavid - Wikipedia
Qui Rigoni Stern è nato e ha sempre vissuto, in una casa che si è costruito, coltivando l’orto, preparando scorte alimentari e cataste di legna per l’inverno e scrivendo i suoi libri. E qui è morto nel 2002, lasciando un esempio di vita e un’opera letteraria tra le più importanti del Novecento, che racconta magistralmente la sua terra, la sua gente e il rapporto tra uomo e natura.

L’altipiano di Asiago è un luogo speciale: noto anche come Altipiano dei Sette Comuni, non è soltanto una delle aree climatiche più fredde d’Italia. E’ montagna vera, una regione con una storia, una lingua e una forte identità, una comunità con sue leggi e tradizioni, dove il 90% della terra è tuttora proprietà collettiva.

Ad Asiago si arriva in auto da Vicenza in meno di un’ora ma il modo migliore per partire alla scoperta dell’altipiano è percorrere a piedi i 4444 gradini della Cala di Sasso, strada anticamente utilizzata per trasportare il legname dall’altipiano fino a Venezia.

D’Amicis, La guerra dei cafoni

“Le rare volte in cui mi capitava di vederli rinuniti tutti assieme (o almeno, di vedere riunito questo manipolo più rappresentativo, che di cafoni semplici se ne annidavano a frotte in ogni catapecchia) mi stupivo, e quindi anche un pò mi vergognavo, che non li avessimo ancora annienntati.”

Carlo D’Amicis, La guerra dei cafoni, Minimum Fax

La guerra dei cafoni
Carlo d'Amicis, La guerra dei cafoni

1975. Le spiagge ioniche del Salento sono lo scenario primitivo di una guerra tra adolescenti. Da una parte i signori, ragazzi di buona famiglia con tanti soldi in tasca e vestiti alla moda, dall’altra i cafoni, ragazzi indigeni che parlano in dialetto e vivono in baracche fatiscenti. Negli anni in cui il consumo e la scuola, la tv e il lavoro in fabbrica vanno attenuando le differenze di classe, a Torrematta va in scena l’ultima feroce battaglia tra le due fazioni.

E’ una guerra senza politica, fondata su radicalismo e dogmatismo adolescenziale, sull’odio viscerale per tutto ciò che si sente minaccioso per la sopravvivenza e il dominio della propria fazione. Una guerra tribale, valvola di scarico di una rabbia cieca e fondativa essa stessa di differenze che stanno per essere seppellite non da una rivoluzione ma dalla massificazione dei consumi e degli stili di vita.

Il capo dei signori è Francisco Marinho, nome d’arte e di battaglia preso a prestito dal biondo terzino sinistro del Brasile del 1974. E’ sua la voce narrante del romanzo, quella che descrive i cafoni come una specie orrenda e bestiale, da annientare senza pietà.

Ma qualcosa nella contrapposizione vacilla. Qualche cafone che si azzarda a comportarsi non più da cafone ignorante, gira in Fantic Motor, gioca a flipper e ha qualche soldo in tasca. E poi gli amori e le attrazioni tra esponenti delle opposti eserciti. L’amore impossibile e totale di un cafone (tal Tonino detto Stonio detto lo Storduto) per la fidanzata di Marinho, l’amore che va nascendo tra Marinho e la cafona Mela, sorella dello Storduto.

Le spiagge del Salento

Salento, spiaggia di PescoluseProtagonista del romanzo di D’Amicis è anche il paesaggio, le spiagge salentine tra Porto Cesareo e Gallipoli, spiagge che per richiamare ancora più turisti oggi sono state ribattezzate le Maldive del Salento e che, a onor del vero, ben poco hanno da invidiare ai paradisi tropicali.

Dopo aver letto il libro può venire voglia di andare a vedere. Le spiagge ma anche le città e l’entroterra salentino. Oggi non è più il Salento degli anni settanta: ci sono i voli low cost che atterrano a Brindisi, i festival musicali, i b&b, le masserie trasformate in resort. Da Lecce, città ricca di eventi culturali e gioiello del barocco, le belle spiagge ioniche sono raggiungibili in circa mezzora. Per dormire si può optare per un bed and breakfast a Lecce oppure per un hotel masseria a pochi chilometri dalle spiagge.

Camilleri, La gita a Tindari

“I romanzi gialli, da una certa critica e da certi cattedratici, o aspiranti tali, sono considerati un genere minore, tant’è vero che nelle storie serie della letteratura manco compaiono. E a te che te ne fotte? Vuoi trasìre nella storia della letteratura con Dante e Manzoni?”

Andrea Camilleri, La gita a Tindari, Sellerio

Camilleri, La gita a Tindari
Camilleri, La gita a Tindari
Un giovane viene ucciso davanti al portone di casa, due anziani coniugi, residenti nello stesso palazzo, scompaiono misteriosamente dopo una gita domenicale a Tindari – lo splendido paesino, in provincia di Messina, sede del Santuario della Madonna Nera, nonché di importanti scavi archeologici.

Montalbano indaga e, grazie anche alle abilità informatiche di Catarella, riesce a stabilire un legame tra i due eventi e a smascherare una pericolosa organizzazione criminale. Nel frattempo: Mimì Augello (il vice di Montalbano) medita di trasferirsi a Pavia per amore, ma Montalbano riesce a sventare l’amore e il trasferimento, presentandogli la bella Beatrice; ricompare Ingrid – che, forse, passa una notte d’amore con l’ispettore. Forse.

Divertente e di piacevole lettura, scritto in un frizzante sicitaliano, ambientato in una Sicilia succulenta (come i piatti della cammarera Adelina) e, a tratti, di una bellezza selvaggia.

Però qualche aspetto della trama non convince del tutto – in particolare non è del tutto chiara la ragione del triplice omicidio (in fondo Nenè e il dottore si conoscevano già): certo, la posta in palio era altissima e, forse, nella vita vera si uccide anche per meno. Magistrali i dialoghi tra Montalbano e il vecchio boss mafioso – tutti accenni, metafore e mezze parole.

A tutti i fan di Camilleri/Montalbano segnalo il simpatico sito Vigata, dedicato all’immaginario luogo d’ambientazione della serie. Una città probabilmente ispirata a Porto Empedocle, che la fiction televisiva ha, invece, ambientato a Ragusa.

Per visitare i luoghi si può scegliere come base un b&b a Ragusa Ibla, oppure pernottare a Punta Secca nella casa di Montalbano adibita a bed and breakfast.

Ziccardi, L’ultimo hacker

“Mi siedo sul muretto a secco di fronte alla casa e guardo il crepaccio che si apre sulla sinistra e il torrente che scorre lambendo i Sassi. Nel corso dei secoli la roccia tenera è stata solcata dall’uomo, alla ricerca di ripari o semplicemente di lavoro o di luoghi di culto. La macchia mediterranea è fatta di specie che resistono al clima secco. […] Mi godo finalmente i giorni senza pioggia. L’aria è fresca, ma rispetto a Milano sembra di essere ai Caraibi”

Giovanni Ziccardi, L’ultimo hacker, Marsilio, 2012

Ziccardi, L'ultimo hacker
Ziccardi, L'ultimo hacker

L’ultimo hacker è il primo romanzo di Giovanni Ziccardi: un thriller informatico ambientato prevalentemente a Milano – nel quartiere Isola (dove vive il protagonista), in via Larga e all’Università di via Festa del Perdono  – con incursioni a Matera, in Puglia (a Polignano a Mare) e sull’altipiano del Carso – sempre in sella ad una vecchia Yamaha 400.

Alessandro Correnti, ex hacker col soprannome di “Deus”, è ora un avvocato milanese. Quando un suo vecchio amico, “God”, muore improvvisamente durante una conferenza  in aula Crociera, all’Università di Milano, Alex  inizia, da dietro lo schermo di un computer, un’indagine digitale non proprio ortodossa che lo porterà a girare l’Italia, a rivedere vecchi amici e, soprattutto, a scoprire un’inquitante innovazione tecnologica che mette a rischio la privacy di ogni cittadino.

Un libro imperdibile per gli appasionati di elettronica e istruttivo per tutti gli altri. Un eccellente esordio: una scrittura asciutta e veloce, una storia intrigante che si divora in poche ore. Forse, però, non sarebbe guastato un pizzico di ironia in più nella caratterizzazione dei personaggi, specie del protagonista – ma, come ben testimoniato dal suo nick, Deus, questa pare una virtù estranea al mondo degli hacker.

Piazzese, I delitti di via Medina-Sidonia

“E se non lo capite al tramonto, quando l’aria è ferma, né calda ne fresca, e vi si drizzano i peli delle braccia, e sembrano crepitare, se non badate ai rumori, che vi arrivano da più lontano, se non vi dice niente il colore viola delle montagne e l’oro che cola dalle pietre della Cattedrale, se ignorate le bordate rosso rubino che il sole vi spara da dietro le guglie di San Domenico, se proprio non lo capite che sta arrivando, allora vuol dire che siete forestieri. Non che sia grave. Voi non ne avete colpa. Ognuno vive dove può. Ma il giorno dopo per voi sarà l’inferno, il rogo, l’apocalisse. Lo Scirocco d’Africa vi colpirà duro. Non vi darà respiro”

Santo Piazzese, I delitti di via Medina-Sidona, Sellerio

Piazzese, I delitti di via Medina-SidoniaI delitti di via Medina-Sidonia è il primo romanzo della Trilogia di Palermo, un noir siculo-universitario che ha come protagonista il ricercatore in biologia Lorenzo La Marca, sulle tracce di un presunto assassino dell’amico e collega Raffaele Montalbani, trovato impiccato al grande ficus dei giardini botanici. E’ vero suicidio?

L’autore è il palermitano Santo Piazzese, che come La Marca è biologo presso l’Università di Palermo.
Tra i riferimenti letterari dell’opera, inevitabile confrontarsi con Camilleri con il quale Piazzese condivide la sicilianità, il genere giallo/noir e la casa editrice Sellerio. Non può essere casuale la scelta del nome ‘Montalbani’ per l’uomo trovato cadavere all’inizio del libro, e l’assonanza con il Commisario Montalbano. Un particolare che fa pensare alla volontà dell’autore di prendere le distanze dal maestro, seppure ironicamente, con una provocatoria uccisione simbolica.

Tra le altre, innumerevoli e sovrabbondandi citazioni, vi è pure Jean-Claude Izzo, considerato il capostipite del noir mediterraneo, con cui Piazzese ha diversi punti di contatto. La Palermo di Piazzese, come la Marsiglia di Izzo trasmette all’investigatore il suo carattere indolente, narcisista e decadente. E il fatto che Lorenzo La Marca beva pastis, proprio come l’ispettore Montale e ogni vero marsigliese, sembra una chiara rivendicazione e omaggio allo scrittore francese.

Tetti di Palermo, Renato Guttuso
Tetti di Palermo, Renato Guttuso, 1985
La città di Palermo è tra i protagonisti del romanzo di Piazzese. E’ una Palermo che, per una volta, è possibile conoscere al di là degli stereotipi prevalenti anche in letteratura, in cui è possibile anche concepire una storia di omicidi senza mafia, in puro stile noir. Lorenzo La Marca si muove lentamente e agevolmente nella sua città e ce la fa conoscere molto meglio di una guida turistica. Va a pranzo a Mondello – i busiati col pesto ericino, la spigola in forno con la lattata di mandorle – abita nel centro storico mai risanato e ha una bella terrazza con vista sui tetti, fa la spesa al mercato e si sfama con il più classico e letale cibo da strada palermitano: focaccia con la meusa, panino con le panelle, seppioline e calamari fritti.

La cosa migliore di tutto il libro è a mio parere la descrizione di Palermo durante una giornata estiva di scirocco, con cui si apre e si chiude il sipario della rappresentazione di Piazzese. Da leggere prima di un viaggio a Palermo per non farsi cogliere impreparati come un qualsiasi turista.